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Personaggi allo Specchio:
Giorgio De Sabbata

Maggio 2000

IL COMUNISTA CHE MANGIAVA I BAMBINI

L'uscita dal Partito Comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto, il lutto della mia gioventù. E io vengo da una contrada in cui il lutto si porta più a lungo che altrove.

(Ignazio Silone: dal libro "Uscita di sicurezza")

Alla fine degli anni '50, per me ragazzo della piccola borghesia cattolica (con relative simpatie democristiane) quest'uomo era il Diavolo. Come fiduciario locale di Togliatti, gli addebitavo tutto: il Patto di Varsavia, il "triangolo della morte" in Emilia, l'invasione dell'Ungheria, i crimini di Stalin, la Chiesa del silenzio, il muro di Berlino (che non era ancora stato costruito), l'acqua sporca di Pesaro. Il rosso era un colore poco raccomandabile, quasi volgare. La falce e il martello non apparivano più come miti utensili di lavoro: intrecciati fra loro provocavano crisi allergiche. Non lo vedevo come un trinariciuto alla Guareschi, solo perché era troppo colto; ma qualche sospetto che mangiasse i bambini a colazione non potevo evitarlo. ‘A da venì Baffò, dicevano ancora con aria minacciosa gli operai in tuta blu: facendo scorrere lunghi brividi di paura sulla schiena degli impiegati.

Non si capisce se è cambiato il comunismo, o è cambiato il mondo, o è cambiato De Sabbata, o è cambiato il cronista: ma di certo qualcosa è cambiato se oggi la piccola borghesia, sempre meno cattolica, forse diffida più di Forza Italia che della Quercia traballante di D'Alema.

L'imprinting. Il Diavolo è un imponente e tranquillo signore di quasi settantacinque anni, che indossa un completo grigio-ferro. Mi riceve a casa sua: in un grande appartamento del centro all'ultimo piano, che mi sembra quasi irriguardoso definire borghese. Il caminetto, l'orologio a pendolo, un bellissimo nudo di donna scolpito da Baratti, sculture lignee dell'arte africana, un pianoforte a coda, ricordo di famiglia, persino un'austera poltrona di legno dallo schienale altissimo che potrebbe essere una sedia gestatoria o un trono episcopale. Non posso fare a meno di pensare che sto incontrando un Vescovo comunista: dei tempi in cui un grande Vescovo vero, Luigi Carlo Borromeo, sedeva su un analogo trono vicino all'altare del Duomo, rammaricandosi di non essere Papa per poterlo scomunicare all'istante.

In un piovoso pomeriggio di primavera, seduti davanti al caminetto (spento), Giorgio De Sabbata mi racconta la storia di cinquant'anni di comunismo pesarese, che si intreccia con il suo personale itinerario di vita. Cominciano a scorrere i fotogrammi della memoria. La guerra si sta mettendo male; a Pesaro, a differenza di Fano e di Urbino, non si avverte ancora la presenza di un'opposizione organizzata. Il ragazzo frequenta il Liceo Classico, dove prende lezioni di letteratura italiana, e di antifascismo, dal professor Vitaliano Settembrini, uno dei pochi avversari dichiarati del regime, prima che fosse sospeso dall'insegnamento; conosce i primi militanti operai condannati dal Tribunale Speciale e i fogli della stampa clandestina. A diciassette anni è già diplomato e ha ormai ricevuto l'imprinting ideale che segnerà il resto della sua esistenza: la conseguenza immediata è la scelta della clandestinità e l'inizio della lotta militare, nella montagna intorno a Cantiano.

Anche lui proviene da una famiglia molto cattolica come Valerio Volpini, suo coetaneo e compagno nella V brigata partigiana: ma, a differenza di quest'ultimo, trova nel comunismo una risposta più efficace e più decisa al fascismo e all'occupazione tedesca. C'è con loro anche Claudio Cecchi (figlio di un diplomatico, Igino, che aveva rifiutato il giuramento di fedeltà al regime) e i rappresentanti di tutti i movimenti antifascisti: democristiani, socialisti, Partito d'azione, qualche prete. Ma c'è una prevalenza schiacciante dei comunisti, che discutono sull'imperialismo come causa della guerra, sulla natura del profitto, sulla futura riforma agraria per dare la terra ai contadini di cui vedevano la condizione miserevole; e prospettano una soluzione rivoluzionaria: l'instaurazione del socialismo in Italia come completamento dell'opera della Resistenza.

Partecipa anche a un'azione militare che è ricordata nei manuali della Resistenza: la battaglia del 25 marzo 1944 a Vilano Capone, con un giorno di fuoco contro l'accerchiamento di soverchianti forze tedesche e fasciste. Poi la liberazione di Pesaro, che arriva il 28 agosto di quell'anno. E' finita.

L'avvocato dei contadini. Negli anni della guerra era già iscritto all'Università di Bologna, dove si laurea in legge nel 1948 sostenendo nove esami e la tesi in un solo anno. Non può quindi giocare una parte molto attiva nella drammatica consultazione elettorale di quella primavera, col Paese diviso in due blocchi: da una parte Togliatti minacciava l'uso di scarponi chiodati da applicare sul sedere di De Gasperi, e i più zelanti segnavano col gesso le porte degli avversari, in attesa della resa dei conti del 18 aprile; dall'altra c'erano i comizi dei "frati volanti" e l'occhio di Dio stampato sui manifesti col compito di scrutare in anticipo il voto dei fedeli. Comunque lui fu uno dei pochi nel suo partito a prevedere che il Fronte Popolare non avrebbe vinto quelle elezioni, perché viaggiando in treno ascoltava gli umori della gente.

L'anno successivo De Sabbata è già in cattedra come insegnante di diritto ed economia all'Istituto Tecnico di Pesaro: un incarico che manterrà per molti anni (anche da Sindaco), parallelamente all'attività di legale. E' l'avvocato dei contadini e dei mezzadri nelle cause di lavoro, gli sfratti, le contravvenzioni. Dal 1951 è Assessore alle Finanze in una città da ricostruire, quando il bilancio comunale stava in piedi solo con i mutui della Cassa Depositi e Prestiti e i fornitori erano pagati a 18 mesi. Mi ricorda con un certo orgoglio qualche risultato della sua gestione di amministratore pubblico: la ricostruzione dell'acquedotto, distrutto dai tedeschi, scavando nuovi pozzi; l'abolizione di alcune prestazioni in natura (quali il trasporto di ghiaia a carico di coltivatori diretti e mezzadri, in proporzione ai capi di bestiame posseduti); il servizio urbano di autobus; la diffusione delle scuole materne; la fornitura dell'energia elettrica a tutte le case coloniche; il Piano regolatore intercomunale che favorisce la nascita dell'area industriale della Chiusa di Ginestreto e di Montecchio; la battaglia per le autonomie locali (poi proseguita da parlamentare); il sostegno alle iniziative culturali (sviluppo del festival del GAD e del festival del Cinema, il potenziamento della Fondazione Rossini). Ricorda il '68, quando Cohn-Bendit venne a Pesaro per contestare il Festival del Cinema (dopo aver occupato quello di Cannes), con i relativi disordini e feriti; e la carica della polizia che costrinse 40 manifestanti, fra cui alcuni registi sudamericani, a trovare rifugio fino a tardi nel Teatro Sperimentale e di qui negli uffici del Comune. Il Sindaco svegliò all'una di notte il Prefetto di Pesaro e il Vice Capo della polizia Vicari, per... trattare la ritirata dei contestatori/ospiti senza essere identificati. I due alti funzionari dello Stato dettero la loro approvazione, probabilmente in pigiama, e se tornarono a letto. Sfumano, nei vapori dei ricordi, i vivaci scontri politici con i democristiani: i De Biagi, i Filippucci, rievocati come avversari duri ma leali. Ma si toglie qualche sassolino dalle scarpe, ricordando dieci anni di attacchi del più diffuso quotidiano locale durante la realizzazione del cavalcavia Miralfiore, inaugurato nel 1970 alla fine del suo mandato, e allora considerato come un'opera faraonica e deturpatrice dell'ambiente.

Nel 1957 sposa Guia Cantoni, una cesenate laureata in Greco antico, e anche lei futuro assessore nel PCI, che gli darà due figli: Andrea, oggi magistrato ("Verdi", con una moglie ancora più "verde" e animalista) e Paolo, professore di Fisica nei licei ("Rifondazione Comunista"); gli hanno regalato complessivamente tre nipoti, da 10 mesi a 5 anni, di cui si ignorano le simpatie politiche.

La sua lunghissima carriera di amministratore pubblico durerà ininterrottamente fino al 1970 quando lascia dopo undici anni la carica di Sindaco: il mandato più lungo, dopo quello di Fastigi, e il mandato più lungo in assoluto come membro della Giunta. Segue un'esperienza biennale alla Regione, poi viene eletto deputato nel 1972 e successivamente senatore per tre legislature (con oltre 60 mila preferenze) dal 1976 al 1987.

Ancor oggi ogni mattina, dal lunedì al venerdì, va a lavorare ad Ancona nell'ufficio di Difensore Civico regionale: un incarico super partes, cui è stato eletto dall'Assemblea regionale nel 1996. Fra il pendolarismo romano di parlamentare e quello anconitano di difensore civico, ha preso più treni lui nella sua vita che un ferroviere in pensione: un sacrificio mitigato dal fatto che i deputati non pagano il biglietto.

Da Togliatti a Veltroni. Cerco di capire che cos'è oggi il comunismo per quest'uomo, uno dei pochi ad usare ancora con piacere la parola "compagno", un esempio di militante "duro e puro", che ha vissuto tutta l'evoluzione del partito, dalla Resistenza a Veltroni, senza ritrovarsi in compagnia di Bertinotti. Mi racconta l'autunno del ‘56, l'anno della rivolta in Ungheria, e la crisi profonda a Pesaro, con alcuni militanti che si allontanano dal partito e con un gruppo di dirigenti che si raccoglie spontaneamente nella sala della Provincia e vota un ordine del giorno contrario all'intervento sovietico. Una delegazione, composta da De Sabbata, Giuseppe Angelini, Emidio Bruni e Domenico Settembrini, viene ricevuta a Roma dallo stesso Togliatti, al quale esprime la critica per i comportamenti che hanno portato a quella situazione, chiedendo addirittura (immagino molto cautamente) le sue dimissioni dalla segreteria. "Su questo deciderà il congresso", taglia corto Togliatti, dopo averli comunque intrattenuti per un'ampia discussione. Comincia a delinearsi lentamente il processo di diversificazione del PCI dagli altri partiti comunisti occidentali che arriverà fino alla condanna dell'intervento sovietico in Cecoslovacchia ("Per me e per altri fu una vera liberazione", afferma De Sabbata) e allo "strappo" di Berlinguer. Il Senatore vede nella capacità della sinistra di interpretare i bisogni di trasformazione sociale, nella sua integrazione con la storia della democrazia italiana, nella sua capacità di governo, nella difesa della Costituzione, nella sua scelta di legalità (anche e soprattutto negli anni feroci del terrorismo) il segreto della sua sopravvivenza politica e morale, attraverso tutte le stagioni. "Dove è oggi il partito comunista francese, spagnolo, greco?", si chiede, con un implicito riferimento al loro massimalismo anti-sistema. De Sabbata non crede all'eccesso di ideologia: intesa come una religione e non solo come un'ispirazione per comportamenti politici concreti, da misurare di volta in volta con la realtà. Cita il caso di Pesaro, con i ceti sociali che si sono completamente trasformati, con molti operai, artigiani, contadini che hanno cambiato la loro posizione sociale, sono diventati piccoli imprenditori: conservando tuttavia il loro orientamento politico di sinistra. Questo lui considera de-ideologizzarsi: adeguarsi all'evoluzione della società, senza rinnegare il passato ma guardandolo con spirito critico, anche attraverso le ragioni, i valori e gli errori di percorso.

Mi congedo perché ho finito le mie cassette e, grazie alla cortesia del mio interlocutore, ho raccolto materiale sufficiente per almeno due articoli. Mentre esco, mi sembra di sentir aleggiare sul pianerottolo un leggero odore d'incenso.

Alberto Angelucci

 


 
 
 
 
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