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Personaggi allo Specchio:
Licia Ratti

Luglio-Agosto 2001

LA VESTALE DELLA MODA

La vera eleganza è attraversare tutta Londra senza essere notati.
(George Bryan Brummel, sedicente Lord e dandy inglese, amico del Principe di Galles, 1778-1840)


Una mattina di dicembre del 1992 Pietro Ratti (già gravemente malato) si svegliò di buon umore e pieno di energia: confidò alla moglie che intendeva rinnovare tutto il “reparto uomo” della boutique. Moriva dieci giorni dopo, quasi alla vigilia di Natale; ma tutti continuarono a lavorare in quei giorni febbrili (i dipendenti più anziani con le lacrime agli occhi), abbassando solo leggermente le luci del negozio in segno di lutto. Così avrebbe voluto lui, perché “The show must go on”, come si dice nel mondo dello spettacolo: la recita deve andare sempre avanti, nonostante tutto. Si concludeva a quasi 79 anni, in una fredda notte pesarese tra sabato e domenica, la parabola di vita di quest'uomo arrivato da Milano in giovinezza durante la guerra; che, in cinquant'anni di lavoro ininterrotto insieme a sua moglie, aveva trasformato un piccolo negozio di abbigliamento sul Corso nel più importante atelier di moda del centro Italia che dà lavoro a 70 dipendenti.
Il giovane tenente dei bersaglieri era arrivato a Pesaro nel 1942, in licenza di convalescenza dopo una ferita al braccio sul fronte russo; e sulla spiaggia aveva subito adocchiato quella ragazza col costume a bretelline, fra le più allegre della compagnia. “Tu sei la donna che fa per me”, le disse improvvisamente un giorno alla stazione, dove tutto il gruppo era andato a salutare un amico che partiva. Tre giorni dopo andò a ordinare un vestito su misura da Erasmo Pezzodipane, un rinomato sarto della città e, tra una chiacchiera e l'altra sulle stoffe e sui modelli, gli chiese in sposa la figlia. Il pover'uomo restò a bocca aperta, col centimetro alzato, pensando alla primogenita diciannovenne (già così promettente nella gestione della sartoria) che stava per prendere il volo. Ma le cose andarono velocissime. Arrivò una lettera dei genitori Ratti da Milano, che esprimeva il compiacimento per la scelta del figlio e allegava una loro foto. “Insomma, mi sono trovata fidanzata in pochi giorni. Ma forse è stato meglio così: perché era un bellissimo ragazzo moro, con gli occhi neri, e se non facevo presto me lo portavano via... Me lo sono tenuto ben stretto!”.
Poi il ritorno al reggimento dopo la convalescenza, le ultime vicende di una guerra ormai perduta, un periodo di sfollamento al Gallo; e infine, nel settembre 1945, il matrimonio nel Duomo di Pesaro e l'inizio di uno straordinario rapporto di vita e di lavoro.

Un Presidente taglia 42. Se volete chiedere un'intervista a Licia Ratti, dovete prima superare almeno due filtri: la sua segretaria particolare e un giovane docente universitario di Comunicazione che cura l'immagine dell'azienda in tutti i dettagli, compresi i corsi di stile e di comportamento del suo personale. Dopo questo accurato esame del cronista e delle sue intenzioni, appare lei: il Presidente della “Ratti s.r.l.”, un nome ormai mitico nel mondo della moda. La incontro nella boutique di Via Rossini, che assomiglia più a un club inglese che a un negozio, con la porta di vetro e legno tirata a lucido, gli armadi di noce nel silenzio ovattato delle moquette, le mazze da golf in bella vista nelle sacche di cuoio, la scala interna in mogano, l'aplomb impeccabile dei venditori: un'atmosfera che intimidisce, e non solo per il livello dei prezzi.
Nata sotto il segno del Capricorno (quello degli artisti) ha l'atteggiamento deciso dell'imprenditrice che sa quello che vuole; forse è capace anche di una certa durezza, tipica di chi si è fatto da solo. Ma bastano pochi minuti di conversazione per entrare in sintonia: si mostra disponibilissima al colloquio, felice di rievocare gli anni della sua giovinezza, addirittura solare quando parla del suo lavoro e dei suoi due nipoti: Francesco, che dopo la laurea è andato a lavorare in Costa d'Avorio vincendo un concorso dell'ONU; e Matilde, che studia alla Bocconi a Milano. Non si può fare a meno di notare l'eleganza e la cura dei dettagli: il trucco perfetto, un vestito primaverile di Chanel, con scarpe coordinate della stessa marca, occhiali colorati di Christian Dior, una collana di coralli. Indossa una taglia 42, la taglia delle mannequin: anche perché non le piace cucinare, non ha mai mangiato molto, evita dolci e gelati. Ma sono soprattutto il temperamento e il ritmo di lavoro a tenerla così magra e scattante. Quando non ricorda subito un nome o una data, si schermisce con un po' di civetteria: “Sa, alla mia età me lo può consentire…”; ma in realtà rievoca, con precisione e vivacità, persone, incontri, vicende e sensazioni. Mentre parla a ruota libera, torna ad essere la diciannovenne allegra che incontrò Piero sulla spiaggia; poi diventata nonna senza accorgersene perché troppo impegnata a comprare vestiti dai grandi stilisti, con l'occhio critico della professionista esperta, e soprattutto a venderli alle clienti del jet-set che vengono a trovarla anche da Roma, Bari, Venezia, Treviso.
Riemerge, attraverso il racconto, una famiglia di lavoratori nella Pesaro dei primi anni '40: il papà sarto venuto da Macerata, che crea un grande laboratorio (una scuola per tanti futuri sarti della città), la mamma casalinga, la sorella Manila e il fratello più piccolo che vuol fare l'attore e se ne va a Roma, dove diventerà per tutti Marcello Tusco. La ragazza è incantata dal laboratorio di sartoria, dai modelli di carta, dalla creazione di un vestito su misura (l'operazione finale era una stiratura di un'ora, perché la forma fosse assolutamente perfetta). Non c'erano grandi divertimenti a Pesaro in quegli anni frugali. Andava al Circolo cittadino la domenica, accompagnata dalla mamma; ma faceva anche parte della Filodrammatica locale, diretta dal ragionier Pompei, sostenendo parti brillanti di commedie italiane, portate anche in tournée, il sabato sera, nei teatrini della provincia.

L'ultimo dandy. Quella promettente carriera di attrice comica fu interrotta dall'incontro fatale sulla spiaggia. Passato il fronte, Piero le disse: “A Pesaro manca un grande negozio di moda, esclusivo, con grandi marche. Perché non lo facciamo io e te?”. Lui aveva studiato alla Bocconi, aveva un po' di soldi di famiglia e le idee in grande dei milanesi; lei aveva un'esperienza maturata sul campo, l'entusiasmo vitale della giovinezza, ed era innamorata. Il 1° novembre 1945 si apriva sul Corso la prima vetrina di un negozio piccolo, ma pieno di vestiti da favola, acquistati a Milano da Jole Veneziani e altri famosi stilisti dell'epoca. E comincia la corsa: tutti i giorni alle sette del mattino per alzare la serranda e pulire il negozio con l'unica commessa, a mezzogiorno a casa per allattare Silvana (che stava per nascere in negozio, un pomeriggio d'agosto, mentre la mamma provava un paio di scarpe a una cliente), qualcosa da mangiare, “ho venduto un altro vestito”; i viaggiatori con i loro campionari, da ricevere spesso dopo cena; i conti da pagare; il treno del mattino per Milano per comprare i nuovi capi di stagione; la vetrina da allestire il sabato sera, perché la vedessero i clienti l'indomani, nel passeggio dopo la messa. Mai una vacanza, una sosta, un viaggio di piacere. “Eravamo giovani e ambiziosi, volevamo creare qualcosa di grande, che varcasse i confini di Pesaro. A questo sogno abbiamo sacrificato tutto”.
Quando la sede del Corso comincia a diventare stretta, si rilevano i locali degli esercizi confinanti: il fioraio, il negozio di biciclette. La figlia Silvana viene mandata a studiare a Parigi, per apprendere la lingua e la moda, ed entra giovanissima nell'azienda per farsi le ossa (oggi è soprattutto lei la compratrice del grande prêt-à-porter). Nel 1967 il grande salto, con l'apertura dei saloni di Via Rossini, già sede della Banca d'Italia. Per l'inaugurazione, il giardino interno ospita la prima sfilata estiva che rimane per oltre trent'anni il più ambito appuntamento dell'ultima domenica di agosto: con le signore bene che si aggiornano sulle novità stagionali; mentre i mariti concupiscono senza speranza le modelle che avanzano ondeggiando, guardando nel vuoto, con movenze di pantere sexy.
I coniugi Ratti cominciano a vedere gradualmente la realizzazione del loro progetto. Nelle boutique di Pesaro, Ancona (ora chiusa) e Bologna offrono, in esclusiva per tutto il centro Italia, le griffe più prestigiose: Hermès, Chanel, Saint-Laurent, Dior, Ungaro, Gucci, Burberrys, Aquascutum…Ricordo Pietro Ratti, negli ultimi anni, in qualche breve passeggiata pomeridiana in Via Rossini (per non perdere di vista le sue vetrine): doppiopetto di gran taglio, cravatta intonata, fazzoletto al taschino, scarpe lucidissime, un'eleganza raffinata da ultimo dandy. Quando il diabete e la cataratta lo stavano già accecando, dava il braccio a Licia a fronte alta, per darsi un contegno, facendosi in realtà condurre da lei. Non si lamentava mai della sua salute. “Ricordati sempre della nostra immagine”, diceva alla moglie, “Non ci debbono mai vedere avviliti, o dimessi, o ammalati, perché il negozio ne risentirebbe”.
Voleva edificare la sua tomba di famiglia a Pesaro, ma si è innervosito per gli ostacoli burocratici che gli frapponevano. L'ha comprata a Milano, dove ora è tornato a casa.

La bomboniera sul mare. Quando da ragazza tornava dalla spiaggia, diretta verso il centro, attraversava la grande area verde del Kursaal: che allora non si chiamava Piazzale della Libertà e non c'era ancora la Palla di Pomodoro, perché Arnaldo Pomodoro faceva le medie. Non poteva certo immaginare che una di quelle stupende ville bianche di inizio Novecento che incoronavano il mare sarebbe stata la sua futura abitazione insieme a Piero.
La villa, con i pavimenti in cotto e in parquet, i mobili di antiquariato, i tappeti, i quadri dei pittori pesaresi e dell'Ottocento milanese, le foto in cornice, le tovaglie ricamate, le decorazioni in azzurro, il giardino fiorito, è una grande bomboniera che prolunga idealmente l'atmosfera raffinata della boutique. Mi serve un tè freddo in una cucina in legno con i fornelli invisibili, che sembra un salone di rappresentanza; uno dei salotti ospita un mega-schermo TV e i videoregistratori, perché le piace registrare film e programmi per rivederseli con calma.
Qui ama stare sola, per riposarsi dopo le ore ancora frenetiche della sua giornata di lavoro, con tutte le commesse intorno e le signore di cui deve subito capire i gusti per consigliare la mise più adatta. Ma quando è in casa di sera, e forse scende un po' di malinconia sulla sua vita, questa donna di ferro annota prima di addormentarsi qualche frase su foglietti sparsi che poi nasconde tra le fotografie. Ne ho trovato uno, scritto come in fretta, con una calligrafia precisa e nervosa, che diceva: “Questa è la mia camera, dove dormo, leggo, scrivo, dove tutti i miei pensieri, i dolori, le preoccupazioni, le tristezze, la gioia, l'inquietudine, i tristi ricordi si placano. Penso a Francesco lontano, prego per lui e sogno sempre un suo ritorno e una grande posizione nel mondo dove lui lavora. Penso a Matilde: dolce, sorridente, forse anche felice, ma… lontana da me perché vive in un suo mondo dove io entro stretta!”.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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