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Politici allo Specchio:
Marco Savelli e Gabriele Del Monte


I SEPARATI IN CASA

Proseguendo la galleria dei principali esponenti politici locali è ora la volta dei comunisti, cioè dei due partiti che si richiamano esplicitamente alla matrice ideologica del marxismo: “Rifondazione Comunista” e “Partito dei Comunisti italiani”, con una forza elettorale rispettivamente del 5% e 2% a livello nazionale; e del 5% e 3,2% a Pesaro. I due gruppi pescano voti nello stesso elettorato di estrema sinistra; tuttavia ci sembrano piuttosto omogenei nelle caratteristiche di fondo della loro ispirazione e della loro azione politica. Per questo abbiamo pensato di presentarveli in un'unica puntata. I profili dei due protagonisti sono a parte, ma le domande e le risposte sono riportate in parallelo secondo la tecnica di un immaginario montaggio televisivo. Ovviamente si tratta di una sintesi giornalistica di risposte molto più articolate.

Il filosofo in tuta

C'è sempre una parola chiave che ci autodefinisce nel corso di una conversazione. Nel caso di Ucchielli la parola chiave è “governo”; nel caso di Marco Savelli è “eresia”. Sedimentata nella sua irrisolta matrice cattolica, la parola rivela una costante cupidigia di rogo: non per gli altri ma per se stesso, come estrema testimonianza di libertà intellettuale in tutti i campi. Non a caso sulle pareti del suo ufficio campeggiano le gigantografie di Ernesto “Che” Guevara e di Alexander Dubcek negli anni ‘60, due eretici del comunismo: il primo contro l'involuzione sociale della rivoluzione cubana, il secondo contro l'oppressione del sistema sovietico cui contrappone la speranza della “primavera di Praga”.

Si riconosce abbastanza nella definizione di “catto-comunista”. In effetti il suo imprinting religioso viene da lontano, dalla sua educazione in una famiglia della piccola borghesia cattolica, con un padre maestro elementare e una madre casalinga, di presumibili simpatie democristiane. Nato a Caminate (Fano) nell'aprile 1953 (“Ariete” – precisa – anticipando una mia domanda, “come Leonardo, Robespierre, Hitler, Lenin”) frequenta una scuola media che ricorda con nostalgia per il suo carattere formativo e si segnala come bravo chierichetto della parrocchia, messo un po' in crisi liturgica nel passaggio dalla messa in latino a quella in italiano. La sua vicinanza ai valori di eguaglianza, di solidarietà, di impegno civile, confortata dalle scelte del Concilio Vaticano II, si rivela già nei primi anni del Liceo Scientifico di Pesaro, quando prende la sua prima tessera: quella delle ACLI, il movimento dei lavoratori cristiani presieduto da Livio Labor (un altro eretico all'interno della DC). Al liceo vive i fermenti del '68, le assemblee, i collettivi di studio, sotto la guida di un preside tollerante e comprensivo come Gerardo Sani, e di un insegnante di italiano che considera fondamentale nella sua formazione: Guido Arbizzoni, oggi docente all'Università di Urbino. E' sempre tra i primi della classe, con la media dell'otto (stesso voto anche in condotta…) e approda a Torino dopo la maturità, attirato dal fascino della città operaia per definizione, di quel laboratorio sociale a cielo aperto, percorso dalle rivendicazioni della sinistra extra-parlamentare. Ma si sente troppo solo nella metropoli e torna a Urbino per proseguire gli studi di Filosofia, laureandosi con una tesi di storia delle religioni, sull'opera dell'antropologo Ernesto De Martino. Entra in relazione con Italo Mancini e poi con Paolo Volponi, frequenta i monaci di San Bernardino, nella sua inquieta ricerca religiosa e sociale. Si avvicina spiritualmente a uno dei pensatori più significativi del Novecento: Ernst Bloch, l'ispiratore della Scuola di Francoforte (da cui usciranno Adorno, Marcuse, Horkheimer), il filosofo che vive da eretico un marxismo confrontato con l'umanesimo, una fede vissuta come momento di liberazione. Seguendo il pensiero di Bloch, l'interesse centrale della sua vita è sempre la liberazione umana, il bisogno di un orizzonte di salvezza.

Dopo la laurea si impiega al Comune di S. Costanzo, sviluppandone le attività culturali, si impegna nel PDUP di Lucio Magri (un altro movimento che nasce dall'eresia del Manifesto), è eletto consigliere comunale a Fano: dove svolge anche il servizio militare come soldato di fanteria agli ordini del colonnello (e poi generale) Cadeddu. In seguito confluisce nel PCI, diventandone segretario a Fano, fino alla svolta di Occhetto; poi si trasferisce all'Ufficio cultura della Provincia e passa politicamente a Rifondazione, con cui è eletto consigliere comunale a Pesaro nelle ultime due tornate amministrative: ma nel '99 deve rinunciare al seggio per assumere l'incarico attuale di assessore ai Servizi sociali.

Se lo incontrate per le vie del centro, noterete probabilmente un accenno di barbetta grigia un po' incolta, gli occhi febbricitanti e una salopette con tante tasche: una tuta da lavoro che forse rappresenta un ultimo tributo estetico alla classe operaia che va in Paradiso.

Il postino della CGIL

Il computer di Gabriele Del Monte ha due schermi: uno è rivolto verso i suoi occhi, l'altro è rivolto verso l'interlocutore seduto dall'altra parte della scrivania, che così può controllare ogni parola scritta dall'assessore come verbale della riunione. Mi sembra il massimo della trasparenza: degna di un “Premio Rodotà” per la privacy.

La scrivania e la poltrona contengono con qualche difficoltà la sua massiccia ma agile mole di 120 chili di muscoli, ora ovattati da confortevoli stratificazioni di grasso e distribuiti su un metro e settantaquattro di altezza. Per completare l'immagine di antico lottatore o di capitano di ventura (ma immaginandolo con un saio potrebbe anche essere un bel frate gaudente del basso Medio Evo), fuma arrotolando il tabacco olandese dentro le cartine autoadesive, variando a piacere la dimensione delle sigarette. Nessuna meraviglia che da ragazzo (quando non è mai sceso sotto i cento chili) sia stato precocemente reclutato dall'ing. Ernesto Olmeda, presso la parrocchia di S. Cassiano, come speranza giovanile del “Pesaro rugby”: un'esperienza poi proseguita con Toti Patrignani che se lo porta in Inghilterra e in Scozia per perfezionare l'arte agonistica nei templi del rugby europeo; e infine come allenatore e dirigente della squadra (che adesso milita nel campionato di C1, dopo essere stata anche in serie B), ospitata a Muraglia nel campo realizzato dall'allora sindaco Tornati. Non oso pensare all'effetto di un placcaggio di un ariete di 120 chili, in tuffo sulle caviglie di qualche malcapitato avversario.

E' nato 45 anni fa a Villa Fastiggi, sotto il segno del Cancro: terzo di quattro figli di un padre camionista e poi titolare di un'agenzia di spedizione pacchi alla Stazione delle corriere. Subito dopo la scuola elementare presso le “suore grigie” di Via Flaminia, comincia a lavorare accanto al padre durante gli anni delle medie al “Picciola” di Piazza Del Monte (nessuna parentela…); poi, quando frequenta l'Istituto “Branca” per diplomarsi segretario d'azienda, lavora saltuariamente anche alle Poste come fattorino dei telegrafi. In quel periodo è segnato profondamente dalla tragedia della droga, vissuta accanto alla sorella minore che entra nel tunnel della tossicodipendenza a 14 anni fino a morirne a 36 anni presso la comunità di S. Patrignano.

Al “Branca” è tra i leader dei collettivi giovanili, si avvicina a Lotta Continua con gli amici di “Radio Pesaro Centrale”, ma il suo obiettivo è studiare le lingue e girare il mondo. Lo realizza in parte, grazie a un corso alla “Sogesta” di Urbino che gli propizia una breve esperienza lavorativa nel Lesotho, uno staterello del Sud Africa; prima del servizio militare alla Scuola di amministrazione dell'Esercito a Roma, in cui raggiunge il grado di sergente. Se il destino non lo avesse dirottato verso la scrivania e le pratiche ministeriali, sarebbe stato un magnifico sottufficiale di addestramento delle reclute, sul tipo di quelli dei film americani che terrorizzano persino gli spettatori.

Nel 1985 è assunto dalle Poste dopo un regolare concorso, e inizia parallelamente l'attività di sindacalista nella CGIL a livello provinciale e regionale. Attraverso il sindacato entra in contatto con i militanti di Rifondazione, di cui era segretario Fabrizio Tartaglia, conosciuto negli anni di “Radio Pesaro Centrale”; e si iscrive al partito nel 1995, uscendone tre anni dopo per aderire al neonato Pdci, in seguito alla caduta del governo Prodi e allo scisma di Cossutta. Alle elezioni comunali del 1999 non si candida perché avrebbe dovuto dimettersi da sindacalista; ma, dopo il successo elettorale della coalizione, il suo partito lo chiama a ricoprire l'incarico attuale di assessore alle “Politiche e servizi per il cittadino e per l'informazione”: un'area multifunzionale che spazia dallo sport ai servizi demografici e all'innovazione tecnologica, dai programmi di partecipazione dei cittadini alla polizia mortuaria.

Che significa essere comunista oggi, dopo la caduta dell'Unione Sovietica e l'avvento dell'economia globale?

S. Significa credere nella possibilità di sviluppare un processo di liberazione per cui le persone non siano oggetti della produzione, ma soggetti politici; in cui non ci siano più pochi che decidono e molti che debbono ubbidire. Significa promuovere forme di partecipazione e di potere per opporsi alla globalizzazione: un sistema in cui gli Stati hanno ormai un ruolo marginale, obbediscono a logiche sovranazionali, mentre le decisioni più importanti vengono prese da organismi “a-democratici” (Fondo Monetario, Banca Mondiale, ecc.). Il mio comunismo, come dicono i miei amici preti, è uno sviluppo logico, coerente e conseguente della mia matrice cristiana. La storia dell'Unione Sovietica è una storia con cui debbo fare i conti, ma non è la mia storia.

D.M.Significa lavorare per un socialismo applicato alla realtà, creare le condizioni per far vivere meglio la gente in una società più equa, permettere una partecipazione diretta alla vita della comunità. C'è sicuramente ancora bisogno dell'ideologia marxista anche nel mercato globale, naturalmente lottando con i grandi potentati economici. Per noi chiamare comunista un partito come il nostro significa riconoscere il valore di ciò che è stato fatto con quella ideologia, nonostante le applicazioni sbagliate in altri momenti e in altri Paesi.

Berlusconi dice che i comunisti o gli ex comunisti non possono governare l'Italia…

S. I comunisti e gli ex comunisti, quando hanno assunto responsabilità di governo sia a livello locale (in Emilia, Toscana e grandi metropoli del nord), sia a livello nazionale (un'esperienza poi interrotta per divergenze sulla gestione della politica economica del Paese), hanno dimostrato di essere perfettamente all'altezza della situazione. Non credo che le pagelle sulla capacità di governare le possa dare il padrone di Mediaset.

D.M. Solo chi ha commesso gravi delitti non ha diritto di governare. E' curioso che Berlusconi attribuisca ai comunisti italiani le colpe di altri regimi che si sono richiamati a quell'ideologia, proprio mentre al governo siedono (con pieno diritto democratico) i nipoti del fascismo. Dovrebbe ricordare il contributo dato dai comunisti prima alla libertà e poi alla pacificazione del Paese nel dopoguerra; nonché le cose positive che hanno fatto, sia negli anni dell'opposizione, sia nel più recente periodo di governo. I comunisti italiani hanno sempre costituito un esempio di democrazia: che non è quella di chi cambia le leggi per non essere processato.

La tendenza nel mondo del lavoro è quella di favorire una maggiore flessibilità di impiego, per favorire l'occupazione. Lei che ne pensa?

S. Il lavoro sta diventando sempre meno un diritto e sempre più una merce da comprare sul mercato. In astratto questi modelli di iperflessibilità sembrano creare più occupazione: in realtà creano molta occupazione precaria, con situazioni devastanti sul piano sociale e familiare a causa della difficoltà per le giovani generazioni di produrre e di pensare al futuro. Alla fine, oltre al danno sociale e democratico (perché si tende a creare un'umanità di subordinati senza diritti), produrranno danni economici pesanti perché se una persona non ha fiducia nel suo futuro produce meno, consuma meno, spende meno. Per questa strada si potrebbe arrivare a una vera recessione economica. Già Keynes, che non era un economista marxista, aveva detto che solo rilanciando la domanda si possono evitare situazioni recessive.

D.M. L'incertezza sulla stabilità del posto di lavoro rende più difficile per molti giovani programmare il loro futuro, investire su un progetto di vita, di famiglia. Spesso viene rifiutato un prestito o un mutuo per la casa al titolare di un semplice rapporto di collaborazione perché non può mostrare una busta-paga come garanzia. Va un po' meglio per chi ha un contratto con un'agenzia di lavoro interinale, perché almeno può dimostrare una certa continuità di rapporto. Comunque non ci piacciono le soluzioni che limitano i diritti e creano pericolose situazioni di precarietà. Con questo non voglio dire che l'unica forma di lavoro accettabile è l'impiego a tempo indeterminato, ma si debbono studiare nuove forme che garantiscano adeguate tutele.

A Pesaro si vive bene (come dice la maggioranza) o male (come dice l'opposizione?

S. Molti vivono bene, ma nelle trasformazioni sociali in corso ci sono sacche di disagio sempre più ampie con cui dobbiamo fare i conti. Fino ad oggi abbiamo avuto un po' di pigrizia intellettuale: abbiamo confuso le sorti della città con le “magnifiche sorti e progressive” del distretto industriale. Non è così. La nostra  una società complessa che pone delle domande e che ha problemi e criticità forti: non si possono rimuovere con qualche slogan elettorale.

D.M. Per il mio lavoro ho molte occasioni di confronto con altre città medio-piccole in Italia e in Europa e non mi pare che stiano tanto meglio di noi. Le testimonianze di centinaia di ragazzi che in primavera-estate sono ospiti di Pesaro per partecipare ai tornei sportivi sono molto positive per come è tenuta la città, per i servizi che offre. Naturalmente bisogna sempre fare di più: per esempio sviluppare le piste ciclabili, anche modificando totalmente l'assetto viario della città, e tenere sotto controllo il livello di inquinamento atmosferico. Comunque le polveri sottili noi le misuriamo: in altri posti non le misurano nemmeno.

Quali sono i problemi più urgenti in campo urbanistico?

S. Nel modo prevalente di pianificare le strutture urbane, non solo a Pesaro, risultano penalizzate tutte quelle possibilità di relazione, di incontro, di convivialità sociale, di luoghi dove i giovani possano incontrarsi e stare insieme. Quindi sul piano urbanistico, oltre a uno sforzo di contenimento dello sviluppo edilizio, puntando sempre di più al risanamento delle abitazioni del centro storico, bisogna appunto prevedere questi luoghi di aggregazione sociale all'interno degli insediamenti previsti. Sul piano ambientale il problema più urgente è quello della bonifica del Foglia.

D.M. Bisogna agire sulla salvaguardia e la valorizzazione del Foglia, che è un parco più grande del Miralfiore, un vero polmone naturale. Oltre a far rispettare le leggi alle aziende che scaricano nel fiume, bisognerà collegare tutta la rete fognaria al depuratore: ci vorranno almeno cinque anni e 40/50 miliardi di vecchie lire. Un'altra grande scelta urbanistica è quella di spostare l'autostrada e trasformare il tracciato attuale in strada nazionale, liberando dal traffico extra-urbano i viali del centro.

Meglio lasciare lo stadio a Pantano, o costruirne uno nuovo alla Torraccia?

S. Su di me incombe ancora il fantasma del BPA Palas, una struttura sovradimensionata rispetto al bisogno di sport della città. Comunque ho sempre pensato che gli stadi non debbano essere luoghi artificiali da costruire in periferia perché lo sport è diventato solo un problema di ordine pubblico. Lo sport deve tornare ad essere un bene collettivo, connesso a forme di civiltà urbana: come in Inghilterra, dove gli stadi (non di grandi dimensioni) sono all'interno dei centri storici di riferimento. Bisogna mantenere un rapporto vero tra lo stadio e il quartiere in cui sorge: non luogo occasionale di incontro ogni due settimane, ma elemento di identità, luogo di aggregazione per tutti i giorni. E' più difficile ottenere questo risultato fuori dal contesto urbano: per esempio mi dicono che tanti anziani che seguivano la Scavolini nel vecchio hangar di Via dei Partigiani, dove andavano a piedi o in bicicletta, non se la sentono di arrivare fino al BPA Palas.

D.M. Mantenere lo stadio a Pantano creava grossi problemi logistici, organizzativi, di ordine pubblico. Io sono favorevole a una cittadella dello sport alla Torraccia, che comprenda tutta una serie di impianti. Con l'operazione di project financing, da poco approvata, il Comune mette a disposizione alcune aree private a chi si impegna a costruire e gestire per un certo numero di anni il nuovo parco sportivo: non solo lo stadio centrale da 5.000 posti (con possibilità di ampliamento modulare) e tre campi di calcio per l'attività giovanile, ma anche altre strutture sportive, palestre, ristoranti, ecc. Se tutto va bene, già il campionato 2004/2005 si potrà giocare nel nuovo stadio della Torraccia. Il risultato finale sarà di aumentare gli impianti sportivi della città, perché a Pantano rimarranno comunque due campi di calcio, dopo la costruzione di una stecca di 40 appartamenti all'angolo di Via Campo sportivo e Via Simoncelli.

Sanità: era meglio l'Irccs a Pesaro o l'Ime a Roma?

S. Questa discussione si è svolta un po' troppo come scontro tra le opposte tifoserie. Non ho mai creduto alla creazione di alcuni reparti ospedalieri iper-specializzati, che avrebbero comunque un grosso limite perché non c'è alle spalle un'università che possa alimentare il circuito della ricerca. Credo che la soluzione prevalsa sia quella migliore, perché alla lunga l'Irccs sarebbe uscito da una programmazione sanitaria regionale e avrebbe allontanato il presidio ospedaliero dal bisogno di salute della città e del suo comprensorio che di fatto si allarga anche a Fano. Rimane comunque importante mantenere le alte specialità esistenti e quindi favorire una relazione virtuosa tra l'Azienda ospedaliera e l'IME nel rispetto di alcune regole fondamentali: non ci debbono essere reparti sganciati dal governo della cosa pubblica.

D.M. Credo che convertire una struttura in istituto di ricerca sia più facile in una grande città, dove ci sono molti ospedali, che in una piccola città in cui c'è un unico presidio sanitario per tutte le esigenze. Capisco che alcuni reparti abbiano visto questa occasione come un'opportunità di crescita, ma si rischiava di specializzare solo alcuni settori, a scapito di altri servizi della medicina di base. Un altro rischio era quello di perdere il controllo della gestione pubblica dopo la trasformazione delle Irccs in fondazioni private, magari controllate dall'industria farmaceutica. Per la Scuola di talassemia (che è sempre stata un po' un corpo a parte rispetto all'Azienda ospedaliera) va bene la soluzione dell'IME che mantiene un nodo della rete a Pesaro, perché Lucarelli ha costruito l'eccellenza del suo reparto anche con il supporto della nostra città: stanziamento di risorse pubbliche, contributi di aziende e di singoli cittadini.

Qual è la realizzazione di cui va più fiero in questi quattro anni di attività?

S. La ristrutturazione della Casa di riposo di Santa Colomba, con la reinvenzione di un nuovo modello assistenziale.

D.M. Potrei parlare della carta d'identità elettronica, ma preferisco citare “Il corpo in gioco”: un progetto di attività psicomotoria per i bambini, che stiamo realizzando in tutte le scuole elementari della città in collaborazione con la facoltà di Scienze motorie dell'Università di Urbino. Finora l'attività di educazione fisica era lasciata solo all'iniziativa delle maestre.

Cosa vuol fare (politicamente) da grande?

S. Noi neo-comunisti del XXI secolo vogliamo “rifondare”, ricostruire dalle fondamenta questa ideologia che non è più quella del Novecento: vogliamo misurarci con un mondo che cambia e con le domande di liberazione che questo mondo ci consegna. Le eventuali ambizioni individuali passano in secondo piano: personalmente potrei tornare al mio lavoro in Provincia o proseguire l'esperienza politica. Per me la politica non è un mestiere ma una passione civile: vorrei continuare a dare un contributo a questa città, al di là del ruolo istituzionale o amministrativo che mi troverò a ricoprire. Per rispondere con una battuta, possibilmente non vorrei mai diventare grande: per mantenere un entusiasmo adolescenziale, senza correre il rischio di sedersi o rassegnarsi.

D.M. Il mio obiettivo immediato, alla fine della legislatura, è quello di tornare nei ranghi della CGIL e occuparmi dei contratti di lavoro nel settore delle comunicazioni. Il mio futuro professionale è all'interno delle Poste perché in questi anni di aspettativa ho perso qualche opportunità di carriera rispetto ai miei colleghi. A me piace il mondo sindacale perché quando un contratto di lavoro è firmato tutte le parti lo debbono rispettare. In politica un accordo è spesso “virtuale”: le intese e le strette di mano il giorno dopo non valgono più. Tuttavia sarò a disposizione del partito se mi chiederà di capitalizzare in altri incarichi l'esperienza maturata in questi anni di amministrazione pubblica.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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