L'Associazione Speciale Donna ha invitato Gianfranco Mariotti, sovrintendente del ROF, ad un incontro conviviale sul tema: "Il ROF, ovvero del piacere della filologia musicale". Mariotti ha rivendicato ai ventitré anni di attività del ROF il merito di aver permesso la scoperta di un Rossini totalmente diverso, sia come musicista che come uomo, da quello tramandatoci dalla tradizione. Ma questa scoperta, per la qualità tutta speciale dell'arte rossiniana, non può mai dirsi completa. La musica di Rossini, come quella di Mozart, conserva un suo nucleo di mistero, rivela allo studio più attento un'inquietudine di fondo che giustifica proprio l'attrazione magica dell'avventura intrapresa dalla Fondazione.
La vita di Rossini fu un insieme di anomalie: personalità unica che riassume nella sua opera le contrastanti tensioni di un'età di mezzo, di transizione. Se ogni musicista ha prediletto una delle tre componenti della musica, melodia, armonia e ritmo, solo Rossini le assembla e combina sotto il segno di un artigianato sublime e inimitabile di cui lui solo conosce la sigla. Misterioso e intrigante rimane il motivo che ha spinto il pesarese a fermarsi alla soglia del Romanticismo. Al contrario del romantico Verdi, Rossini usa un sentimento per scrivere un quartetto e non viceversa, ribadendo fino in fondo il primato dell'Arte sulla Natura. Questa posizione lucidamente "controcorrente", contro la Storia che lo incalzava in quel diciannovesimo secolo di eroici furori, spiega in parte i trentanove anni di silenzio in cui si chiuse, appena trentasettenne, giunto all'apice di una carriera sfavillante. Fu una rottura "intellettuale" con il suo tempo. Dopo aver dettato con il Guglielmo Tell il decalogo del Romanticismo, Rossini si rende conto di non provare alcun interesse per un codice che rifiuta la metafora, in cui il significato – il sentimento – prevale sul significante – la musica. Non è un caso che il Belcanto, il genere rossiniano per eccellenza, sia il trionfo dell'in-verosimiglianza, dell'ART-ificio, in cui la musica parla all'intelligenza e non alle viscere. Il riproporsi di arie di opera in opera, che pure funzionano senza forzature in contesti moralmente ed emotivamente diversi, richiama la magia del caleidoscopio. Come ogni magia, la musica rossiniana è liminale, presuppone l'attraversamento di una soglia. Così l'Italiana in Algeri non è solo il buffo, ma è anche l'altra faccia del tragico. Il teatro rossiniano rimanda ad un altrove con un effetto straniante di eccezionale modernità.
Per un caso bizzarro centocinquanta anni di vuoto (infatti della quarantina di opere di Rossini per un secolo e mezzo solo pochissime e solo opere buffe hanno figurato nei cartelloni teatrali) hanno permesso al lavoro critico, musicologico del ROF di restituire al pubblico un Rossini intatto su cui si è misurata la migliore sperimentazione teatrale di questi anni. Accanto alla ricerca critica la Fondazione ha portato avanti quella biografica, ad esempio con la recente acquisizione di 250 lettere inedite, nella speranza di gettare nuova luce sull'enigma Rossini. I documenti e gli innumerevoli aneddoti più o meno noti, ci rivelano, sotto le vesti garbate del gentiluomo agiato e salottiero, un uomo sarcastico e vigile che continua a modulare la sua arte oltre il suo tempo come testimonia la sua ultima composizione, quella Petite Messe Solenne che anticipa in modo sconcertante il jazz e per il cui "Agnus Dei" non sarebbe impropria una voce da blues. Come James Joyce, il più radicale dei moderni, un secolo dopo di lui, Rossini cerca la Forma assoluta della sua arte attraverso "l'esilio, l'astuzia e il silenzio".
Oramai alla completa rivisitazione critica del corpus rossiniano realizzata in questi anni dal ROF, mancano solo sei opere. Unendo musicologia e teatro, il ROF ha reso possibile la scoperta della modernità di Rossini, della complessità della sua ricerca formale che spazia senza soluzione di continuità dal comico al tragico. A conclusione del suo intervento Gianfranco Mariotti ha spiegato che è giunto perciò il tempo di rileggere il Rossini delle opere buffe, che infatti costituiscono il palinsesto del Festival di quest'anno. Sollecitato dalle domande del pubblico, il sovrintendente ha lamentato i tagli dei finanziamenti statali a cui la Fondazione ha dovuto far fronte con grande affanno, ma ha ribadito la sua irrinunciabile dedizione alla ricerca critica e teatrale, lanciando un invito alle autorità cittadine a raccogliere dal ROF il testimone per quanto è di loro pertinenza. Il dato acquisito della straordinaria modernità del grande pesarese giustifica l'apertura ad un pubblico più giovane, ma questo implica una politica dei prezzi, confermata anche quest'anno dalla direzione del ROF con le proiezioni su maxischermo a Villa Caprile al prezzo simbolico di 5 euro; politica che dovrebbe essere sostenuta dal Comune e dalla Provincia nell'ambito di una più complessiva opera di promozione culturale sul territorio.
Carla De Petris