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Dino Garrone:
fantasma dell'eternità


Come proseguimento ideale della celebrazione dedicata l'anno scorso a Ercole Luigi Morselli, il Liceo "Mamiani" di Pesaro ha commemorato il 12 aprile un altro illustre concittadino e allievo del liceo all'inizio del ‘900: lo scrittore Dino Garrone. Hanno dato vita alla manifestazione, presso la sala della Fondazione Cassa di Risparmio a Palazzo Montani Antaldi, gli allievi dei licei classico, linguistico e psicopedagogico, coordinati da Lucia Ferrati e da Grazia Della Valle.

Dopo l'introduzione del preside Antonio Nanni, gli allievi hanno dato lettura di alcune prose e lettere di Garrone; sono seguite le relazioni di Lucia Ferrati sul percorso letterario e biografico dell'autore e della grafologa Patrizia Pagnini che ne ha tracciato un profilo psicologico.

 

Per la sua intelligenza, per la sua straordinaria, seppur precocissima cultura, per la sua originale e sconvolgente capacità di scrittura, per la sua sensibilità, per la sua fragilità, per la sua bellezza, per la sua inquietudine, per le sue immense e dolorose contraddizioni, Dino Garrone fu una della meteore intellettuali più carismatiche del primo Novecento italiano. Di lui si "innamorarono" letterariamente molti suoi contemporanei: da Elio Vittorini, ad Edoardo Persico, a Domenico Lombrassa, a Romano Bilenchi, a Berto Ricci, Alfonso Gatto. E fra questi, un giovanissimo Indro Montanelli che pur non avendolo conosciuto personalmente scrisse di lui: "Penso che fu la più bella e limpida coscienza della nostra generazione, di cui avrebbe potuto diventare il nuovo Gobetti".

Ma chi era Dino Garrone? Edoardo Garrone, questo era il suo vero nome, nasce a Novara il 2 marzo 1904 da Giovanni e Maria Antonietta Mercalli. Eccetto il padre che, per motivi di lavoro (era direttore di banca), resta a Novara, il resto della famiglia (la madre, Dino, la sorella Carla e il fratello Guido) si trasferisce a Pesaro, per consentire a Carla, promettente violinista, di conseguire gli studi presso il Conservatorio. Illustre allievo del Liceo Mamiani, il giovane e bellissimo Dino spicca fra tutti gli alunni anche per la sua straordinaria bravura. Dalla pagella della licenza liceale, dell'anno 1921-22, esce una sfilza di nove e dieci, la Licenza d'Onore e l'esonero dagli esami per meriti speciali. I suoi studi proseguono a Bologna dove si laurea, nel 1927, in Lettere, con una tesi su Giovanni Verga: tesi così illuminante che sarà edita postuma (come del resto tutte le sue opere), nel 1941, con la prefazione di Luigi Russo.

Tornato a Pesaro, a parte brevi parentesi di viaggio a Bologna, Roma e Milano, Garrone rimane per lungo tempo rinchiuso in questa sorta di mal sopportato "raccoglimento provinciale". Verso la sua città d'adozione, Dino nutre per tutta la vita sentimenti estremamente contrastanti. Ama "l'estroso, stridulo e traditore" mare Adriatico, la terra di Marche, i luoghi del rito della città di provincia, il "macello", la stazione, il porto, la piazza e le figure mitologiche che li popolano: il gigante Raffaelon che "mangiava i topi vivi", gli spazzacamini, gli omini accendi-lampioni (gli Zio Flim), gli arrotini. Ama i magici silenzi notturni di questa città che gli permettono di pensare e scrivere, lui "unico vivo fra la morte respirante di chi dorme". E a tutto questo dedica pagine bellissime, intrise di vera poesia. Ma c'è anche in queste prose marchigiane una nostalgia, simile ad una mitteleuropea sehnsucht; una struggente nostalgia per qualcosa, (un luogo? un grande amore? la gloria? la bellezza? l'arte? il mito?) che non si è mai vissuto appieno, ma che si possiede, forse, nella memoria dell'anima archetipica. E quindi emerge da questi stessi scritti, prepotente, anche un sentimento centrifugo, carico di ribellione verso una cittadina impaludata nel tedio e nel grigiore culturale, insensibile ed indifferente, incapace di riconoscere l'arte o il genio autoctono. "Non miele e non fiele, ma acqua sola acqua inodora e insapora".

Nel raccoglimento provinciale, Garrone ha in realtà una vita intellettuale frenetica e convulsa. Sua principale occupazione è scrivere lettere, che più che semplici missive diventano per lui dei veri e propri "esami di coscienza di un letterato", per dirla ancora con Renato Serra. Si tiene in contante contatto epistolare – c'è chi parla addirittura di "incontinenza epistolare" - con tutta la giovane intelligenza italiana: dai marchigiani Tombari, Carnevali, Bartolini, Conti, Vildi, Polidori, Bruno da Osimo, Gallucci, Puccini, Cancelli; ai toscani Ottone Rosai, Gioacchino Contri e Bruno Rosai con cui tenterà il fallimentare esperimento del giornale letterario "il Rosai"; a Elio Vittorini, a Edoardo Persico, a Berto Ricci, a Enrico Falqui, Virgilio Lilli, Luigi Volpicelli, Gherardo Gherardi e via dicendo. Un epistolario di estremo interesse per chi volesse ricostruire il vero tessuto culturale - spesso nascosto, rimosso o addirittura inedito – del fermento intellettuale giovanile degli anni Venti e Trenta in Italia. Nelle sue lettere Garrone progetta continuamente nuove architetture e rivoluzioni culturali, nuovi ideali artistici da perseguire. E incita i colleghi marchigiani, pigri o rassegnati, ad uscire dal loro torpore pur senza mai riuscire a trovare un uguale, corrisposto entusiasmo.

Mazziniano idealista e aderente a quel fascismo giovanile e rivoluzionario che poi fu definito con un improbabile ossimoro "fascismo di sinistra", al giovane Garrone, come a molti della sua generazione, sembra di scorgere nella figura di Mussolini il padre sovversivo, "condottiero nella marcia verso il nuovo politico e culturale". E nel movimento fascista il giovanissimo Garrone vede "il formidabile alleato dell'ingegno, spregiudicato, forte e nemico dei gretti e delle inchieste letterarie". Ma fu un amaro disincanto. Bastano alcune lettere scritte da Parigi negli ultimi mesi della sua vita a testimoniare come Garrone tentasse di uscire dai limiti nazionalistici e faziosi di un fascismo che rendendo provinciale e caporalesca l'Italia intera, diventava in realtà sempre più grottescamente mussoliniano e sempre meno rivoluzionario.

Quello di Garrone, come quello di Berto Ricci o Vittorini, fu di fatto un fascismo impossibile come lo definisce Paolo Buchignani; o meglio un drammatico equivoco, come lui stesso preferisce definirlo. Ma un fascismo di appartenenza che lo condannò, suo malgrado, ad una forzata rimozione post-bellica. Ed è sicuramente questa una delle cause del persistente oblio sceso su di lui. Nel 1929, pur nel pieno del suo consenso artistico come scrittore e giornalista, Garrone scrive all'amico Luigi Bartolini: "Poi ogni giorno che passa, le adunanze, gli uomini, la gente, le conversazioni, i circoli, mi danno sempre più il vomito e sento indurirsi in me l'anima di un domenicano. Trovare presto l'isola è la mia sola e superbissima aspirazione."

E la sua isola, Garrone sembra individuarla a Parigi, dove si trasferisce all'improvviso per entrare nella elitaria cerchia del pittore Gino Severini. Non dunque la Parigi del lusso mondano e dei salotti, ma quella "piena del fiato delle Muse" che meglio profumava di cultura europeista e novecentista, aperta, libera, veramente nuova e rivoluzionaria, lontana dalle beghe e dalle squallide diatribe provinciali. A Parigi, Garrone fa la fame. Divide una piccola e squallida casa con il pittore Tullio Garbari. In un fatale giorno dell'ottobre del ‘31, rientrando a casa, Garrone trova l'amico morto nella vasca da bagno. Fa per sollevarlo, ma l'acqua che tracima lo fa scivolare e battere la guancia sul bordo della vasca. Da quel colpo ricevuto, si svilupperà una setticemia a un dente, incurabile in quegli anni in cui la penicillina era ancora lontana. Dopo due mesi di agonia, Dino Garrone si spegne tra le braccia di sua madre, corsa a Parigi per assistere il figlio, il 10 dicembre 1931. A soli 27 anni.

Non ci è dato di sapere se Garrone, come molti affermano, sarebbe diventato uno dei più grandi scrittori italiani. Non ci è dato di sapere se la sua fede politica, come quella di Vittorini o Bilenchi si sarebbe rivolta ad una opposta direzione. Di certo sappiamo che fu un giovane dalle straordinarie, acutissime doti critiche e letterarie, e capace di sconvolgenti intuizioni, che lo rendono davvero un fantasma dell'eternità. Come questa, che pronunciò appena ventiquattrenne e che, è forse l'epigrafe più tragica e vera nella quale possono riconoscersi tutte le incomprensioni generazionali dei giovani artisti (o forse semplicemente dei giovani?) del Novecento e, forse, anche di questo nuovo millennio: "Un secolo si apre di asciutti pianti che non potremo mai sfogare, pena il ridicolo".

Lucia Ferrati


 
 
 
 
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