Perché sono un'impunita.
Perché parlo di me: ma sono l'unica persona che conosco un po' meglio.
Perché scrivo e non so scrivere.
Perché vivo e non so vivere.
Perché amo e non so amare ogni creatura che avvicino come andrebbe amata e ne avrebbe bisogno.
Perché in un mondo di persone quasi tutte altamente specializzate in qualche settore del lavoro, io, al contrario, non so far niente in maniera professionale.
All'ordine preferisco l'armonia.
Uno dei miei generi mi ha soprannominata "non tutto ma di tutto". In compenso i nipoti mi fanno entrare in sala da pranzo spalancando la porta ed annunciando:
"Signore e signori ecco a 'voooi laaa nooonnaa maaattaa '!"
"Simone è matta la nonna ?"
"Il giusto."
Perché memore di un detto inglese che recita così: "Le nonne meno rispettabili sono le più divertenti." Tanto mi basta.
Matta, perché dicono che parlo alle piante. Ma non è vero; le ascolto teneramente!
Le piante non parlano, è vero; ma si esprimono. Si esprimono benissimo, basta capirle.
Se le guardi con amore avvolgente, le vedrai crescere rigogliose, a volte fremere pur senza che ci sia un soffio d'aria o un alito di vento.
Se soffrono il calore estivo e la siccità le puoi sentire stridere e urlare quasi: nei tronchi e nella linfa come quegli aridi sughereti di Sardegna che sembrano torcersi e lacerarsi per tutto il dolore del mondo.
Il vento le fa cantare le piante, e tu ascolta la voce del vento, che passa tra le fronde e scende dai rami e s'incanala per arrivare al mare e ululare di notte.
E l'aria...
C'è un'aria nell'aria stasera...
E l'aria accarezza e la luce è leggera e la rugiada è lì su quella piccola foglia quasi appoggiata per terra, tremula e tu stai per pestarla, calpestarla e c'è voluto tutto l'universo per creare quella perfetta luminosa piccola goccia di rugiada.
Sono matta, si, se essere matta vuol dire ascoltare la natura: è una scelta.
L'ho fatta da bambina quando papà mi faceva notare le piante, le erbe di campo, il dente di leone, il fiore di zucca e passava oltre.
Io gli tiravo la manica:
"Aspetta", gli dicevo, "adesso dai il tempo alla zucca di guardare noi."
"Oh questa poi! Ma non ha gli occhi."
"No, ma sente che non la voglio aggredire tagliare rompere."
"Oh questa poi!"
Quando a cinque anni mi ha issata su di un cavallo gli ho detto ancora:
"Aspetta"
"Hai paura?"
"No, ma fammelo conoscere prima, alzami fino al suo muso."
Gli ho parlato un po', poi ho cavalcato tranquillamente e papà era felice.
Quando, dopo tanti anni, a Forca Canapine sopra Norcia, andavo con i miei bambini in gita, se mi veniva voglia di una corsa al galoppo andavo dal guardiano che vigilava la mandria di cavalli e ne affittavo uno per un po'.
Lui mi guardava:
"Quale vuole?"
"Non si preoccupi", rispondevo, "sarà il cavallo a scegliere me."
E mi mettevo a correre in circolo sul prato intorno alla mandria.
I cavalli mi guardavano di profilo con un occhio, solo apparentemente distratti brucando.
Ma ce n'era sempre uno che si staccava dal branco e si metteva a correre con me. Allora saltavo in groppa senza neanche i finimenti incitata dai miei ragazzini che gridavano tutti eccitati:
"Abbiamo per mamma una squaw, abbiamo per mamma una squaw!
Meglio non dire come venivo guardata e criticata dalle signore.
Ma i miei tre bambini sapevano che quando erano nati, ciascuno di loro era stato presentato al mare, alla terra, al monte.
Solo molti anni dopo, leggendo, ho saputo che è veramente un rito dei pellerossa presentare silenziosamente il figlio alla terra perché lui l'avvicini con rispetto ed essa lo protegga.
Mi pare che almeno questo si sia avverato nei miei figli e nipoti che, pur con tutta la fatica di vivere che ognuno di loro ha in carico, sentono la vita. Sentono la vita, non la vivono distrattamente, ma la attraversano momento per momento.
Grazie figli miei!
Maria Tombari