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Sportivi all'occhiello:
I pattinatori

Luglio 2001
LE ALI AI PIEDI

Un rollìo cupo, sempre più vicino, sempre più distinto (data la quasi assenza di traffico motorizzato): era il solito gruppo di pattinatori che sopraggiungeva alle mie spalle di bambino, il gruppo di extraterrestri che suscitava nella mia fantasia le ammirazioni e le rappresentazioni più inverosimili; al punto da pensare che con otto rotelle sotto i piedi avrei potuto conquistare anch'io spazi sconosciuti. In realtà quei pattinatori potevano raggiungere con le loro uscite di allenamento mete come il Furlo, Senigallia, le Siligate, ecc.; ma non erano né extraterrestri né Superman, dato che quei supporti sotto i piedi erano ormai d'uso (pur non tanto comune) dalle nostre parti fin dalla metà degli anni ‘30.
Probabilmente il primo temerario potrebbe essere stato quel folletto fanese di nome Raffaele Amadori che ben presto partecipò alle prime gare nelle quali, in pieno regime, era d'obbligo per i partecipanti il saluto romano prima della partenza. Quasi subito si creò una moda in riva al Metauro e furono forse piacevoli gradassate quelle visite rotellistiche dei vari Amadori, fratelli Manna, Ferranti, Severini, Puglisi ed altri con le magliette rosso vivo della Polisportiva Alma Juventus verso la vicina Pesaro; quel vento di novità fu captato dai fratelli pesaresi Guido e Nella Cocco, seguiti poi dal prof. Badioli, dalla sig.ra Mancini e da Elisabetta Cognetti. I pattini erano ancora quasi tutti a morsetto e solo più tardi ci si ingegnò a bucare per il fissaggio qualche generico scarponcino in fin di vita. Nel periodo bellico i pattini sparirono tra polvere e ragnatele; ma (a guerra ancora in corso) qualcuno non resistette: l'occasione per riesumarli fu la partenza di una compagnia inglese della R.A.F. dai locali della G.I.L. di Sottomonte. Con un passaparola a tam tam si ritrovarono in quegli scivolosi corridoi e saloni i giovani Cocco, Boiani, Gelsi, Amori, Ribuoli, Olmeda, Tombari, Fornasiero, Vichi ed altri. Poi le prime uscite su quel viale alberato di sottomonte e sulle strade salvate dalle bombe. Ma le ruote di legno tornito sparivano presto lungo le strade; il legno di carpino allungò la loro durata, anche se occorreva pur sempre una buona scorta di ruote per garantirsi il ritorno. Ma la fornitura, data la carenza di tutto? Ingegno, fantasia e senso pratico sbocciarono nella mente dinamica di Enzo Boiani, già con la propensione per l'artigianato e la meccanica. Una capanna di legno vicino alla G.I.L. divenne un'officina, pezzi di ferro tagliati dalla ringhiera del cavalcavia e poi saldati divennero stampi-conchiglie per la fusione, le rotaie a due passi si prestarono da incudine, pezzi di alluminio di aerei abbattuti divennero materiale da fondere (segno di una voglia crudele e irrefrenabile di passare dalla tragedia al gusto nuovo della vita) per tante nuove e sempre più moderne suolette da pattini, un tornio sempre più insufficiente fece miracoli col legno di carpino.
La capanna dei Boiani arrivò per incanto come una manna sia per il gruppo pesarese, sia per quello fanese, che, solo per le ruote, dipendeva dallo "stitico" tornio di Rico Gerboni. Così, solo per le esigenze del gruppo e quasi per gioco, Enzo, aiutato dal fratello Bruno, iniziò una forma di artigianato che sbocciò poi in una produzione quasi industriale di pattini sempre più moderni, sofisticati ed apprezzati, richiesti ed esportati in tutto il pianeta, usati dai maggiori campioni. E pensare che il suo primo paio di pattini a morsetto gli era costato un anno di risparmi e che la marca più appetita e costosa era stata la tedesca Polar… Boiani continuò a pattinare in gruppo con fanesi e pesaresi, partecipò a qualche gara, a Ravenna e nei dintorni, ma ebbe il suo maggior merito con la produzione di pattini sempre più qualificati. Con questi si affermarono in territorio nazionale veri talenti: su tutti il fanese Gino Rondina (arrivato al tricolore, vittorioso di una Como-Seveso-Como e del quale Gelsi ricorda "...aj'aveva tùt!"), ma anche i pesaresi Giuseppe Olmeda, Giovanni Gelsi, Athos Tombari, Sergio Vichi, Corrado Amori, l'altro fanese Guido Del Monte, fino al fanese-pesarese Luigi Lodovici.
Dopo scorribande, sfide e passeggiate sempre più lunghe, anche i pesaresi, come i vicini cugini, vollero ufficializzarsi in squadra: nacque nel 1946 la Pattinatori Boiani, ribattezzata poi dopo alcuni mesi in Skating Club Pesaro. Il debutto agonistico fu ai Campionati italiani su strada a Pescara: vi brillarono Gelsi e Tombari con una vittoria in coppia ed un 2° posto. Il movimento rotellistico locale crebbe sia tecnicamente, sia numericamente, grazie soprattutto all'assenza di campanilismo tra pesaresi e fanesi; la rivalità sana e le frequenti "pezze" colorite si nutrivano di allenamenti comuni, di allegri ritrovi a pranzi e merende e di trasferte fin dove possibile collettive (da ricordare quella disagiata ai Campionati italiani a Ravenna, effettuata sul cassone aperto di un furgone). Già dal 1947 un'altra novità si associò alla corsa sui pattini: comparvero i primi rudimentali bastoni ricurvi e le prime "palline" per uno sport, l'Hockey, che esordì in strada, poi alla palestra "Carducci", poi ancora al campo Vittoria e che si protrasse poi fino all'oggi. Il decennio d'oro del pattinaggio pesarese su strada fu quello degli anni '50, grazie alla maturazione agonistica dei vari Olmeda, Gelsi, Amori, Tombari, seguiti poi dai vari Sgarzini, fratelli Brigidi, fratelli Fornasiero, Lodovici, Brusi, Bianchi.
Meglio Pesaro o Fano? La squadra pesarese aveva pedine di talento capaci spesso di centrare risultati anche a livello nazionale (solitamente tra i migliori 20 d'Italia), soprattutto con gli acuti di Olmeda; la squadra fanese, pur vantando pattinatori di indubbio valore (i fratelli Del Monte, Virgilio Ferranti, Ettore Puglisi, Paolo Severini e poi Duilio Benvenuti e Aldo Frulla), poteva fregiarsi di una punta come Gino Rondina, completo per doti di fondo, per spunti finali e per tattica di gara, capace da solo di fare la differenza. Se al loro apparire i pattini rappresentarono per i primi temerari una forma di snobismo, ebbero tuttavia il merito di aggregare valenti sportivi nelle prime gare su strada del periodo pre-bellico.
Ebbero poi un altro merito: negli anni immediatamente successivi al conflitto, con la scontata carenza di moneta e di mezzi di trasporto, divennero un diffuso mezzo per gli spostamenti in città e non solo (Vichi ricorda di averli usati spesso per recarsi da Pesaro alla scuola del Vittoria Colonna a Fano e di aver visto altrettanto spesso la professoressa di lingue Jolanda Cavallari recarsi a scuola a Fano in … otto ruote).
Finiti gli anni degli stenti e degli assestamenti anche sociali, iniziò un decennio d'oro per la pratica rotellistica. Non c'era gara in territorio nazionale che non vedesse la presenza di pesaresi e fanesi. Risultati, titoli, imprese, altruismi in gara, costanti resoconti giornalistici, aneddoti; fu un'epopea di valori tecnici forse irripetibile e malamente persa per alcuni motivi noti ed altri oscuri. Il traffico andava aumentando, la FIAT sfornava utilitarie sempre più alla portata di tutti; i pattini sulle strade comuni stavano diventando sempre più intrusi ed a rischio. Sorsero così, dopo reiterate e legittime richieste, le piste di pattinaggio al Lido di Fano (1953) ed in Viale Trieste a Pesaro (1958). Il pattinaggio si specializzò in pista (in piste costrittive, idonee, sì, per l'hockey, ma troppo anguste per la corsa), si mise il paraocchi, perdette le sue alternative di escursionismo e di gusto di spazi (stradali) sempre nuovi e cominciò inconsciamente il proprio declino; sopravvisse a Pesaro, si estinse addirittura a Fano.
Il semi-letargo rotellistico (fece eccezione Pesaro con la sua squadra di Hockey) durò fino all'inizio degli anni '90 con l'avvento dei rollerblade (lama con le ruote). I moderni pattini a ruote in linea infatti permettono un uso-ovunque con la loro scorrevolezza, silenziosità ed ammortizzazione; si pongono addirittura come rimedio sempre più auspicabile al caos dei centri urbani (come stanno ad indicare città come New York e Parigi). Per chi usa i rollerblade oggi è facile raggiungere certe velocità, ma si pensi anche che quei pionieri di cui sopra, con le loro ruote di legno, riuscirono a raggiungere velocità da brivido, quasi 80 km/h, come in una gara in discesa da San Marino; facile oggi con l'evoluzione produttiva azzerare quasi gli inconvenienti meccanici, ma si pensi anche che allora in gara si doveva sostituire una ruota usurata o spezzata da soli, mentre su una sola gamba d'appoggio si veniva spinti da un compagno; per favorire la divulgazione dei rollerblade e la ripresa del pattinaggio-corsa sembrano fatti apposta oggi certi tratti di lungomare e la nuova pista asfaltata (2,3 km di lunghezza) della zona sportiva "Trave" di Fano.
L'attività hockeystica pesarese è stata ininterrotta dal suo sorgere fino ad oggi con onorevoli campionati di serie "C", con un intermezzo di gloria in "B" per 3 anni dall'88 con partite al Palazzetto di Via dei Partigiani. Nel 1983 in un torneo internazionale a Chambery, in Francia, squadra pesarese fu battuta solo dalla squadra locale. Dal 1998 lo "Skating Club Pesaro" ha abbandonato per motivi di costi la prima squadra per dedicarsi alla valorizzazione giovanile. Nei fatti questa si traduce con l'evidenza di alcuni giovani di talento, convocati spesso in stages federali della F.I.H.P.
Ho parlato di pattinaggio, di reminiscenze e di tempi eroici; ora mi viene in mente di possedere due paia di pattini, tradizionali e moderni e ora mi viene voglia di rispolverarli. Spero che capiti altrettanto ai lettori di questa pagina…

Massimo Ceresani

P.S.: Seguirà nel prossimo numero il profilo individuale di alcuni protagonisti della storia rotellistica pesarese; un numero da non mancare per chi ha a cuore certe fette passate di vita sportiva.


 
 
 
 
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