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Luglio-Agosto 2004 / Lettere e Arti
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  Giugno 1997
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Un rabdomante scopre il delitto

Il falegname Domenico abitava in fondo a Via del Moro, verso le mura cittadine, e lavorava sempre sull'uscio della sua bottega. Quel mattino del 1658, agli infastiditi clienti che, trovando chiusa l'adiacente osteria di Girolamo, dovevano recarsi in un'altra mescita di vino per saziare la sete ed a lui s'erano rivolti per spiegazioni, aveva risposto sino alla noia di non conoscere il perché.
L'indomani all'alba la casa dell'oste aveva ancora porte e finestre serrate e, protraendosi la cosa sino a tarda ora della mattinata, il falegname iniziava a preoccuparsi dell'insolito comportamento dell'amico; ma bussato ripetutamente agli scuroni, spiato anche all'interno da una fessura tra le assi e chiamato a gran voce non otteneva alcun cenno di risposta. Attirati dal frastuono s'avvicinavano dei curiosi e lo consigliavano di rivolgersi al luogotenente di polizia il quale, una volta informato, dava ordine di forzare la serratura e di entrare in casa. L'unico vano del pianterreno non presentava segni d'anormalità; come al solito caratelli e botti erano sparsi qua e là disordinatamente, sul bancone di mescita si trovavano un paio d'ingrestane nonché numerosi sbreccati boccali di varia capienza e sotto alla finestra alcuni sgangherati sgabelli erano accostati ad un sudicio tavolone di legno. Il caratteristico afrore dell'uva in fermentazione proveniente dalla cantina saturava l'ambiente. Nella deserta camera al piano superiore il letto non era disfatto e solo una scassinata cassettina gettata sul pavimento mostrava la fretta di un ladro nel vuotarne il denaro contenuto. Restava da ispezionare la cantina e sollevata la botola dietro il bancone, ai discesi si presentava una orribile scena: l'oste e la moglie giacevano in una pozza di sangue con il cranio fracassato.
L'interrogatorio di sospetti, subito iniziato, non produceva indizi di sorta utili all'inchiesta. Non veniva arrestato alcuno e tanto meno sottoposto a tortura. Anche la roncola insanguinata lasciata dall'assassino non era riconosciuta dai coltellinai della città e così,  trascorsi pochi giorni, il caso stava per essere archiviato. Nel Seicento gli investigatori non disponevano di tanti mezzi d'indagine! Ma Domenico, caparbiamente intenzionato a scoprire il colpevole, suggeriva al luogotenente di contattare un contadino - di cui aveva ricevuta notizia da uno zio di sua moglie abitante in un paese vicino - dalle straordinarie capacità rabdomantiche, abile nello scoprire sorgenti acquifere, tesori sotterrati, ladri ed assassini. In zona aveva strepìto il fatto verificatosi quando, chiamato per individuare l'acqua per un pozzo in un giardino, la sua verga aveva indicato un'aiuola dove si era scavato e poi rinvenuto lo scheletro di un fabbro, scomparso anni addietro, facilmente riconosciuto da un monile che portava sempre addosso.
La prospettiva di ricorrere ad uno stregone non piaceva al luogotenente di polizia, scettico ed ancor di più timoroso dell'ilarità dei concittadini e della certa violenta reazione degli ecclesiastici. Lasciava comunque libero il falegname di agire in proprio a condizione che prima glielo presentasse; aveva in animo di sottoporlo ad un prova preliminare. Fatta sotterrare, infatti, la roncola dell'omicida in un vicino terreno, il giorno del suo arrivo a Pesaro gli chiedeva di dar prova delle sue capacità ed Antonio - questo era il nome del contadino - senza esitazione la individuava sbalordendo tutti gli increduli presenti. E non appena condotto sul luogo del rinvenimento dei cadaveri, la verga che teneva in mano iniziava a vibrare freneticamente indicando prima l'uscita della casa, poi il pomerio interno delle mura e quindi la porta Fanestra. L'assassino era senz'altro fuggito dalla città ed il biforcuto rametto  invitava a seguirne le tracce lungo la Via Flaminia. 
Uno stupefatto folto gruppo di cittadini, Domenico, alcuni sbirri ed il luogotenente si mettevano allora in coda ad Antonio che, al bivio di Trebbiantico, di buon passo imboccava la salita di Pantalone e poi scendeva all'osteria di Fosso Sejore. Giunto infine innanzi alla porta del rustico fabbricato, il giovane contadino veniva colto da un più violento tremito impressogli dalla verga, sembrava quasi non riuscisse a tenerla ben salda tanta era la forza trainante verso l'interno e verso un losco individuo che, meravigliato dell'interesse a lui rivolto, stava seduto ad un tavolo in un angolo buio del locale tracannando un boccale di vino. Gli sbirri gli erano subito addosso e perquisitolo trovavano nella sua scarsella un consistente numero di monete del quale, però, non dava esauriente spiegazione di provenienza.
Arrestato e tradotto a Pesaro, in seguito veniva sottoposto al supplizio, confessava il reato ed era condannato a morte. La ritenuta ciarlatana rabdomanzia questa volta s'era dimostrata uno strumento d'indagine veramente efficace!

Leon Lorenzo Loreti

 


 
 
 
 
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