Negli anni 1930-40-50 la redazione pesarese de Il Resto del Carlino era rappresentata dal commendatore Alessandro Grossi, funzionario del Comune di Pesaro. La sede della redazione era un piccolo ufficio a piano terra dell'abitazione del commendatore Grossi, situata all'angolo di via Mazza con via Cairoli, di fronte a via Zacconi, la strada in salita verso Piazza Del Monte, chiamata comunemente "la montata dell'asilo". Chi abitava nei pressi della residenza del commendator Grossi (come il sottoscritto) ricorderà che ogni sera, fin verso le ore 22.30, il rumore più intenso che era dato di udire proveniva dai tasti della macchina da scrivere che il commendator Grossi azionava per compilare la corrispondenza quotidiana per il giornale che, poi, in parte spediva con il classico "fuori sacco", ed in parte telefonava direttamente alla redazione centrale di Bologna.
Allora Il Resto del Carlino riservava, per Pesaro e provincia, non più di una pagina (alle volte anche meno), per cui le notizie erano ridotte all'essenziale, senza commenti o polemiche (c'era peraltro, la censura fascista sino al 1944). In quel periodo cominciò a collaborare con il commendator Grossi il giovane studente Sauro Brigidi, poi diventato brillante titolare della redazione pesarese del giornale per vari decenni.
In quegli anni l'Istituto Magistrale e le scuole "complementari" medie avevano sede in Piazza Del Monte, con a lato anche l'asilo infantile, vicino all'ex Chiesa della Maddalena. Erano gli anni in cui gli insegnanti più noti di quelle scuole erano i professori Spinoso, Jannucci, le professoresse Castellani, Farina, il preside Barbadoro, la segretaria della scuola media signorina Artazù, ecc. In piazza Olivieri era consuetudine incontrare il Maestro Riccardo Zandonai, che si inoltrava nel palazzo del Conservatorio Musicale.
Il Resto del Carlino, unitamente ad altri quotidiani sui quali, peraltro, la cronaca pesarese era inesistente o, comunque, assai scarsa, veniva venduto non soltanto nelle poche edicole allora esistenti, ma anche da parte di due simpatiche e popolari sorelle, l'Amalia e la Stella, che percorrevano le principali vie della città con una grande sacca nera piena di giornali. Meritano di essere ricordati, a tale proposito, due aneddoti riguardanti queste due sorelle che "strillavano" per strada i principali titoli dei quotidiani.
Il primo aneddoto si riferisce ad un avvenimento importante della guerra dell'Africa orientale (1935-1936), quando venne catturato dai soldati italiani Ras Cassà. La vispa Amalia "strillò" l'avvenimento dicendo: "Ras Cassà fatto prigioniero" e subito, per curiosità la gente le chiese ove fosse stato trovato. Con disinvolta ironia l'Amalia rispose: "Nel tucul", che era il nome dato all'abitazione cilindrica con tetto conico di paglia, tipica dell'Africa orientale.
L'altro aneddoto si riferisce, invece, all'epoca dell'approntamento del "Patto d'acciaio" Roma- Berlino (fascismo e nazismo) del 1939. Per l'occasione il ministro degli Affari esteri nazista Von Ribbentrop venne a Roma e l'Amalia annunciò con grande risalto sui giornali, strillando a gran voce per le strade di Pesaro: "Rubben-trop a Roma!" Si disse allora che sia l'Amalia che la sorella Stella fossero state subito convocate in Questura e diffidate dal pronunciare ancora quella frase, perché troppo "ambigua ed allusiva", tanto da essere ben compresa da vari cittadini per il suo evidente doppio senso.
Giuseppe Righetti
QUANDO SUONAVA LA RAGANELLA
(Il periodico umoristico pesarese)
Negli anni Trenta si pubblicava a Pesaro un periodico umoristico-satirico cittadino. Si chiamava La Raganella ed era redatto da spiritosi pesaresi che annotavano gli avvenimenti cittadini, i comportamenti individuali di personaggi in vista, commentavano le iniziative e le attività professionali, turistiche, sportive. Naturalmente le notizie ed i commenti erano redatti tutti all'insegna dell'ironia e dello sfottimento per i fatti e le persone prese in considerazione. C'erano anche alcune rubriche fisse, dedicate, ad esempio, alle avventure (presunte e millantate) del Re delle Serve, cioè di un cameriere gaudente che svolgeva anche un'attività di collocamento delle donne di servizio.
La Raganella alternava agli articoli e alle note giornalistiche anche dei disegni: le cosiddette "caricature", raffiguranti le persone prese di mira dai bizzarri redattori del periodico. Così apparivano "le caricature" di Jop Jip Drin Drin, un noto barbiere di periferia, o quelle della Greta Garbo, una signorinella che si tingeva il volto e caricava il trucco agli occhi, oppure quelle dei primi bagnini cittadini, fin d'allora avvolti dall'alone di millantate galanti avventure con le turiste.
Gli spettacoli all'aperto, che d'estate si svolgevano all'Arena al Lido (situata ove ora ci sono i giardini in viale Trieste, angolo viale Zara) erano occasione per fornire ai redattori de La Raganella spunti per i loro articoli e commenti, riservati a volte anche alla critica agli attori ed interpreti degli spettacoli, ma soprattutto utilizzati per annotare atteggiamenti, giudizi, comportamenti degli spettatori più in vista della città. Anche vicende di vita familiare o della vita pubblica locale passavano al vaglio degli estrosi redattori de La Raganella. Così appariva la vignetta dedicata alla prosperosa signora residente nel rione del porto che, per evidenziare il suo stato di agiatezza economica, propagandava i molti lavori di abbellimento della sua abitazione, dicendo alle amiche che aveva in casa i muratori che le ripassavano tutta la tetteria (cioè stavano rifacendo la copertura della casa). Oppure il giornale riportava il dialogo tra un padre benestante ed il figlio zuccone, mandato tuttavia a studiare all'università, i quali, passeggiando sul lungomare a Pesaro così si parlavano ammirando la luna splendere sul mare:
IL FIGLIO: "Papà la luna di Pesaro è come quella di Roma?"
IL PADRE: "Por i mi quadren!"
Altro esempio, che piace ricordare, è il dialogo sferzante tra due ricchi signori appassionati di automobili che si punzecchiavano sui requisiti e la modernità delle auto che frequentemente acquistavano, Avendo uno dei due personaggi cittadini presi di mira da La Raganella acquistato una nuova auto tinteggiata con colori beige e marrone, fu apostrofato dall'altro signore in questo modo:
"T'ha compred una monghena?" (Hai comprato una mucca?). La risposta fu non meno sferzante: "La tua monghena la è a chesa" (La tua mucca è a casa), alludendo alla moglie.
Oggi non abbiamo più questo tipo di giornalismo locale ironico, sfottente, allegro, stuzzicatore. Tutto è diventato tremendamente serio, anche se, invece, molte cose potrebbero essere viste e lette in chiave ironica, anche per evitare la monotonia di vicende locali dovuta a problemi non risolti, ad errori, trascuratezza, incompetenza, lassismo. Né radio locali, né periodici locali si cimentano nel giornalismo satirico, come accadeva in passato con appositi fogli, come La Raganella. Eppure non mancano gli argomenti, i personaggi, i fatti, le questioni che si prestano anche alla satira e che, forse, potrebbe essere, se ben fatta, costruttiva e stimolante quanto e più della sola critica. Nella politica locale, nell'amministrazione della cosa pubblica, nelle attività produttive ed in altre attività potrebbero aversi esiti stimolanti ed utili.
Meditate gente!!
Recensioni: Un saggio di Vito Marino Caferra
IL MAGISTRATO SENZA QUALITA''
Il consigliere di Corte d'Appello, Vito Marino Caferra, in un libro dal titolo "Il magistrato senza qualità" (Laterza 1996) sostiene che è in atto una "mutazione genetica" della magistratura italiana.
Per il dottor Caferra "il magistrato senza qualità è essenzialmente il modello ideale di un uomo di potere che usa la sua competenza per affermarsi nelle molteplici zone franche dell'ordinamento giuridico. Così avviene nel processo penale "quando, in presenza di un semplice sospetto, il magistrato decide l'iscrizione nel registro degli indagati (...) oppure, allo stesso fine, dilata l'ambito delle fattispecie, particolarmente quelle del concorso criminoso; e, ancora, quando in una situazione di discrezionalità di fatto intensifica alcune indagini e rallenta od omette del tutto altre (...) o quando nell'incertezza o in mancanza della prova necessaria chiede o dispone il rinvio a giudizio o, infine, si accanisce nella ricerca della prova forzando gli strumenti di indagine per obiettivi di sostanzialismo giudiziario".
A giudizio di Caferra appare difficile trovare una legittimazione a tanto potere, che viene esercitata da chi ha superato (e soltanto perché ha superato) un concorso per esami su nozioni giuridiche. Ma "il magistrato senza qualità" è anche il magistrato moralista "che non oppone alcuna resistenza - ed anzi spesso attinge - alla cultura del sospetto, riesce a vedere illeciti anche nelle mere irregolarità e, anche in situazioni obiettivamente incerte o equivoche, ritiene "doverosamente" di denunciare e indagare (...). Quanto più è radicata la sua convinzione morale tanto più è tentato di deformare i dati fattuali e normativi e di semplificare la realtà (...). Di fronte ad una verità affidata al pregiudizio, ogni dubbio, ogni richiamo al principio della prova, ogni naturale sviluppo processuale che si allontani dalla verità precostituita appaiono sospetti o addirittura "oggettive" forme di collusione. Inevitabilmente, ne viene condizionata la libertà del giudice con il rischio che, sotto la pressione del moralismo di massa, sia alterato l'esito del processo".
"Il magistrato senza qualità" è, inoltre, narcisista: "Il narcisismo ha fatto del magistrato un uomo di salotto e un talk-show-man che si ammira nello schermo televisivo e si concede volentieri ad interviste e servizi fotografici. Così non è raro incontrare magistrati che esibiscono la loro dottrina o rendono nota la loro personale visione del mondo come corsivisti, editorialisti, opinionisti, commentatori (...) o compongono compagnie viaggianti sempre in tournée da un convegno ad un dibattito, da un telegiornale ad uno "speciale".
Ma il narcisismo del magistrato è anche elemento essenziale del "circo mediatico-giudiziario". Infatti, "non c'è ufficio di procura che non possa contare su un feeling permanente con alcuni giornalisti fedeli, i quali sono sempre pronti a divulgare gli orientamenti di quell'ufficio, ad illustrare le strategie investigative, a curare l'immagine dei magistrati inquirenti rendendo loro prestazioni al limite della piaggeria (...). In cambio di questi servigi ai giornalisti fedeli viene riconosciuta l'esclusiva delle interviste e l'anticipazione di notizie riservate sullo sviluppo delle indagini (...). Nel circo mediatico-giudiziario non c'è soltanto la voglia di esibirsi dei suoi protagonisti e la scarsa considerazione per i diritti della persona. C'è anche la lucida determinazione ad affermare la politica giudiziaria grazie al consenso popolare raccolto attraverso i mass media".
Giuseppe Righetti