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Visti da vicino: Virginio Rossi


Tra cielo e terra

E’ nato a Fano, con grande suo rammarico nel lontano 1938, e prima di trasferirsi a Venezia dove ha poi passato buona parte della sua vita artistica e professionale, sempre a Fano ha studiato nella fucina a corrente alternata dell’Istituto “Adolfo Apolloni”. A quanto ricordo diventai suo amico il giorno stesso in cui lo conobbi. Eravamo negli anni irripetibili della contestazione. Virginio sembrava sperso in quel magma tumultuoso. Tutti avevano perduto la bussola, l’immaginazione sembrava aver raggiunto il potere. Ho detto “sembrava sperso”, ma non lo era o per lo meno lo era solo in apparenza. La sua natura di artista, per chi voleva vederla, emergeva e come. Un’arte – la sua – di testa e di cuore: esattamente in quest’ordine. Guido Ballo prima (nel 1967) ed Achille Bonito Oliva poi (nel 1968) gli assegnarono in sequenza il Premio Marche ed il Premio Salvi al quale aveva partecipato con una installazione in cui profeticamente proclamava: “Il cuore batte ancora”. Poi venne l’immersione nel cielo e nella laguna di Venezia, negli ori, nei mosaici e nella storia pittorica di quella impagabile capitale dell’arte e della cultura. Una città in cui si può sopravvivere soltanto abbandonando ogni velleità provinciale. A Venezia o sei bravo o finisci sulle bancarelle per turisti. Le opere di Virginio sono oggi sparse in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone, ed in quella che è la vetrina più ambita la Galleria d’Arte Moderna della città lagunare. Quante opere? Un numero che soltanto chi non ha mai smesso di creare, neppure per un attimo, può raggiungere. Siamo a 4.000, alle quali vanno aggiunti i mosaici e gli arazzi ed infine tre libri per l’infanzia, una vera e propria sfida della sua età adulta. Affascinato dai Tarocchi ha anche creato un mazzo in cui le figure canoniche interagiscono con luoghi ed atmosfere della città della Fortuna.
Il 21 maggio scorso la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano alla quale generosamente ha fatto dono di una sua opera, gli ha organizzato un incontro dal titolo: “Icaro: la potenza dell’illusione”, nel corso del quale la sua vita e la sua opera sono stati analizzati nel profondo. Un percorso artistico il suo che è passato dalla fascinazione vagamente futurista per le macchine e la meccanica alla riflessione sul mito del labirinto: “La vida non es un caos, es un labirinto” (Jorge Luis Borges) per poi approdare alla cosmogonia che gli ha permesso di scrutare la terra dallo spazio e lo spazio dalla terra ed infine giungere al potere della illusione. Sì la misera illusione di Icaro che, infischiandosene delle avvertenze paterne, vuol sfidare con un po’ di cera e penne altrui la forza di gravità ed il calore del sole. Ma quanta forza in quella illusione e quale scenario si apriva per l’uomo. Come qualcuno ha ricordato, lo accompagna in questo suo volo un pensiero di Woody Allen per il quale: “ La vita è un incubo, una esperienza oscura. L’unica salvezza è non smettere mai di cullarsi nelle illusioni”; e lo frena quanto scrisse William Shakespeare: “La vita, alla fine, non significa nulla”. Ma per evitare di cadere nella mozione degli affetti, preferisco ripetere quanto scrissi per lui presentando una sua mostra, “Cielo e terra”: “Virginio Rossi vive da sempre sospeso. Sembra che Johann Wolfgang Goethe abbia scritto per lui la sua celebre massima “Non c’è via più sicura per evadere dal mondo che l’arte; ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte”. Dentro e fuori, fuori e dentro. Il suo respiro vuole essere quello del cosmo. Immanenza e trascendenza. Agrimensore sulla terra, astronauta nello spazio. Racchiude il sole in una tela, la terra in una altra: entrambe in una tela più grande. Il gioco è pericoloso e lui lo sa. Il rischio è rimanere sospeso per sempre tra cielo e terra. Non trovare più la chiave di casa. Non basta rifugiarsi nella spirale labirintica e neppure nel rettangolo aureo che sottende per salvarsi. Mito e scienza: aiutano ma non salvano. Egli è solo, come tutti noi, nel cosmo. Novello Icaro aspira a lasciare la terra, a salire verso il sole, il sole come unico Eldorado. Eppure sa bene che è solo cera quella che tiene attaccate le ali che il padre gli ha appiccicato sulla schiena. Perché dunque? Perché Virginio Rossi è un vero artista. La cera si scioglierà – è certo – ma quello che importa è la sfida. Riuscire a staccarsi da terra per qualche istante. Provare l’ebbrezza. Ma questo non basta, l’arte non può essere filosofia: la padronanza materica, la sensibilità cromatica, il rigore nella esecuzione, la perfezione formale fanno il resto. Ci sono opere in cui è facile perdersi, altre che servono per ritrovarsi. Ancora una volta sospeso lui e sospesi noi tra “Cielo e Terra”. Auguri a te caro amico.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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