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Il popolo ebraico e il suo tragico destino

Il film di Mel Gibson “La passione di Cristo” non merita l'accusa di antisemitismo (vedi “Lo Specchio” di giugno, N.d.R.). Chi l'ha visto ha potuto rendersene conto. Ho fatto una breve inchiesta tra gli studenti della scuola superiore dove insegno e nessuno degli interpellati ha rilevato tracce antiebraiche. Sotto questo aspetto il regista si è attenuto alla realtà storica.
La sceneggiatura l'ha scritta Papini nel 1921 quando pubblicò “La vita di Cristo”? No, la sceneggiatura è già tutta scritta nei Vangeli. Il 90 per cento dei dialoghi, che appaiono in sovrimpressione, è ripreso alla lettera dai Vangeli. Non ho invece ritrovato nelle immagini del film né la lettera né lo spirito delle espressioni da requisitoria di Papini. Alla fine nell'immaginario dello spettatore ne escono molto peggio i Romani che si accaniscono con inspiegabile brutalità contro un uomo già “morto”. Sono loro che hanno eseguito la condanna, ma la sentenza di morte era stata estorta dai capi del Sinedrio al tentennante e pavido Ponzio Pilato. Almeno così descrivono i fatti i Vangeli, uniche fonti storiche disponibili. Allora sarebbe più coerente tacciare di antisemitismo queste fonti, se non addirittura Gesù stesso da cui esse dipendono. In effetti tra Gesù e le autorità ebraiche i rapporti non sono stati mai pacifici. Furono loro che lo fecero arrestare, di notte e con la complicità di Giuda, e lo trascinarono davanti al Procuratore romano, che non trovò in lui alcun motivo di condanna. Ma tanto dissero, tanto fecero (fino a minacciare il Procuratore stesso) che alla fine ottennero ciò che volevano. E dopo la morte di Gesù le cose non andarono meglio con le prime comunità cristiane. Queste subirono una dura persecuzione da parte degli Ebrei, prima di quella (ben più raccontata) dei Romani. La prima vittima fu il diacono Stefano, sommerso da una gragnuola di pietre. Oggi 11 giugno, giorno in cui scrivo queste righe, è la festa di San Barnaba, altro martire caduto per mano ebraica. Prima lo massacrarono con il solito lancio di pietre e poi lo finirono dandogli fuoco.
I Vangeli, cioè Gesù, usano espressioni molto forti nei loro confronti: rami secchi, lupi rapaci, teste dure, sepolcri imbiancati, vipere… Epiteti contro la classe dirigente, non certo contro il popolo. Non riguardano soprattutto gli ebrei di oggi. Gli ebrei di oggi però rappresentano l'avveramento di quella improvvida profezia uscita dalla bocca di qualcuno di loro di quel tempo: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. Terribile profezia! Di cui la storia che ne seguì fu l'allucinante illustrazione. Una maledizione che li ha accompagnati per la lunghezza di 20 secoli. A cominciare dalla distruzione del tempio e della Città santa da parte dei Romani, la dispersione in ogni angolo della terra e oggi la guerra quotidiana in Palestina per la sopravvivenza. Non parliamo della Shoah e di altre tragiche vicissitudini che sono ben note a tutti. Qualcuno, di fronte a tante e a tanta tragedia, ha pensato a una causa che fosse proporzionata: il deicidio appunto. La parola è stata cancellata dai libri, come cancellata è stata l'invettiva “perfidi” dalla liturgia cattolica. Ma il fatto rimane incancellabile.
Fratelli maggiori, li ha chiamati il Papa. Maggiori perché il cristianesimo ha ereditato gran parte del loro patrimonio dottrinale. Maggiori però è una qualifica insidiosa in ambito biblico. Si pensi alla parabola del figliol prodigo dove il fratello maggiore, pur scrupolosissimo nell'osservanza dei suoi doveri, fa una pessima figura. Nella storia della salvezza è una costante il favore di cui gode il figlio minore che talvolta, con l'aiuto di Dio, strappa perfino l'eredità che per legge spetterebbe al maggiore.
Ricordo tutto questo non per disconoscere la nobiltà di questo popolo o per mettere in dubbio la necessità del dialogo. Voglio solo sottolineare che anche gli ebrei hanno qualche debito nei confronti dei cristiani. Non siamo solo noi a dover chiedere perdono. Gli ebrei non sono stati sempre vittime e non sono stati sempre innocenti. Sarebbe un gran contributo al dialogo se ammettessero le colpe dei loro padri, e soprattutto se non rimuovessero l'interrogativo sul significato più profondo delle loro milionarie sofferenze. Sulla croce era scritto il motivo della condanna: I.N.R.I (Gesù Nazareno Re dei Giudei). Gli Ebrei hanno reciso il ramo che li sosteneva. Hanno messo a morte il loro Re. E da quel giorno non hanno smesso di precipitare.

Michele Colocci

 


 
 
 
 
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