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Maggio 2002 / Lettere e Arti
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  *

Le ciglia di Federica

Mia cara Federica, questa è la prima lettera d'amore della tua vita. Amore materno s'intende. Naturalmente non riceverò una risposta, sarebbe pretendere un po' troppo: hai soltanto due anni e mezzo! Anche se sei una bambina-super, come ti autodefinisci, e anche se sai fare già i tondini, non sarebbe possibile metter su una lettera. Mia cara Federica, ho voluto scriverti questa lettera per ringraziarti di essere arrivata, per essere nata e per avermi reso madre.

Sì, mia cara, perché per me la parola mamma ha un significato particolare, diverso, ancora più importante; e anche se sei ancora piccolina, voglio farti sapere che per la tua mamma questa parola suonava come un qualcosa di lontano, sì, perché per un difficile epilogo della vita, la tua mamma fu costretta ad affrontare un difficile e rischioso intervento al cuore, per cui poteva essere fatale una gravidanza. Ma tu, mia cara, sei venuta a vivere dentro il mio corpo, ugualmente ti sei impadronita delle mie viscere, e quasi come una sfida a tutto quello che dicevano i medici, hai respirato, ti sei nutrita, hai dormito, hai pianto nel mio ventre; e tutto con tanta dolcezza e delicatezza, in ogni momento della notte e del giorno, come se avessi saputo, come se eri a conoscenza di tutto.

Ma sì, forse lo sapevi, perché per nove mesi abbiamo parlato tanto, ci siamo conosciute, ci siamo fatte tanta compagnia, e non ho provato altro che gioia.

Ti ricordi? Uscivamo spesso, tu nel mio pancione, ben protetta e tranquilla, andavamo in giro a scegliere i vestitini per te, tu non potevi vederli ma io te li descrivevo minuziosamente. Spesso andavamo dal ginecologo e dal cardiologo, con tanta apprensione ed ansia, ci stendevamo sul bianco lettino, loro ascoltavano il tuo cuoricino, toccavano e poi con un sorriso ci tranquillizzavano subito: "Va tutto bene!". Allora tirando un sospiro di sollievo, anzi due, anche il tuo, felicissime continuavamo il nostro girovagare per la città, per i negozi d'abbigliamento, perché volevo che fossi stata elegantissima: usavo soltanto termini al femminile, perché lo sapevo che saresti nata tu, Federica; ti avevo già conosciuta in sogno; be', qualcuno scettico a queste cose non ci crede forse, ma è la verità!

La notte quando tutto era silenzio e tranquillo e nessuno ci disturbava, spesso parlavamo, te lo ricordi? Erano lunghissimi dialoghi, per conoscerci meglio. Grazie, mia piccola, per essere stata così forte e per essere arrivata così bene fino in fondo. Poi una mattina abbiamo fatto la valigia, con tanti piccoli golfini e magliette e scarpine, e siamo andate in ospedale, in una enorme casa dove arrivano i bambini. Ad aspettarti c'erano già tanti piccoli bimbi, urlavano, piangevano, te li ricordi? Facevano tanto rumore.

Sei stata bravissima anche per l'ora scelta per l'arrivo. Sei arrivata infatti di notte, alle 0,15, era una fresca notte d'estate, silenziosa e tranquilla, con il famoso venticello romano. Quella notte anche i tuoi piccoli amici erano tranquilli e silenziosi. Quella notte intorno alla tua mamma c'erano tanti medici specialisti e tanta tensione e tanta paura. Ma tu mia cara, come se avessi saputo, sei arrivata piano piano, con delicatezza, felice, riposata, non eravamo stanche né io né te, perché la tua mamma dormiva. Forse tu avrai detto: "Bella maniera di ricevermi!".

Scusa tesoro, ma così aveva deciso il cardiologo.

Così, mia cara, ci siamo presentate dopo qualche ora. Tu eri vestita tutta di giallo, un colore che spiccava con i tuoi capelli nerissimi e lunghi, e con le chilometriche ciglia-rimmel, il nasino era all'insù, gli occhi azzurri e meravigliosi, e un tocco rosato sulle gote, contribuiva a dare più splendore a quella epidermide bianchissima e trasparente: le manine erano sottili e lunghe, eri meravigliosa! Corrispondevi a tutti i particolari, come ti avevo conosciuta in sogno, quella notte. Non ho avuto il coraggio di toccarti, ti ho solo sfiorata, come un fiore, avevo paura di sciuparti, di rovinare una preziosa opera d'arte a cui avevo lavorato per nove lunghissimi mesi. Dopo pochi giorni, abbiamo lasciato insieme quel freddo e bianco posto e abbiamo fatto ritorno a casa, questa volta non eri nel mio pancione, ma in una elegante e graziosa cesta bianca a fiorellini rosa.

Ed ora, mia piccola, eccoti qua: sono trascorsi due anni e mezzo, i tuoi lunghi capelli nerissimi, sono diventati una cascata di biondi boccoli, il tuo nasino è sempre all'insù, da dispettosa, le ciglia sono sempre lunghe e nere, il tuo corpicino sta prendendo proprio le sembianze di una femminuccia. I tuoi vagiti hanno dato posto ai primi discorsetti, ai primi perché, alle prime domande, ai primi capricci, i tuoi sgambettii nella culla hanno dato posto ad interminabili corse, i tuoi innocui giocattoli di gomma hanno dato posto ai giocattoli che più si avvicinano al mondo dei grandi, e adesso sei tu che li scegli. Anche i vestitini li scegli da sola, sei diventata molto vanitosa. I cosmetici sono sempre i tuoi giocattoli preferiti, e così speso t'imbratti tutto il visino!

Grazie mia piccola peste, per darmi tanto da fare!

Grazie per essere arrivata!

Tuo padre, quando sei arrivata, mi ha detto che dandoti la vita ho voluto dimostrare qualcosa a me stessa e forse agli altri; sì, è vero, tu rappresenti la forza di volontà: e ti ringrazio per avermi aiutata a darmi la possibilità di riuscirci.

Adesso purtroppo devo salutarti, avrei un mucchio di cose da dirti ancora, ma tu ti sei svegliata, già, perché ho potuto scriverti questa piccola lettera, mentre tu facevi il riposino pomeridiano (altrimenti non me ne avresti dato la possibilità), ed ora, mia piccola peste, devo correre da te.

Un bacione…

 

Rita Cesaretti Fusco


 
 
 
 
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