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Pillole di storia. La visione dello Stato di Cavour


Il Comitato costituito per armonizzare le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia mi sembra stia mettendo in scena un’ennesima pantomima all’italiana, stretto fra dimissioni di presidenti, immancabili regionalismi, battibecchi fra storici e revisionisti. Dobbiamo essere perciò grati al direttore dello Specchio che dedica spazio a eventi e personaggi che hanno fatto sul serio l’Italia.
Non ho dubbi che Camillo Benso, conte di Cavour, meriti l’onore della considerazione quale maggiore protagonista del Risorgimento. Per poterne allora completare la figura si potrebbe, al di là di quanto appreso a scuola, soffermarci sulle tensioni familiari, sul suo temperamento, sulle debolezze e fragilità del personaggio, perché è proprio l’aspetto umano che fa il personaggio e ne rende vicine e simpatiche perfino le statue erette a sua memoria. Era uno strano latifondista, dedito alla ricerca delle innovazioni nelle colture e ad accalorate discussioni con i suoi contadini: già così traspare un uomo volitivo, pugnace, di temperamento, capace di decisioni ponderate come di avventure passionali e scelte coraggiose. Mi piace la definizione che la scrittrice Annabella Cabiati ne ha dato: fece l’Italia, visse con ragione, amò con passione. Tutti abbiamo studiato il Cavour austero, rigoroso, astuto e diplomatico, dedito alla politica e alle sorti del Piemonte prima e dell’Italia poi. A me piace associare anche l’immagine del Cavour ufficiale di artiglieria, uscito dall’Accademia militare di Torino e avviato a una carriera che trovò “troppo stretta” per la sua personalità. Era anche un accanito giocatore d’azzardo, tante volte tratto dai guai dall’intervento del padre, che non esitò mai a fargli robuste ramanzine e a incitarlo a mettere la testa a posto, magari con un interessante matrimonio. Amante focoso e passionale, sempre cacciatore di donne ma anche ricercato dalle dame della società (e non solo quando divenne famoso), rimase sempre legato al primo, grande amore: quell’Anna Schiaffino Giustiniani conosciuta a Genova, appena ventenne, proprio durante il suo periodo da ufficiale. Bellezza travolgente lei, città solare Genova (tutta il contrario della brumosa Torino), ne scaturì una passione trasgressiva e scandalosa non solo perché lei era sposata ma soprattutto perché, pur di averlo per sé, gli concesse scappatelle e distrazioni; e quando capì che lo avrebbe comunque perduto, la marchesa non esitò a suicidarsi. Era già subentrata Clementina Guasco di Castelletto e poi Emilia Gazelli Pollone, che si (e gli) complicò la vita con la sfrenata gelosia del marito. La poetessa Melanie Waldor ne immortalò le passioni nel suo romanzo – all’epoca ritenuto piccante – “Alphonse e Juliette”. Le sue doti di grande “tessitore”, che seppe utilizzare a favore del risveglio nazionale quando intuì le grandi doti diplomatiche che potevano essere affidate alla moglie del cugino, la celeberrima contessa di Castiglione, spedita alla corte dell’Imperatore dei francesi, erano ampiamente collaudate: egli, infatti, si avvaleva anche delle informazioni che la sua amante Hortense de Meritiens otteneva dagli altri suoi partner per… fruttuosi investimenti borsistici!
Ma pochi sanno che nel suo pensiero era radicata l’idea che occorresse davvero fare l’Italia con un modello di Stato capace di unire e non semplicemente unificare popolazioni divise da radicate e difformi realtà storiche, politiche, culturali ed economiche. Camillo era convinto che sarebbe stata una “corbelleria” (parola sua) un’Italia senza un’unione “dal basso”, peggio ancora se si fosse realizzata imponendo sull’evidente realtà policentrica delle popolazioni il rigido tessuto normativo e statuale piemontese. Alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861) affidò perciò al ministro dell’Interno Marco Minghetti l’incarico di elaborare un progetto di riordino amministrativo ispirato al più ampio decentramento. E ne nacque il grande disegno – che oggi torna alla ribalta e chiamiamo federalismo fiscale – della suddivisione del territorio in sei grandi unità (vere e proprie macro-regioni) che fungessero da corpo intermedio fra centro e periferia, che tenessero cioè nel massimo conto le tradizioni, le esperienze e soprattutto le esigenze delle differenti province. Era un disegno davvero innovativo, del tutto originale e inedito nel contesto europeo, frutto di una mente illuminata e coraggiosa: il concetto dello “Stato minimo”, del “self-government” nella spesa pubblica, del diritto a riunirsi in entità fortemente sentite e coese prima che in una statale “tirannica centralizzatrice”. Inutile dire che la proposta Cavour-Minghetti si scontrò con un’ottusa opposizione “bipartisan” parlamentare; e dovremo arrivare ai nostri giorni per sentire parlare di un’architettura istituzionale ideata per meglio garantire, insieme e non opposta al concetto di unità nazionale, la crescita di tutte le componenti territoriali senza creare nuovi squilibri e fomentare antichi contrasti. Cavour c’era arrivato 150 anni fa.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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