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Luglio-Agosto 2004 / Lettere e Arti
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  *

La scaltrezza del nonno

Questo racconto mi è stato ispirato dalle conversazioni con il mio amico Giancarlo Serafini, scomparso recentemente (vedi “Lo Specchio” di giugno). Lo dedico alla sua memoria.

Valentino, fra la gente di campagna non era un nome usuale. Ma sua madre, tanto tempo fa, n'aveva sentito parlare come di un uomo italiano diventato famoso nel mondo. Veramente quell'italiano si chiamava anche Rodolfo ma, dopo lunga incertezza, scelse il primo.
Adesso Valentino, nonostante la vecchiaia, era impegnatissimo. Sarebbe diventato nonno per la seconda volta, dal suo secondo figliolo che aveva messo in cantiere un nipote. Un nipote che aveva fretta. Tanto che sarebbe nato settimino. Lui per quella questione s'era anche arrabbiato, ma suo figlio e la nuora recente, ruffiani, lo avevano messo a tacere:
«Se nascerà un maschio lo chiameremo Valentino, come voi!»
A lui non restò che obiettare e, stringendo i pugni: «Ma se qualcuno lo chiamerà Tino, come fanno con me, dovrà fare i conti con questi!» 
Per questa ragione durante tutto l'inverno non aveva disertato le veglie che erano continuate, ma le aveva tutte trasferite a casa sua, perché non poteva distrarsi e perdere tempo. Durante quelle sere aveva rinunciato perfino ai semi di zucca che tenevano le mani impegnate e i ceci cotti sulla teglia che si schiacciavano troppo in fretta, per scegliere sempre le fave abbrustolite. Ne metteva una in bocca e durava un pezzo. Di tanto in tanto, senza rallentare il ritmo del lavoro, ne sputacchiava le bucce a pezzetti mano a mano che gli andavano fra i denti. Non si sottraeva però, ad ogni sostituzione di fava, alla necessità di inumidire la gola con un bicchiere di vino. Le fave avevano un vantaggio: duravano più a lungo e gli consentivano di non distrarsi mentre, chiacchierando con gli amici, impiegava il suo tempo a scortecciare, a lisciare di sgorbia, a tentare di eliminare le asperità dai tronchi che aveva portato nella stalla, dopo averli tagliati dal boschetto di casa ch'era giù, vicino al fiume. In questo lavoro lo aiutava sempre Nino, il primo nipote. Un ragazzetto mingherlino, d'una dozzina d'anni, esile come un ramo di giunco, e volonteroso. Le donne intanto, in cucina, attorno al fuoco cucivano il corredino.
Nei giorni precedenti, mentre tutti erano al lavoro nei campi, nonno e nipote avevano tagliato e squadrato i blocchi di tufo, portato nell'aia il sabbione del fiume, scalcinato pianelle recuperate da una casa demolita, e portato a casa dei vecchi coppi… La loro casa dispersa fra il verde dei campi, sarebbe stata modificata e si sarebbe adeguata alle altre. Qui le case nascevano tutte in un modo, con un disegno preciso e squadrato. Poi s'ampliavano a seconda delle necessità della famiglia. Con l'aumentare del numero dei suoi abitanti o anche delle bestie. Sistematicamente, in caso di necessità, vi s'attaccava un altro pezzo aprendo una porta, e arretrando magari un pagliaio. Poi ne seguiva un altro dall'altra parte, e un altro ancora… Che c'era di male? Con questo le case di campagna non facevano altro che adeguarsi a quella che era una costante nell'architettura rurale. Un'architettura così varia e fantasiosa che rende diversa, e toglie monotonia, alla dolce e quieta campagna marchigiana.
Tino e Nino avevano tutto pronto. Mancava soltanto un po' di cemento. Ne sarebbe bastato qualche sacco: non era gran peso. Ma quando fu dato a Nino l'incarico d'andare lui da solo, con la carretta, a prenderne in paese se ne lamentò temendo di non riuscirci. «È tutta strada piana», aveva rassicurato il nonno che doveva continuare a scavare il fosso delle fondamenta, rassicurandolo anche con altri consigli. Eppure dove la strada fa la gobba per attraversare il fiume su un vecchio ponte, il povero Nino aveva tentato e ritentato, senza riuscire a superarla. Ubbidiente all'insegnamento del nonno Tino si era quietato un poco in attesa che qualcuno arrivasse.
Era un prete. Un bel pretone in carne. Uno robusto. Lo vide da lontano, e senza sprecare soverchie energie riprese le stanghe della carretta e finse di spingere. Non pareva che il nuovo arrivato avesse molta voglia d'aiutarlo, ma poi si sa… la carità cristiana ebbe il sopravvento. E mentre superato l'ostacolo il prete si asciugava il sudore col suo fazzolettone a scacchi bianchi e rossi, mosse un rimprovero scuotendo il capo:
«Vorrei proprio sapere chi t'ha dato da fare questo lavoro! Non l'immaginava che non ce l'avresti fatta da solo?»
«Lo immaginava sì, il nonno. Ma ha detto: sta tranquillo, un coglione che ti dà una mano lo trovi di sicuro!» 

Valentino Rocchi

 


 
 
 
 
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