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Luglio-Agosto 2001 / Lettere e Arti
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Luciano Anselmi, un uomo solo


Il ricordo di un amico a cinque anni dalla morte

Sono già passati cinque anni dalla scomparsa di Luciano Anselmi. Mio Dio, come passa il tempo! Credevamo allora che niente sarebbe stato più come prima, ma ci sbagliavamo: abbiamo continuato a vivere come se egli non avesse mai attraversato la nostra esistenza. Come se insieme a lui non avessimo vissuto molte Serate di nebbia e di pioggia, come se le interminabili discussioni su Gramignano non ci fossero mai state, come se Gli Anni e gli Anni non fosse mai stato scritto e persino come se non avessimo mai bevuto insieme al Vicolo e nessuno avesse inviato una Lettera a Paolino. E' triste ma così è la vita, la nostra povera vita. Una vita che ci illudiamo di eternare con le opere fingendo di dimenticare che sono pur sempre opere di uomini anche se a volte le definiamo con scarso senso della misura: divine.
Eppure Luciano Anselmi è vissuto con noi, vorrei dire per noi anche se egli non me lo avrebbe consentito. Ha letto tutti i libri e ha provato la stanchezza della carne, ha passato notti lunghe a scrivere pagine su pagine e si è trovato spesso di fronte all'orrore della pagina bianca. Tutto per provare quel piacere indescrivibile che prova l'autore nel rigirare tra le mani la prima copia della sua nuova opera immaginando che sarà l'ultima perché con essa avrà toccato il cielo. Tutto per farsi leggere, tutto per farci leggere. Tutto per provare l'ansia spasmodica delle recensioni e la delusione per la povertà delle stesse. Tutto per osservare le copie invadere la vetrina del libraio amico ed i ritagli stampa accumularsi ed ingiallire appiccicati sul vetro. Tutto per sentirsi dire dagli amici "Non ho avuto ancora il tempo di leggerlo" e scoprire dopo una facile verifica in libreria che non lo avevano neppure comprato. Ed allora sentire montare la rabbia dentro il cuore contro i filistei sbrigativamente confusi con quella che spregiativamente definiva Faneseria. Ed allora la nuova illusione di fare una Tavola rotonda con pochi e scelti amici e scoprire che anche alcuni fra loro cercavano l'utile e non il diletto. Ed allora l'invettiva di Balzac.
Strana storia quella di Luciano, già segnata dall'esordio. Niente sulla Piazza si disse e per lui era cambiato il mondo. La sofferenza di un incompreso, un orrendo omicidio annegato nelle ultime ore di una guerra fratricida di cui nessuno voleva più neppure parlare. Chi ha dato ha dato con quel che segue. E lui che si ostinò, che non volle dimenticare, che non si rassegnò al fatto che l'innocente era diventato colpevole e l'assassino un eroe. Cercò di allontanarsi da quell'episodio, provò nuovi stili, esperimentò nuove forme narrative. Ma i morti lo guardavano ed egli sentiva di dovere loro almeno il ricordo. Luciano non dimentica, Luciano resiste a tutto e a tutti, alle lusinghe come alle minacce, all'isolamento e alla marginalizzazione a cui lo condannano il suo ostinarsi a ricordare di che lacrime grondi e di che sangue lo scettro del potere. Luciano è stato uno dei pochi chierici che non hanno tradito. E pochi eletti glielo hanno sempre riconosciuto: Mario Luzi, Carlo Bo, Giovanni Spadolini, Raffaele Crovi, Fabio Tombari, Valerio Volpini che appena arrivati a Fano chiedevano di lui, volevano lui. Ma sono passati cinque anni, dopo la sua morte si è riaperto come per incanto il "Teatro della Fortuna", riapertura che egli aveva chiesto per 50 anni, sono arrivati Internet ed il cellulare che, sono sicuro, Luciano avrebbe detestato come detestava tutte o quasi le novità che turbavano il suo mondo. E' cambiata persino la politica. Ma Luciano non c'è più, i suoi libri non sono più in vetrina, il Resto del Carlino non pubblica più i suoi interventi domenicali, non lo troveremo più di fronte ad un bicchiere di vino con l'eterna sigaretta in bocca a parlare di fronte a un piccolo uditorio attento del Generale De Gaulle, dell'amato Balzac, di Flaubert e Maupassant e dei politici che lo avevano sempre deluso e che continuavano a deluderlo fino al punto da non lottare più, fino al punto da perdere la speranza, fino al punto di lasciarsi morire.
Ed aveva visto giusto anche in questo. Nessun amministratore pubblico venne ai suoi funerali, il più grande scrittore della nostra comunità se ne andava ed il potere non offriva neppure l'onore delle armi. Riposa in pace Luciano, quando toccherà a loro ci sarà la banda e qualcuno in rendigote farà il discorso: ma nessuno piangerà come noi abbiamo pianto per te.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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