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Le tracce secolari della comunità ebraica di Pesaro


La riapertura – qualche anno fa – della sinagoga sefardita di Via delle Scuole, la presentazione del restauro degli arredi lignei, assieme alla recente apertura al pubblico del cimitero ebraico del San Bartolo, hanno posto la città di Pesaro, dopo un lungo oblio, di fronte al ricordo della “sua” comunità ebraica. La locale comunità ebraica è sparita da meno di un secolo (nel 1921, ormai esaurita di risorse, venne affidata in amministrazione alla comunità ebraica di Ancona, cui fu poi definitivamente accorpata nel 1930), ma la sua presenza nella città adriatica si perde nella notte dei tempi. Gli ebrei di Pesaro erano ebrei “italiani”, cioè originari dei tempi della diaspora e dell'Impero romano, cui solo all'inizio dell'Età moderna si aggiunsero dei “sefarditi”, cioè ebrei provenienti dalla penisola iberica. Da qui le due sinagoghe presenti fino a pochi decenni addietro in Via delle Scuole: quella sefardita, o spagnola, restaurata qualche anno fa, e la scomparsa sinagoga “italiana”, alienata sul finire degli anni '30 e poi demolita.
La Fondazione Scavolini, oltre ad aver sostenuto il recupero del cimitero del San Bartolo, ha appena pubblicato un quaderno, Studi sulla comunità ebraica di Pesaro. Si tratta di un volume miscellaneo, che affronta aspetti diversi della vita ebraica a Pesaro, nell'intento di fornire la prima ricerca organica sul tema, grazie a scritti di Viviana Bonazzoli, Stefano Orazi, Giovanna Patrignani, Riccardo Paolo Uguccioni, Andrea Bianchini, Maria Luisa Moscati Benigni, Franco Panzini.
Il ghetto, istituito in Pesaro verso il 1633, comportò – come è noto – l'obbligo coatto di residenza per gli ebrei. Nello Stato di Urbino, da poco tornato alla Santa Sede, vennero istituiti tre recinti a Pesaro, a Urbino e a Senigallia, e lì vennero concentrati gli israeliti i quali, approfittando della (relativa) tolleranza roveresca, avevano fino ad allora dimorato ovunque, da Pergola a Fossombrone, a Barchi e a Mombaroccio. La concentrazione degli ebrei in quartieri appositamente designati comportò una serie di problemi anche giuridico-formali: per esempio, visto che non potevano possedere immobili, ma dovevano risiedere forzatamente in certe aree, e non in altre, si originò quella cosa giuridicamente indefinibile che è lo jus gazagà, un diritto di inquilinato perpetuo dietro corresponsione di un affitto al proprietario formale dell'immobile, che era sempre un cristiano. Nonostante questa e altre vessazioni che, nell'ambito dell'antigiudaismo cristiano, mirano ad assediare gli ebrei per convincerli alla conversione (obbligo del segno giallo, obbligo di assistere a prediche conversionistiche, ecc.), alcuni degli ebrei di Pesaro si mantengono attivi nel sistema di scambi interadriatici, centrati sul triangolo Venezia-Ancona-Ragusa (e più tardi Trieste). Viviana Bonazzoli studia fra l'altro le tipologie societarie degli ebrei pesaresi (che sembrano un po' diverse per “italiani” e “sefarditi”), ed esamina anche certe usanze dotali, sempre molto interessanti perché le doti ebraiche – almeno tra famiglie mercantili – configurano la moglie quasi come socio accomandante nella famiglia di cui entra a far parte. Un aspetto non meno interessante sono le conversioni, che hanno implicazioni non solo sul piano personale e familiare, ma anche sul versante giudiziario e patrimoniale.
Un'interessante acquisizione viene da un saggio di Stefano Orazi che, grazie a un ritrovamento documentario dell'Archivio di Stato di Pesaro, mette a fuoco con estrema precisione il sito di una antica sinagoga nella vecchia “piazza giudia” di Pesaro, anteriore alla costituzione del ghetto e situata in Via delle Zucchette, quella cui era probabilmente connesso – per così dire – anche il vecchio cimitero degli ebrei fuori porta Fano; il sito era già noto, ma adesso lo si individua esattamente grazie a una piantina allegata all'atto di vendita (una vendita, ricordiamolo, forzosa) con cui gli ebrei cedettero nel 1636 al conte Thieni il complesso di abitazioni e la sinagoga poste sullo “stradino dietro a San Francesco”, dove cioè oggi c'è il tribunale.
Giovanna Patrignani, invece, studia le vicende umane e finanziarie della famiglia Della Ripa, facoltosi banchieri. Nel ghetto di Pesaro, moltissimi erano in realtà i poveri e assai pochi i ricchi. Insomma il mondo ebraico pesarese presentava tutta la molteplicità possibile di situazioni economiche riscontrabili in qualunque società o gruppo, e la maggior posta di bilancio della comunità erano appunto le “elemosine settimanali”. La “ditta bancaria Salvatore Della Ripa”, poi condotta dai figli, fra ‘700 e ‘800 assume però un'ampiezza finanziaria notevolissima. Sono i Della Ripa a vendere nel 1842 alla marchesa Mosca il palazzo Mazzolari: ma a quel punto i Della Ripa se ne erano già andati da Pesaro, e risiedevano a Firenze. Nel terzo decennio dell'Ottocento, infatti, con la politica antigiudaica di Leone XII nello Stato pontificio, le maggiori famiglie (oltre ai della Ripa, i Gentilomo, i Bolaffi e i D'Ancona) se ne andarono da Pesaro, con grande danno per la superstite università israelitica, che qui iniziò un irreversibile declino. E' interessante osservare che la comunità di Pesaro manteneva un tenace legame (affettivo e contributivo) con alcune “università di Terrasanta”, cioè di Palestina, e in particolare con quella di Safed, in Galilea, alla quale gli israeliti di Pesaro inviavano periodicamente delle collette.
Assolutamente innovativo è un contributo di Andrea Bianchini sulle persecuzioni razziali nella nostra provincia: un tema terribile, come tutto ciò che sfiora il ricordo di quegli eventi. Chi potrebbe immaginare che luoghi come Urbino, Pennabilli o Isola del Piano a un certo punto, si chiede l'autore, siano diventati periferia di Auschwitz? Il saggio comincia con il censimento del 1938, con le leggi razziali e la loro applicazione nella provincia pesarese, con la propaganda, poi – dopo l'inizio della guerra – con l'internamento per lo più di ebrei stranieri (tanto era ormai ridotta e integrata qui da noi la presenza ebraica). Ci furono splendidi episodi di solidarietà, ma anche qualche sottufficiale dei regi carabinieri o qualche funzionario troppo zelante. A Gabicce un segretario comunale costruì tranquillo dei documenti ritoccati che salvarono tante vite, ma dall'ospedale di Urbino i tedeschi deportarono alcuni ricoverati ebrei, e poi li uccisero all'aeroporto di Forlì nel settembre 1944. Il saggio è integrato da alcuni documenti, che ricordano le pagine più terribili di Primo Levi.
Il saggio di Maria Luisa Moscati Benigni tratta l'insieme delle usanze funerarie: dalle tradizioni legate al lutto alle forme di conforto per gli afflitti, e prima ancora l'idea dell'oltretomba per gli ebrei, anticamente lo sheol, dove i defunti sopravvivono quasi senza coscienza dello stato di morte. Fino all'idea della resurrezione dei morti “quando piacerà a Dio”: idea che nella Bibbia è relativamente recente. Assieme al rabbino Levi Hezkia di Milano, l'autrice ha inoltre curato la traduzione e il commento di alcune lapidi del cimitero del San Bartolo, la più antica delle quali risale al 1692 e ricorda la morte del rabbino Meshulam Rafael Shalom Mi Fermo [= da Fermo] e poi, tre anni più tardi, di sua moglie Miriam. Sono lapidi redatte in ebraico e quindi di difficile lettura.
Chiude il volume Franco Panzini, che illustra le metodiche di intervento nel recupero del cimitero del san Bartolo: cimitero che, d'ora in poi, sarà manutenzionato grazie a un accordo fra la I Circoscrizione e l'Ente Parco regionale del San Bartolo. L'intervento è stato prevalentemente conservativo, con la riapertura (nel senso della percorribilità) di un'area ormai profondamente naturalizzata e – dopo decenni di abbandono - invasa dalla vegetazione. C'è stata la ripulitura dei cippi e delle lapidi, e in qualche caso il loro riassemblaggio, se erano dispersi. Sono state mantenute le essenze vegetali di pregio e posizionate nuove specie tappezzanti; sono stati creati dei percorsi, che nei luoghi più acclivi comportano gradini e passerelle in legno (e anche, in certi punti, un fisico da atleta…).
Con questo duplice intervento della Fondazione Scavolini la città di Pesaro ha oggi un monumento in più da rivivere e un nuovo tema storico su cui riflettere.

Riccardo Paolo Uguccioni


 
 
 
 
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