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Luglio-Agosto 2003 / Storia
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Il 25 luglio 1943
Sessant’anni fa la seduta del Gran Consiglio
Cosa accadde nella notte dal 24 al 25 luglio 1943? La fine della ventennale dittatura fascista, che aveva già dato segni di instabilità, ma che in quella notte sembrò perdere le sue anime migliori. Riviviamola, allora. I componenti del Gran Consiglio, a maggioranza per la prima volta, subissarono il Capo con critiche e doglianze. La guerra volgeva al peggio con lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia, bisognava che il Re riprendesse la direzione delle operazioni militari. E non solo: bisognava che si ripristinassero le antiche strutture dello Stato perché la partecipazione alle decisioni fosse la più ampia possibile. Questo il tenore minacciosamente oscuro dell'ordine del giorno Grandi: la testa colta del Regime, ufficiale nella 1ª Guerra mondiale, combattente (ma solo per pochi mesi nella 2ª Guerra mondiale, per ostentazione e per imposizione del Regime), ambasciatore a Londra, gradito agli inglesi, sino al 1939, poi ministro della Giustizia, presidente della Camera delle Corporazioni, fascista-antifascista… Un secondo ordine del giorno, stilato in fretta dal segretario del Partito, Carlo Scorza, proponeva come al solito nuove nomine, ma Mussolini, lucido e assente, finì con l'appoggiare l'ordine del giorno Grandi: sicuro di avere ancora l'appoggio del Re e del popolo. Ma aveva detto nel 1940: “Non c'è da meravigliarsi se la gente non è entusiasta della guerra. Non è dalla massa che possono venire impulsi ad agire in un conflitto così complesso. La guerra la si farà, quando io lo deciderò”.
Ma veramente si avvicinava la catastrofe? - dovette forse pensare. Hitler non gli aveva parlato solo pochi giorni prima, il 19, della messa a punto di razzi che avrebbero potuto ribaltare, anche all'ultimo momento, le sorti della guerra? Nel Gran Consiglio si era detto che la guerra era ormai sentita come la “guerra di Mussolini”. Al che lui aveva ribattuto con una battuta spuntata: “Anche Cavour fece la sua guerra!” come se nel Risorgimento non ci fosse stata una convergenza d'ispirazioni diverse. Dino Grandi gli aveva, inutilmente, rinfacciato la germanizzazione della nostra politica, sia pure tra qualche perplessità iniziale; che lui, il Duce, non aveva mai voluto discutere con il Gran Consiglio, costituzionalmente l'organo di consulta del Regime, non più convocato dal dicembre 1939. Scioltasi la seduta, senza più il rituale “saluto al Duce!”, Carlo Scorza arrivò a proporre, contro la fronda dei traditori, l'impiego della divisione “M”, acquartierata nella periferia di Roma, di provata fede ed armatissima. Mussolini provò ad immaginare, per un istante, una guerra di Partito, nella città di Roma, alle spalle dei combattenti in Sicilia: e “no” fu la risposta, quasi gridata! Meglio tentare la carta della corresponsabilità del Re. Ma il Re si era solo rassegnato alla guerra, non l'aveva condivisa, informato puntualmente da Ciano sul delirio di Hitler. “Speriamo che Mussolini ci azzecchi anche questa volta” gli aveva detto, quasi fosse una semplice comparsa costituzionale. E rendendosi ridicolo si era rasserenato pensando che le operazioni sarebbero ricominciate l'11 giugno e l'11 era stato sempre un suo numero portafortuna. Forte della cooperazione dei congiurati, ora era finalmente riuscito a dire: “Caro Presidente (non lo aveva mai chiamato Duce) voi dite che il voto del Gran Consiglio è solo consultivo e non ha valore, nella sostanza è tremendo. Questo voto esprime lo stato d'animo del Paese. E voi siete ormai l'uomo più odiato d'Italia. L'ultimo amico che vi sia rimasto sono io…”. Svanivano gli scenari sperati e Mussolini, con voce flebile, chiese: “Che sarà di me, della mia famiglia?…”.
Trascorsa la notte in una caserma dei carabinieri - il Re si fidava solo dei carabinieri all'ordine del nuovo Comandante dell'Arma, il generale Cerica - il Duce l'indomani era già nell'isola di Ponza. Ristretto in quella che era stata la prigione di un notabile etiopico, con una branda per qualche ora priva di materasso. Un carabiniere, sfuggendo al suo abbraccio, gli fece scivolare in tasca delle lire. Durante il tragitto per mare, Mussolini aveva confidato all'ammiraglio comandante la corvetta che si riconosceva a volte ingenuo come un ragazzo. Per avere creduto alla solidarietà del Re? Per avere creduto ad Hitler? Ma oltre che inspiegabilmente ingenuo era stato anche un uomo indecifrabile: perché mai attese alla progettazione di grandi opere pubbliche tra il 1939 e il 1940: come il quartiere “E-42” alla periferia di Roma, la ridefinizione del latifondo in Sicilia, il deflusso delle acque del Po in Romagna, la sistemazione del Tavoliere delle Puglie, pensando contemporaneamente alla guerra, con un impiego finanziario discontinuo? Che cosa gli significò la lettura, durante la detenzione, della vita di Gesù? Quel Gesù, definito tante volte “l'Ebreo”, lo aveva colpito perché presentato ingiustamente come un mestatore dai suoi nemici.
Nella seduta del Gran Consiglio, Ciano gli aveva ricordato la diffidenza degli alleati tedeschi nei confronti dei nostri soldati, spesso ridicolizzati. Ciano sosteneva il nostro diritto ad allontanarci da un alleato che non aveva mai concertato la guerra con noi. La pace separata? Un grosso problema. Per questo Grandi voleva proporre al Re, subito dopo l'arresto di Mussolini, la dislocazione di tutte le forze disponibili sulla linea del Brennero. Ma il Re non aveva voluto vederlo, sdebitandosi con un passaporto, perché riparasse in Spagna. Trattò diversamente Ciano, mandandogli i carabinieri per gli arresti domiciliari. Eppure Ciano, invitato da Grandi a non firmare l'ordine del giorno, solo per un istante era rimasto indeciso e poi, con espressione forte del viso (lui che veniva definito un vanesio), lo aveva sottoscritto come gli altri. Ma sottoscrisse pure la sua condanna a morte che gli avrebbero inflitto i “giudici neri” di Verona, sei mesi più tardi, nel gennaio 1944. Ma Ciano chi fu in realtà? Un esecutore forzato di ordini del suocero, a cui voleva bene e che contrastò proprio per questo rapporto speciale, prospettandogli, tante volte, l'utilità della pace in un gioco di rapporti internazionali. A guerra iniziata stupidamente ripagò i tedeschi, che non concertavano con noi, iniziando una “guerra italiana” in Grecia e in Jugoslavia. Ma lungo il conflitto pensò spesso ad una pace separata anche quando, allontanato dal Ministero degli Esteri per pressione dei tedeschi, preferì fare l'ambasciatore presso il Vaticano: e non il Luogotenente in Albania, perché non gli andava di fare il “fucilatore di coloro a cui aveva promesso fratellanza”, sono sue parole. In Vaticano, pensava, si sarebbero potuti costruire progetti di pace per l'avvenire. “E l'avvenire, mai come oggi, è nelle mani di Dio” lascerà scritto nel suo Diario, il 5 febbraio 1943, una delle sue ultime annotazioni…

Alessandro Casavola

Dedico questo scritto alla memoria di mio padre, Giuseppe Casavola, che nel 1943 comandò la stazione dei Carabinieri di Pesaro, e nei frangenti successivi restò fedele al Re, perché sembrava potesse ricompattare la Patria e le tradizioni disperse.


 
 
 
 
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