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Pillole di storia: la spedizione dei Mille


Con questo numero anche Lo Specchio della città inizia la pubblicazione di una piccola serie di articoli dedicati alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Nel marzo 1860 il Primo ministro piemontese, Camillo Benso conte di Cavour, sottoscrive la cessione della Savoia e di Nizza alla Francia di Napoleone III: più che siglare un patto, egli diviene “complice” dell’imperatore francese (come lascerà scritto) il quale è così ripagato del tacito consenso alle annessioni dei Granducati di Toscana, Modena, Parma e delle Legazioni di Bologna e Romagna al Piemonte. Sulla penisola italiana rimangono così tre soli Stati: il Regno di Sardegna, che comprendeva Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia (acquisita dopo la Seconda guerra d’indipendenza), Emilia Romagna e Toscana (acquisite dopo i referendum dell’agosto 1859); lo Stato della Chiesa con Umbria, Marche e Lazio; il Regno delle Due Sicilie con Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. L’Impero d’Austria mantiene Mantova, il Veneto, il Trentino e il Friuli. Rimanendo esclusa ogni pretesa su Roma per la ferrea opposizione francese (si dovrà attendere la disfatta di Sedan nel 1870), Cavour considera appagata la capacità espansiva del piccolo Regno di Piemonte, giunto al possesso delle terre cui ambiva: il Sud d’Italia era lontano dalle sue mire.
Alcuni avvenimenti costringono il Cavour a rivedere le sue posizioni: i fermenti liberali, soprattutto nel Napoletano e in Sicilia, il riavvicinamento all’Austria del giovane neo-sovrano Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie, in appoggio alle rivendicazioni di Pio IX, del Granduca di Toscana e dei duchi di Modena e Parma ma con il conseguente deterioramento delle storiche buone relazioni fra i Borbone e l’Inghilterra. Al sud d’Italia, dunque, a una popolazione largamente filo borbonica fa da contraltare una larga diffusione d’idee liberali e filo italiane nella borghesia e all’interno delle forze armate. L’unica delle molte forze di opposizione al Borbone che mostrasse di voler prendere davvero le armi, in quel 1860, era la fronda siciliana, sopravvissuta alla feroce repressione del 1848 e condivisa perfino dal ceto rurale. Il 4 aprile, a Palermo, ha luogo una vera insurrezione capitanata da Francesco Pilo; subito repressa, ma si propaga con rapidità fino alla marcia da Messina a Piana dei Greci di Rosalino Pilo (20 aprile 1860). Ormai sulla bocca di tutti i siciliani si ripete: “verrà Garibaldi”. Per Cavour, Garibaldi era solo fonte di preoccupazione: dopo la fama acquisita nel corso della Seconda guerra d’indipendenza, fermato a stento sul confine marchigiano che aveva intenzione di varcare per reagire alle repressioni pontificie e, forse, già dirigersi su Roma, Garibaldi era tuttavia l’uomo giusto per agire fuori dagli schemi convenzionali, cioè secondo le mire cavouriane. Personaggio che godeva d’illimitata stima dell’opinione pubblica, capace di coagulare intorno a sé entusiasmi, volontari e denari (si ricordi l’esito della famosa “Sottoscrizione nazionale per un milione di fucili”), già repubblicano fervente ma seguace del detto mazziniano “non si tratta più di repubblica o monarchia, si tratta di unità nazionale… deve essere o non essere”, Garibaldi rappresenta dunque l’uomo giusto per tentare un’impresa che, se fosse fallita, non avrebbe compromesso ufficialmente il governo piemontese.
Il 2 maggio Cavour è a Genova per rendersi conto di persona dei preparativi: stavano colà affluendo armi, volontari, contributi. Il 4 maggio Medici, per conto di Garibaldi, firma il contratto di acquisto, dalla Società Rubattino, dei due vapori “Piemonte” e “Lombardo”: il debito è segretamente garantito dalle finanze del Regno. La sera del 5 maggio, allo scoglio di Quarto, inizia l’imbarco dei volontari: sono 1162, armati con vecchi fucili, privi di munizioni e polvere da sparo. Fra essi anche alcuni marchigiani: Lorenzo Carbonari, Augusto Elia, Feliciano Novelli e Riccardo Zanni, tutti di Ancona, Demetrio Conti da Loreto, Leonardo Gramaccini da Senigallia. La spedizione sosta il 7 maggio davanti al forte di Talamone, dove provvede al carico del materiale bellico necessario e il 9 a Porto Santo Stefano per caricare carbone: Garibaldi ottiene tutto in virtù del suo grado di generale dell’esercito sardo ma con l’evidente, smaccato consenso di Cavour. Qui sessantaquattro volontari sbarcano per dirigersi a sollevare le popolazioni dell’Umbria ma sono fermati a cura dell’esercito regio: Pio IX non può ancora essere provocato. Altri nove volontari, di fede mazziniana, prendono terra così che la spedizione riparte con 1089 garibaldini. La mattina dell’11 maggio i due vapori passano fra Favignana e Marettimo ma lo sbarco, previsto a Trapani, è annullato perché il trapanese Strazzera segnala la presenza di truppe borboniche in città. Così le due navi, dopo aver eseguito una digressione verso sud allo scopo di ingannare le eventuali vedette, invertono la rotta e dirigono su Marsala. Qui Garibaldi è informato che sono assenti le truppe, inviate a Palermo per reprimere un’insurrezione popolare e le due navi da guerra borboniche ivi di stanza (“Stromboli” e “Capri”), hanno lasciato il porto nel quale sono invece ormeggiate due cannoniere britanniche (“Argus” e “Intrepid”) e un mercantile americano. Così egli decide lo sbarco, durante il quale tre unità da guerra borboniche, sopraggiunte dal largo, non possono aprire il fuoco a pena di colpire i neutrali (solo a cose fatte le navi britanniche salpano). I Mille sono aiutati dalla popolazione, il “Lombardo”, arenatosi, è affondato e il “Piemonte”, catturato, è rimorchiato a Napoli. I garibaldini si attendano fuori dall’abitato (per evitare eventuali ritorsioni sugli abitanti) e Garibaldi, convocato il Decurionato di Marsala nella sala Grande del palazzo della Loggia, vi annuncia – fra le ovazioni – la decadenza dal trono del Borbone. Alle 5.30 del 12 maggio inizia la marcia verso Silemi ove Garibaldi si proclama dittatore in nome di Vittorio Emanuele II: i Mille sono già 1500, affiancati dai “picciotti” del barone Santanna di Alcamo e del cavaliere Coppola. A Calatafimi, il successivo 15 maggio, affrontano l’esercito borbonico in campo aperto. In un primo momento le forze garibaldine sembrano destinate a soccombere, tanto che Nino Bixio suggerisce a Garibaldi la ritirata. “Bixio, qui si fa l’Italia o si muore”, è la storica risposta del generale che, avendo già visto i primi segni di cedimento dello schieramento nemico, postosi alla testa dei suoi, ordina l’attacco alla baionetta. Di lì a poco, le truppe napoletane si ritirano per timore che gli insorti taglino loro la via verso Palermo.
La vittoria di Calatafimi apre a Garibaldi la conquista di Palermo, occupata il 30 maggio nel corso di un’insurrezione popolare, quindi di Milazzo (20 luglio) e di Messina (26 luglio), prima dello sbarco a Melito Porto Salvo (Calabria) il 13 agosto e la risalita dello stivale. A Napoli entrerà trionfatore il 7 settembre. Dopo la battaglia del Volturno, il 26 ottobre Garibaldi incontra Re Vittorio Emanuele alla locanda S. Nicola di Teano e, accompagnatolo a Napoli, il 7 novembre gli cede la sovranità sui territori conquistati prima di partire per la sua Caprera. I Mille erano diventati Diecimila e avevano visto il sacrificio di quasi duemila “camicie rosse” alla causa dell’Unità d’Italia.

Paolo Pagnottella

Vi prometto lacrime e sangue

Classico esempio di sobria oratoria anglosassone, aliena da ogni retorica, virilmente dignitosa e concretamente realistica nella previsione dei sacrifici necessari per il bene supremo della Patria. Infatti, secondo la tradizione, ne fu artefice Giuseppe Garibaldi, arringando le mille camicie rosse prima della famosa spedizione del maggio 1860. Bisogna ammettere che fa più effetto nel plagio storico perpetrato da Winston Churchill a Westminster, quando chiamò gli inglesi alla Seconda guerra mondiale: “Non ho da offrirvi che sangue, sudore, fatica e lacrime... Dobbiamo batterci contro una tirannide mostruosa, mai superata nei tragici annali dell'umana criminalità”. E comunque chissà quanti altri capi, prima e dopo, avranno fatto questa simpatica promessa ai loro amministrati, aspettandosi pure gli applausi.
Non vorrei dare l'impressione di parlar male di Garibaldi: esercizio sempre pericoloso in Italia, soprattutto dopo che l’eroe è stato sponsorizzato dai socialisti. Però il diluvio di frasi epiche attribuite al condottiero, che non era propriamente un uomo di belle lettere, fa nascere qualche dubbio circa la loro attendibilità. Il fatto è che, in mancanza degli inviati speciali, Garibaldi viaggiava sempre con gli storici da campo: come Giulio Cesare Abba, che aveva appunto il compito di scrivere la storia in tempo reale. Si deve a lui anche la frase più famosa del generale: “Bixio, qui si fa l'Italia o si muore”. Il racconto oleografico dell'episodio precisa che la fiera dichiarazione, accompagnata da uno sguardo fulminante, fece impallidire Nino Bixio che proponeva saggiamente la ritirata durante una fase della battaglia di Calatafimi. Senonché pare che ci fosse nelle vicinanze un garibaldino ferito, ma non sordo, che raccontò poi di aver sentito la seguente risposta autentica da parte dell'eroe dei due mondi: “Ritirarsi sì, ma dove?”. Una riflessione ad alta voce che non compare nel bollettino della vittoria.
Comunque, frasi storiche a parte, Garibaldi si impadronì rapidamente di tutto il Regno delle Due Sicilie, togliendo le castagne dal fuoco ai piemontesi che intanto sottraevano al papa le Marche e l'Umbria: con la tacita approvazione di Napoleone III che aveva solo raccomandato a Cavour: “Faites vite”, cioè: “Basta che vi sbrighiate”. Lo consegnò quindi a Vittorio Emanuele II durante l'incontro a quattr’occhi di Teano (dove l'assenza di testimoni ha costretto al silenzio anche i più incalliti inventori di citazioni) e se ne andò a Caprera ad aspettare la nascita del Regno d'Italia: proclamato il 17 marzo 1861 perché i settentrionali non sono superstiziosi. “Che peccato”, commentò Leopoldo I, re del Belgio, al momento di riconoscere il nuovo Stato: “una bottiglia di buon vino piemontese annegata in un barile d'aceto”.

Alberto Angelucci
(tratto dal libro: “Frasi Celebri”, Oscar Mondadori 1993)


 
 
 
 
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