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Libera Chiesa in libero Stato

Alle sette di mattina del 6 giugno 1861, meno di tre mesi dopo la proclamazione del regno d’Italia da lui creato, moriva a Torino Camillo Benso, conte di Cavour. A soli
cinquantun’anni, il più grande diplomatico dell'Ottocento, l’uomo delle mille mediazioni europee, si spegneva con la consapevolezza di essere poco amato da tutti: dai conservatori che lo consideravano troppo liberale; dai rivoluzionari che lo consideravano troppo di destra e comunque come quello che aveva fatto diventare monarchico Garibaldi e che aveva ingabbiato i furori di Mazzini; poco amato persino dal suo re, con la tipica gratitudine dei sovrani verso i primi ministri che gli possono fare ombra nella doverosa adorazione dei sudditi.
Probabilmente, fra i tanti sedicenti genitori del Paese, nessuno è stato più padre della patria di questo nobiluomo liberale che aveva dedicato tutta la sua vita alla gloria dei Savoia, iniziando la carriera a quattordici anni come paggio di Carlo Alberto. Tuttavia Cavour, che era stato capace di dare una soluzione diplomatica, nel segno della monarchia, ai confusi e contradittori ideali del Risorgimento, moriva con il rammarico di non aver potuto portare a termine l’ultima delle sue straordinarie mediazioni: e cioè quella con l'imperatore di Roma, papa Pio IX, che era un osso molto più duro di Garibaldi e di Mazzini. Forse se Cavour fosse stato ancora vivo, Vittorio Emanuele II avrebbe risolto meglio anche la ‘questione romana’, evitando di farsi scomunicare con la ferita militare di Porta Pia che ritardò di altri sessant’anni la pacificazione civile e religiosa del Paese.
Il fatto di morire con questo rimpianto profetico, rende non meno inverosimile che proprio in punto di morte, rivolgendosi al frate che gli somministrava l’estrema unzione, Cavour non trovasse niente di meglio da dire se non la frase di apertura di questo capitolo. Questa inveterata abitudine ad accreditare la versione dei moribondi che parlano, ad uso dei libri di storia, rappresenta secondo me la conferma più evidente che le frasi storiche sono tutte inventate o apocrife. In questo caso specifico ho letto nei vari repertori di frasi storiche che la stessa marchesa Alfieri (nipote di Cavour, che era rimasto scapolo) negò la veridicità di questa circostanza: rivelando che il grande zio, al momento del trapasso, pronunciava (come è naturale) soltanto parole incoerenti. Per non parlare di un certo conte Charles de Montalembert il quale due anni dopo, e quindi senza possibilità di smentite da parte dell'interessato, sosteneva che la formula l’aveva inventata lui: e per di più in francese.

Alberto Angelucci
(tratto dal libro: “Frasi Celebri”, Oscar Mondadori 1993)


 
 
 
 
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