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La violenza sugli handicappati

Nel dicembre 1999, a conclusione della giornata europea del disabile, a Bruxelles, il Forum dei Paesi membri ha redatto un documento di 30 pagine. Alla voce “nozioni di violenza e discriminazione”, il termine violenza così viene definito nel rapporto: “ogni forma di comportamento passivo e attivo: violenze fisiche (colpi, contusioni, fratture); abusi psicologici (crudeltà mentale e ingiurie); sfruttamento (cattiva gestione finanziaria); abusi medici (terapie inidonee); negligenze (mancanza di cure, malnutrizione)…”.
Si arriva così alla conclusione che il fatto di essere una persona handicappata moltiplica per tre il rischio di subire un atto criminale. Quella stessa inchiesta, come altre, dimostra che “Il timore dell'aggressione rafforza l'isolamento…”. La forma di violenza più comune è la violenza psicologica: abusi verbali e insulti. Un'altra ricerca attira l'attenzione sulla frequenza degli abusi sessuali su persone handicappate mentali e rivela che gli autori fanno parte dell'entourage della vittima: famiglia, vicini, operatori sanitari. E' evidenziata non solo la presenza degli atti di violenza, ma anche un aumento di questi dovuto a un sentimento di aperta avversione verso le persone handicappate. Le cause di tali aumenti “vengono individuate anche nella società più individualista e meno solidale, e nella politica di segregazione che ha sempre tenuto lontano dalla società le persone disabili, contribuendo al mantenimento di pregiudizi nei loro riguardi. L'insieme degli studi mette in evidenza che la maggior parte degli atti di violenza non vengono segnalati, spesso per mancanza di fiducia delle vittime nella loro capacità di difendersi, o per timore di non essere creduti, o per paura di rappresaglie. Quanto alle vittime che hanno effettivamente segnalato le violenze subite, la maggior parte dice di non aver avuto risposte soddisfacenti alle loro lagnanze. “Secondo queste persone esisterebbe una certa resistenza da parte dei servizi di polizia ad accordare priorità a questo genere di delitti…”. “Le più estreme forme di violenza, di sfruttamento e di abuso, sono commesse negli ospedali e nelle istituzioni ai danni di persone colpite da patologie mentali”. La ricerca dimostra che non esistono regole di leggi che impediscano o limitino le incursioni nella vita privata dei pazienti, alcuni dei quali sono costretti a subire aggressioni e scherzi crudeli. “L'atteggiamento del personale non solo non previene i suicidi, ma vi contribuisce”.
Un'altra forma di violenza diffusa consiste nel persuadere i pazienti di essere delle nullità. Altri rapporti dei Paesi dell'Unione Europea mettono in evidenza il rifiuto o l'omissione di soddisfare i bisogni alimentari e infermieristici, la privazione di relazioni sociali e affettive e le pratiche di contraccezione e sterilizzazione all'insaputa dei residenti e dei loro tutori. Secondo i rapporti dei Consigli nazionali le azioni che proteggono efficacemente questo tipo di abusi sono sporadiche. Si segnalano, è vero, iniziative e misure, ma in realtà non esiste una strategia globale adatta a prevenire gli atti di violenza. Ciò costituisce una violazione dei diritti umani fondamentali. A onor del vero esiste un gran numero di convenzioni invocabili, ma non c'è da illudersi. La maggior parte delle norme consacrano i diritti ma sono norme formulate in modo molto vago ed equivoco.
Personalmente convengo con le linee tracciate nel rapporto sul tema delle violenze ai danni dei malati mentali, essendo stata testimone di aggressioni fisiche e psicologiche. Tre sono le forme di violenza più pericolose: la segregazione sempre più pesante a mano a mano che si aggravano le condizioni psicofisiche della persona (in contrasto con l'art. 3 della Legge quadro 104); farmaci psicotropi somministrati in dosi eccessive, spesso come punizione, per convenienza degli operatori, come sostituto di servizi psico-sociali significativi, comunque in quantità tale da compromettere la qualità della vita e, non eccezionalmente, la vita stessa; la drammatica mancanza di ascolto del paziente da parte degli operatori e, in genere, delle persone che gli stanno vicino, non esclusi i familiari. A questo proposito lo psichiatra J. S. Strauss nel 1989 scriveva “…Ci sono molte cose che i pazienti stanno tentando di dirci sulla loro esperienza soggettiva e che noi sistematicamente non riusciamo ad ascoltare”.

Diana De Caneva


 
 
 
 
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