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Una tonaca in bicicletta


Scoperta una lapide per Mons. Aurelio Ferri

Le celebrazioni della Festa della Madonna del Carmine (che ricorre il 16 luglio, ma quest'anno è stata anticipata a domenica 15 luglio) si sono aperte il 1° luglio con la solenne incoronazione della statua della Madonna e con lo scoprimento della lapide in memoria di monsignor Aurelio Ferri nel ventesimo anniversario della scomparsa.
Don Ferri, come era chiamato da tutti, è stato un personaggio “storico” della comunità pesarese, attraverso tutte le stagioni. Sul suo conto è fiorita una sterminata aneddotica, derivata dalla prontezza delle sue battute che fustigavano la politica e i costumi del tempo; dalla sua irruenza di predicatore alla Messa di mezzogiorno in Duomo; ma anche, e soprattutto, dall'impegno senza soste a favore dei bisognosi. Era il prete dei poveri e degli emarginati ai quali donava tutto quello che riceveva, bussando a tutte le porte. E' stato per decenni anche insegnante di religione presso gli Istituti superiori, e in particolare il Liceo Classico, dove ha avuto come allievi gli esponenti di tutta la futura classe dirigente della città: da Forlani a De Sabbata, da Scevola Mariotti a Domenico Settembrini, da Antonio Brancati a Gianfranco Sabbatini.
Lo Specchio della città lo ha ricordato indirettamente (nel numero di maggio 2000) con un racconto di Valentino Rocchi dal titolo “Un prete leggendario”: non veniva fatto il suo nome, ma tutti lo hanno riconosciuto immediatamente. Lo ricorda oggi ufficialmente, pubblicando questo intervento di Roberto Pantanelli, apparso a suo tempo in un volume celebrativo del Liceo Classico “T. Mamiani”.

Don Ferri era uno di quei preti che tanto sarebbe piaciuto a Nino Caffè di ritrarre in un giorno di vento lungo la marina: una gran gonna nera sopra un corpo minuto a cavallo di una bicicletta a ruote basse, un viso asciutto e volitivo, dall'incarnato rosa, con due occhi benevoli, mobili sotto un cappellaccio a cupola; le mani magre sempre in movimento, pronte al pizzicotto e alla carezza.
Quando eravamo studenti, e lui era insegnante di religione a pasticciare insieme col nuovo e l'antico testamento qualche volta avvoltolava sui fianchi quella gonna, e a cavallo di una 175 Benelli scorrazzava chissà dove: gli scolari insinuavano che andava a donne, ma lui poveretto le donne le metteva in riga e quelle gli volevano bene lo stesso. Fumava qualche sigaretta Popolare, quelle col tabacco da carrettieri, perché diceva disinfettavano i polmoni, che lui aveva avuti malandati nella fanciullezza. Una fanciullezza di stenti - polenta e polenta, raccontava - e poi nel seminario dei poveri, a Gradara, dove invece poteva ingoiare anche quattro uova al giorno, “crude come il sedere delle galline le aveva fatte”. Quante generazioni di pesaresi sono passate sotto il suo insegnamento nei corsi dell'Istituto Tecnico Bramante e del Liceo Classico Mamiani! E quante altre ne aveva viste quando doveva fare il cappellano per le schiere dei balilla e degli avanguardisti, al tempo del disciolto regime! Ma lui non era un politico, era soltanto un prete, e un prete con la voglia di farlo. Magari ti aveva dato uno sganassone, ma poi ti ricordava e ti riconosceva per tutta la vita. Girava per la città, e con tutti era capace di buone simpatiche parole, spesso graffianti, mai malevole.
Era anche una specie di banca ambulante. Aveva sempre un certo problema da esperti, che consisteva in questo: ho bisogno di una buona somma di danaro, per mettere a posto la brutta faccenda di un disgraziato: fammi un prestito, appena il Signore mi darà una mano ti restituirà ogni cosa. Poiché aveva amici di ogni genere, e soprattutto tanti ex alunni infilati nella vita, mezza città acconsentiva a dargli qualche sommetta, naturalmente sapendo che erano a fondo perduto. In questo modo poteva aiutare tante persone bisognose e provvedere al restauro della sua chiesa e cappella. In tasca, di suo, non aveva mai un soldo. Aveva la gioia di vivere e la pace nel cuore. E sì che di temperamento era focoso e polemico. Aveva fatto migliaia di prediche in tutte le chiese della provincia, quando parlava in Cattedrale il tempio era sempre gremito. Tuonava contro i cattivi costumi, inveiva contro i senza Dio di certi partiti politici. Inveiva, e poi magari andava a cena con i nemici, spesso ex alunni, perché anche lì poteva tirar loro le orecchie come meritavano. Un piccolo prete che aveva una grande anima. E un cuore che era il cuore stesso della città. Difficile non sentire il vuoto per la sua mancanza. Don Ferri (mons. Aurelio Ferri, commendatore della Repubblica per l'anagrafe e la distinzione civile) è morto alle 7,30 di venerdì 6 novembre, all'età di 86 anni. Una breve malattia, con la bicicletta appena riposta nel vestibolo della casetta in via della Canonica. Le esequie funebri nel pomeriggio di sabato, in quella cattedrale che lo aveva visto così attivo e fecondo. Concelebravano insieme al Vescovo tutti i sacerdoti della diocesi - oltre 60! -, presente una marea di cittadini, illustri e meno illustri, uomini e donne, giovani e vecchi. Un addio commovente all'amico fedele, al sacerdote, al cittadino esemplare. Un arrivederci per chi ha la fede, un abbraccio malinconico per tutti gli altri. Don Ferri era una parte di noi stessi, certamente quella dei tempi migliori.

Roberto Pantanelli


 
 
 
 
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