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Il ‘Glauco' di Morselli


Il 21 aprile si è tenuta a Pesaro a Palazzo Antaldi una commemorazione di Ercole Luigi Morselli, per iniziativa del Liceo Mamiani, a un anno di distanza dall'analoga manifestazione dedicata a Terenzio Mamiani. Ha tenuto la relazione introduttiva Antonio Brancati, direttore della Biblioteca e dei Musei Oliveriani, ricordando la vicenda del ritrovamento del “Fondo Morselli”, oggi a disposizione di tutti presso la biblioteca, dopo l'imponente lavoro di catalogazione realizzato da Vasili Bertoloni Meli e Lucia Ferrati, autori anche del volume edito dalla “Nuova Italia” sulla vita e le opere dello scrittore. Lucia Ferrati ha ricostruito con competenza e vivacità il percorso biografico dell'artista (riportiamo di seguito una sintesi del suo intervento, insieme a un prezioso testo di Fabio Tombari). Patrizia Pagnini ha infine esaminato la personalità più intima dello scrittore dal punto di vista grafologico. E' seguita la suggestiva lettura teatrale del Glauco, realizzata da una ventina di studenti del Liceo: l'opera scritta nel 1919 dette all'autore un'immediata fama in tutt'Italia.

Ormai dimenticate da pubblico e critica, l'opera e la personalità di Ercole Luigi Morselli, meritano, a 80 anni esatti dalla morte, di essere riscoperte e rese note al pubblico, soprattutto dei più giovani. E' stato infatti, a suo tempo, uno dei più celebri ed amati drammaturghi italiani. Esempio purissimo di vero Teatro di Poesia, il suo Glauco rappresenta ancora oggi una della più interessanti risposte contemporanee al mito del Nostos di Ulisse.
Lo studio del Fondo Morselli (recuperato nel 1989 dall'Ente Olivieri, e attualmente consultabile presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro) ha permesso di ricostruire la sofferta parabola biografica ed artistica dello scrittore pesarese.
In occasione del convegno del 23 settembre 1994, e su iniziativa dell'Ente Olivieri e della Biblioteca Oliveriana depositaria del Fondo Morselli, è stato pubblicato un saggio su la Vita e l'Opera di Ercole Luigi Morselli (curate rispettivamente da Lucia Ferrati e da Vasili Bartoloni Meli) edito dalla Casa Editrice La Nuova Italia di Firenze.
Il percorso biografico di Morselli sembra, in primo luogo, contenere tutti quei topoi che caratterizzano le vite degli scrittori fin du siécle: la giovinezza dissoluta e scapigliata, il viaggio oltreoceanico, la miseria, la malattia, la prigionia, la morte prematura. Vicende che per molti aspetti ci riportano – pur con le inevitabili differenze – alle tormentate esistenze di Baudelaire, di De Musset, di Gozzano, Corazzini e Dino Campana, e che quindi ritraggono l'immagine di un poeta romantico propenso a vivere più di sogni che di realtà, ma che al contrario, per tragico contrappasso, ha dovuto rinunciare a quei sogni, a quelle “fughe” per costringersi a repentini ed irreversibili ritorni. Come del resto, ci racconta la prima, vera autobiografia morale morselliana: il Glauco.
Ercole Luigi Morselli nasce a Pesaro da Antonio Morselli e Annetta Celli il 19 febbraio 1882 in palazzo Marzetti di via San Domenico 17 (oggi n. 59 di via Giordano Bruno). Nei primi anni di vita segue il padre, avvocato demaniale, prima a Modena, poi a Firenze dove si iscrive – senza mai terminare gli studi - alle facoltà di medicina e di lettere. Nel capoluogo toscano si lega in profondo sodalizio d'amicizia e d'arte ad Alfredo Mori, Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini: cenacolo di “spiriti liberi”, adoratori di Wagner, Nietzsche e Stirner, che adotta atteggiamenti scapigliati, all'insegna di un'ideologia letteraria scissa tra ideali protoromantici e suggestioni positivistiche. Nel 1903, inseguendo il sogno di un'esistenza libera ed errabonda, Morselli, assieme al poeta e drammaturgo toscano Federico Valerio Ratti, intraprende un rocambolesco viaggio di due anni in Africa del Sud e in America Latina. Viaggio inteso come il quello di Odisseo, finalizzato alla ricerca di un sé da scovare altrove, ma mai effettivamente raggiunto, dove “la meta – avrebbe detto Dino Garrone sintetizzando le inquietudini di un'intera generazione – è sempre all'orizzonte”. Rientrato in Italia, si trasferisce a Roma dove fonda (sperperando nella fallimentare operazione quasi l'intero patrimonio familiare) la rivista commerciale “Mercurio”. Nel 1907 si sposa con la romana Bianca Bertucci dalla quale ha una figlia, Giuliana.
Nel 1909 debutta con la sua prima opera letteraria: Favole per i re d'oggi e nel 1910 con la sua prima opera teatrale, Orione. Seguono i pressoché sconosciuti Acqua sul fuoco, Il domatore Gastone, La prigione. Dopo una breve e non felice esperienza con il cinema (dirige il film Effetti di luce tratto da una commedia di Lucio D'ambra), nel 1915 si ammala di tisi. Segue un'esistenza travagliata per sé e per la sua famiglia, fatta di stenti e delusioni, nonostante i discreti successi delle raccolte di racconti Storie da ridere e da piangere e Il Trio Stefania. Nel 1918, nonostante la malattia, per un banale disguido burocratico relativo al suo esonero dal servizio militare, viene accusato di diserzione e rinchiuso per tre settimane nel carcere pesarese di Rocca Costanza. Nello stesso anno, dopo un lungo e penoso travaglio fisico e psichico (che più volte la condusse al ricovero presso l'Ospedale Psichiatrico San Benedetto di Pesaro) muore l'adorata madre Annetta.
Nel 1919, con la prima rappresentazione del Glauco, osannato da pubblico e critica e conteso dalle due celebri compagnie Talli e Ninchi, Morselli riesce finalmente ad aver la sua vera e tanto attesa celebrazione pubblica, tanto da essere salutato dai suoi contemporanei (Sem Benelli, Sabatino Lopez, Silvio D'Amico, Annibale Ninchi, Virgilio Talli, Lucio D'Ambra, per citarne solo alcuni) come il maggior poeta drammatico del suo tempo. Due anni dopo, il 16 marzo 1921, muore a Roma a soli 39 anni senza aver avuto neppure il tempo di condurre a termine i suoi due ultimi lavori: Belfagor e Dafni e Cloe.

Lucia Ferrati

HA I SECOLI DAVANTI A SE'

Un giorno Dino Garrone, Giorgio Umani, Ubaldo Fagioli e Bruno da Osimo pensarono di onorarne la memoria portando fiori alla casa in Ancona dove era stato scritto il Glauco. Zitti zitti, con un gran mazzo di garofani, avevano salito le otto rampe quasi al buio, incerti sul pianerottolo, quando un omaccione in mutande:
- Cosa cercate? Che volete?
- Volevamo deporre, lasciare quest'omaggio qui dove Morselli, Ercole Luigi Morselli...
- E chi è?
- Un poeta, un grande poeta morto.
Prese i fiori, li soppesò: - Ve lo do io il poeta, per i mortacci vostri!
Sbatté la porta in faccia. E giù dentro bastonate alla moglie che urlava la propria innocenza.
Ricordo che Antonio Conti ogni volta che se ne parlava, piangeva. Così Gherardo Gherardi, Zanella, Zandonai. Ride vano e piangevano. Ma aveva ragione lui, l'energumeno. L'arte non tollera né omaggi né celebrazioni; né va commemorata o compianta. Non è una tomba dove portare i fiori. L'arte è viva e vivente anche a insaputa e a dispetto degli uomini. Viva di quelle forze di cui è ricca la fantasia universale. E il poeta è colui che le suscita. Un evocatore, un mago.
Oggi si dice: Morselli è un superato, e i suoi personaggi non esistono perché non esistono gli dei e gli eroi, ma soltanto gli uomini di tutti i giorni. Già, come se l' arte avesse a che vedere con la nostra statura. In arte è vero ciò che è vivo, non vivo ciò che è vero. Ecco quanto nell'«Orto», in quell'orto di Bologna sentivamo urgere senza riuscire a mettere in chiaro. L'arte muore, il teatro muore, l'uomo muore perché gli abbiamo sottratto le forze universali. Si ha un bell'andare sulla Luna a portarvi le canzonette; sono le forze ctoniche e gli ideali celesti che nutrono l'essere umano.
Ma a chi dirlo? Partito Ninchi, Gherardi; l'ho detto a dei capocomici, ho provato a sollecitare editori perché stampassero almeno il Glauco e l'Orione; ai critici perché sollecitassero gli editori. Niente da fare. L'ultimo ad appoggiarmi, a incoraggiarmi, a prodigarsi, Antonio Conti, con tutto il suo cuore, lui che pure aveva detto con voce non effimera qualcosa di suo, partito coi suoi disinganni. A confidare non c'è rimasto che Morselli. Giovane, così giovane da non essere riuscito a invecchiare, vive di quel vigore che fra Scilla e Cariddi provoca gorghi e miraggi. E ha dei secoli avanti a sé, dei millenni.

Fabio Tombari


 
 
 
 
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