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Istituzioni allo Specchio: i 20 anni de 'L'Imprevisto'

1) Silvio Cattarina: 'Ho imparato dai ragazzi che per crescere debbono avere qualcuno da guardare'              2) Il varo, nel settembre 2000, della 'Nave di Novilara': ricostruita dai ragazzi della Comunità in legno di quercia, frassino, pioppo e olmo, sul disegno di una stele picena del VI-V secolo a.C. (progetto dell’ingegnere navale Marco Cobau)

La luce in fondo al tunnel

All’ingresso della sede della Cooperativa alle porte di Pesaro (un’ex colonia estiva dell’Università Cattolica di Milano, davanti al mare e alla ferrovia) chiedo a un giovane giardiniere dove sia l’ufficio del dottor Cattarina. Mi risponde: “Silvio è lì, dietro quella vetrata”. Così comincio subito a capire che aria tira qui, che differenza – non solo linguistica – c’è tra Silvio e il dott. Cattarina nella percezione di questi ragazzi. Parlo di “ragazzi” perché la struttura (a differenza di altre comunità di recupero dei tossicodipendenti, come per esempio quella fondata da Vincenzo Muccioli a San Patrignano) ospita quasi esclusivamente i minorenni dai 13 ai 18 anni.
L’aspetto del luogo, ingentilito dal grande giardino, l’ordine delle palazzine, gli impianti sportivi, il mare, il sole, è quello di un collegio (o di una mite prigione senza sbarre). Ma in realtà questo è il teatro di una battaglia quotidiana, dove chi perde rischia di lasciarci anche la pelle. Qui non si tratta di spinelli o di fenomeni marginali di devianza giovanile. Si parla di “pere”, di “sballo”, di consumo e spaccio di eroina e di ecstasy, e a volte persino di peggio: metà degli assistiti, dopo un periodo di cura per la disintossicazione, sono mandati dai Sert (i servizi di delle ASL per le patologie delle dipendenze) o dagli assistenti sociali dei Comuni; l’altra metà beneficia di una misura alternativa al carcere, decisa dal Tribunale dei minori anche per gravissimi fatti di criminalità. Forse qui aleggia il fantasma di qualche genitore che si chiedeva “Cosa ho sbagliato?” e di qualche figlio che magari non si chiedeva niente.
I circa 90 residenti (sono stati 812 complessivamente nell’arco di vent’anni), provengono principalmente dal centro Italia e dalle più diverse estrazioni sociali. Il 70% sono maschi e il 30% femmine: quest’ultime ospitate nella sede del “Tingolo per tutti” (una definizione pesarese del gioco del nascondino) in viale Trento. Le altre strutture sono le tre Case di reinserimento, dove i ragazzi – dopo le dimissioni – riprendono il loro percorso di studio e lavoro; la cooperativa sociale “Più in là”, per la formazione al lavoro; e infine il “Lucignolo”, centro diurno per l’assistenza ai ragazzi della scuola dell’obbligo con problemi familiari e relazionali. Tutti i nomi sono molto evocativi: “L’imprevisto” e “Più in là” sono tratti addirittura dalle poesie di Montale.

Un percorso di 24 mesi. La storia dell’“Imprevisto” nasce da lontano, da una delle tante iniziative di solidarietà promosse da don Gianfranco Gaudiano: la comunità terapeutica educativa per minorenni deviati e tossicodipendenti, nata nel 1990 sulle orme di un’analoga struttura per adulti creata a Gradara negli anni precedenti. Come ho già scritto in un servizio su “Casa Paci” (residenza per detenuti in prova), è sempre l’onda lunga della vita di don Gaudiano che continua ad arrivare: e a lambire gli “ultimi”, come lui li chiamava (amaramente) secondo il messaggio evangelico.
Oggi lo staff complessivo comprende ventidue operatori, fra psicologi, sociologi, educatori e personale amministrativo: che garantiscono una presenza a turni per ventiquattr’ore al giorno (feste comprese). Il percorso di recupero occupa mediamente due anni, attraverso fasi successive di verifica prima di arrivare alla dimissione. Tutti gli ospiti sono tenuti a lavorare per la gestione della Casa: pulizia, cucina, lavanderia e stireria, giardinaggio, manutenzione, laboratori. Alcuni curano la redazione di un giornale mensile che viene inviato all’esterno. La giornata tipo è scandita da momenti precisi, con un orario che va dalle 7.30 alle 22.30, che includono ogni giorno due incontri terapeutici di gruppo per discutere e analizzare insieme la situazione di ogni singolo ragazzo. La casa delle ragazze è organizzata in modo analogo, con qualche adattamento dell’azione terapeutica ed educativa per tener conto delle particolari problematiche connesse alla femminilità. Nessuno può lasciare la residenza o incontrare i familiari fuori dalle occasioni programmate, a pena di immediato allontanamento dalla comunità. Non è prevista, né tanto meno imposta, alcuna pratica religiosa e – tutto sommato – le restrizioni sono abbastanza modeste: per esempio non si può disporre di denaro e sono concesse solo dieci sigarette al giorno per i minorenni, quindici per i maggiorenni.
Il bilancio della cooperativa (gestita da un Consiglio d’amministrazione, di cui fanno parte anche illustri esponenti locali dell’imprenditoria, della cultura e della politica) è sostenuto dalle rette pagate dagli enti che inviano i soggetti (amministrazioni pubbliche e ministero della Giustizia), da contributi pubblici e privati, da donazioni spontanee, per una cifra complessiva di circa un milione di euro all’anno. Sono soldi sicuramente ben spesi.

Un missionario laico. Silvio Cattarina, 56 anni, alto, capelli e baffi rossi, è un montanaro di Storo nel Trentino (non lontano da Riva del Garda) arrivato a Pesaro da ragazzo per studiare presso il mitico collegio dei postelegrafonici di Villa Marina; e qui si è trovato così bene da rimanerci per sempre. Dopo il diploma in ragioneria e la doppia laurea a Urbino (Sociologia e Psicologia) ha sposato Miriam Rocchi, una pesarese che gli ha dato quattro figli: la prima lavora con lui nella Comunità. Passato il solito periodo giovanile di contestazione generale al tempo dell’università, gli incontri che hanno segnato la sua vita e il suo destino professionale sono stati quelli con don Giussani (“Comunione e liberazione”) e naturalmente con don Gaudiano. Lo stile e l’atteggiamento sono quelli di un missionario laico più che di uno psicologo: una forma mentale che gli deriva dalla sua profonda ispirazione cattolica. L’ho visto più volte in azione, in genere durante le cerimonie annuali delle “dimissioni”, in cui ragazzi e genitori raccontano le loro esperienze in un diluvio collettivo di lacrime: ma queste sono lacrime liberatorie, che fanno bene.
Nel suo libro “Torniamo a casa” (che Gianfranco Sabbatini ha definito nell’introduzione “un grande libro sapienziale”), Cattarina ha scritto: “Io sono convinto che quello che avviene, che succede nelle nostre comunità, è molto più grande di noi, della somma delle nostre azioni; viene da lontano e va lontano, è una cosa mirabile, un dono imprevisto. Accade una cosa dell’altro mondo”.

La bella addormentata. Le droghe, anche quelle leggere, danneggiano il cervello, il fegato, i polmoni, il sistema nervoso, la potenza sessuale (contrariamente a quanto molti pensano). In genere non se ne esce senza un aiuto esterno. Ecco tre testimonianze di quelli che ce l’hanno fatta.
Marigona, una bella ragazza alta e sottile, capelli e occhi neri, 18 anni tra due mesi, è stata adottata in un istituto del Kossovo (quando aveva già cinque anni) da due coniugi di Salò (Brescia). Dopo il trauma della morte del padre adottivo e altre torbide vicende che l’hanno involontariamente coinvolta, si è trasferita a Cervia con la madre. A 14 anni ha cercato di scacciare con gli spinelli, e con la compagnia degli sbandati, l’infelicità e la rabbia della sua piccola vita. Finché un giorno si è addormentata su un treno locale che finiva a Pesaro ed è stata fermata dalla Polizia ferroviaria che l’ha subito portata al “Tingolo”. Dimessa dopo oltre due anni, ha lavorato in una delle case di reinserimento e presso una libreria cittadina. Ha ripreso gli studi come segretaria d’azienda all’Istituto “Branca”, dove viaggia con la media del sette e mezzo. Colpisce la sua maturità, la notevole capacità espressiva e l’incantevole serenità con cui racconta una difficile storia ormai alle spalle.
Michele, 26 anni, un metro e novantasette e 120 chili, viene da Senigallia ed è entrato all’“Imprevisto” a 22 anni, dopo aver perso anche il rapporto con la famiglia, rivolgendosi volontariamente al Sert della sua città. Si è rimesso in gioco da solo quando ha capito di essere su una strada senza uscita. Dopo la dimissione ha continuato a lavorare qui e ha studiato da privatista per poter riprendere i corsi regolari al “Bramante”: conseguirà tra qualche giorno il diploma di ragioniere.
Enrico, 23 anni, origini pugliesi, proviene anche lui da Senigallia dove ha condotto una vita normale fino a 17 anni, prima dell’incontro con l’eroina e con i rave parties dove si va a consumare e a spacciare la droga. La sua è una famiglia unita, senza particolari problemi, che scopre con costernazione il suo vizio segreto e lo salva portandolo al Sert. Anche lui si diplomerà come ragioniere in questa sessione.

Il motto. Sono state scritte tante cose edificanti sul tema dell’educazione. Penso ai motti più famosi: “La parola muove, l’esempio trascina”, “Un giovane non è un vaso da riempire ma una fiamma da suscitare”. Ma mi ha particolarmente colpito un’affermazione di Silvio Cattarina, semplice e illuminante come una parabola del Vangelo, a commento di un episodio apparentemente banale (un ragazzo che lo osservava mentre si faceva la barba): “Ho imparato dai ragazzi che per crescere debbono avere qualcuno da guardare”.

Alberto Angelucci


La Festa del Ventennale
Il ventennale de “L’Imprevisto” sarà celebrato domenica 11 luglio, nel parco della Comunità (Strada delle Marche 69, tel. 0721 31802). Il programma prevede, dopo le testimonianze di ragazzi e genitori, gli interventi del presidente della Fondazione Cassa di Risparmio Gianfranco Sabbatini, del presidente Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini, dell’attore Paolo Cevoli. Sarà inoltre presentato il libro di Silvio Cattarina: “Torniamo a casa. L’Imprevisto: storia di un pericolante e dei suoi ragazzi”. Per concludere, prima della cena, spettacolo teatrale allestito sotto la guida di Lucia Ferrati e Gilberto Santini: le ragazze interpreteranno il Canto V della Divina Commedia (Paolo e Francesca); i ragazzi i primi due atti dell’Amleto di Shakespeare.


 
 
 
 
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