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Professioni allo Specchio:
Il Caraceni dell'Adriatico

Mauro Sabatinelli mentre prepara un taglio: è il momento magico della creazione.


Visitare la sartoria Ratti, al terzo piano di Via Rossini a Pesaro, è come entrare nella cucina di un grande ristorante. Ai piani inferiori c'è la sfolgorante boutique di moda, una delle più rinomate del centro Italia, con la passerella dei clienti e l'esposizione delle grandi firme del prêt-à-porter per uomo e per donna: Hermès, Chanel, Saint-Laurent, Burberrys, Brioni, solo per citarne alcuni. Di sopra, lontano dal clamore e dalle luci, c'è l'atelier: dove alcuni gnomi silenziosi – danzando tra forbici, aghi, fili, stoffe e manichini – confezionano, ad uno ad uno, i vestiti su misura. Qui nascono i classici completi a tre bottoni, i doppiopetto, gli spezzati, i blazer, i tailleurs femminili, gli abiti da cerimonia: smoking con risvolti di seta lucida, tight con gilet e giacche a coda di rondine, frac (o marsine) neri a falde strette. Ognuno di questi abiti è un pezzo unico che aderisce come una seconda pelle alla figura del cliente, seguendo le sue curve e adattandosi alla spalla più bassa degli sportivi, all'incipiente pancetta del benessere (o dell'età), alle gambe non perfettamente lineari. Ci vogliono in media quarantotto ore di lavoro (cioè sei giorni di calendario) per produrre uno di questi modelli, con tutte le asole, gli occhielli, i bottoni d'osso, le rifiniture a mano e una stiratura finale di due ore per imprimere al tessuto la forma definitiva. Ma quando vengono indossati, ogni uomo – qualunque sia la sua conformazione naturale – appare bello ed elegante come George Clooney.

L'incontro con Pezzodipane

Il capo degli gnomi è Mauro Sabatinelli: 66 anni, statura media, uno stile di riservatezza, baffi e capelli più bianchi che neri dopo oltre cinquant'anni di professione. E' nato a Fano, figlio unico di un padre operaio alle Fornaci Solazzi di Cuccurano. La mamma, preoccupata per la sua delicata costituzione, lo ha sottratto alle durezze del mestiere paterno e ad altre prospettive di carriera come mugnaio o falegname, avviandolo precocemente a una bottega di sartoria. Aveva dodici anni e da allora non si è più fermato. A 18 anni era già a Pesaro, come lavorante nella affermata sartoria di Erasmo Pezzodipane, maestro di tanti sarti pesaresi e padre di Licia: la futura moglie di Pietro Ratti. Si aggiudica giovanissimo una medaglia d'argento al concorso nazionale delle “Forbici d'oro”, con una brillante prova di taglio e cucito studiata per tutta la notte precedente;  e a 31 anni decide di mettersi in proprio insieme a un socio. Ma c'è sempre la famiglia Ratti nel suo destino: dopo altri sedici anni, nel 1985 accetta la proposta della boutique per dirigere la loro sartoria interna e non si muove più di lì. Oggi guida un gruppo di una decina di collaboratori, tra cui sua moglie Cesarina. Punta sempre al massimo, in tutti i particolari e le rifiniture, come gli hanno insegnato il suo maestro e un dandy piuttosto esigente: il suo capo – e cliente – Pietro Ratti. Giorno dopo giorno, con la sua aria apparentemente mite, si è ritagliato uno spazio da protagonista e ormai non ha più niente da invidiare ai nomi celebri della sartoria italiana, compresi i discendenti del mitico Caraceni. Anzi compie sempre più spesso incursioni anche nei loro territori di Milano e di Roma, visto che oggi il 90% della sua clientela è composto da non pesaresi. Tra i suoi clienti, tanti uomini di successo, i vip  dell'industria, delle libere professioni, della politica, del mondo dello spettacolo, di cui mi cita solo Glauco Mauri e Maurizio Pollini. Gli altri nomi sono top secret per motivi di riservatezza: ad esempio quello di un imprenditore abruzzese che quest'anno gli ha commissionato da solo venti vestiti.

Abiti come sculture

Nel silenzio del laboratorio vicino ai tetti, Mauro impugna come un bisturi una cesoia affilata di almeno 25 centimetri, ritagliando il modello di carta su cui ha disegnato la silhouette del paziente. Il taglio è il momento magico della creazione che poi verrà riportata sulla tela e sul tessuto prescelto: il tutto sarà poi unito e imbastito dagli assistenti, con migliaia di piccoli punti, per arrivare al modello già pronto per la prova. Ma non c'è più bisogno di molte prove, se si parte dall'accurata riproduzione delle misure sul progetto iniziale. A prevenire la possibilità di difetti ci sono la cura dei particolari e i segreti del mestiere: per esempio il “giro piccolo” della manica e la modellatura morbida della spalla che impediscono alla giacca di alzarsi dietro il collo, come si vede a volte nelle apparizioni televisive di persone insospettabili.
Qualche giorno fa alcuni studenti dell'Università di Urbino sono venuti a documentarsi per una tesi di laurea sull'argomento. Il maestro gli ha spiegato i concetti fondamentali del lavoro, fra cui il tipo e il “peso” dei tessuti che utilizza: prevalentemente inglesi, ma anche di alcune grandi marche italiane. Evoca i nomi classici dei filati e dei disegni: i caldi follati, i secchi pettinati, i mohair estivi, i gessati, i cashmir, le grisaglie, i tasmanian. Il tessuto più pregiato deriva dalla vicuña: nome di un piccolo mammifero ruminante delle Ande, involontario fornitore di lana finissima e soffice, simile a seta, definita “la fibra degli dèi” e un tempo riservata alle famiglie reali degli Incas. Inutile dire che un abito con questo ingrediente è vivamente sconsigliato al di sotto di un certo livello di reddito.
Con tre metri di stoffa e tante ore di lavoro nasce ogni giorno una di queste sculture con le fodere di raso: che sarà poi indossata come una morbida armatura dai cavalieri moderni nelle pacifiche tenzoni della vita sociale.

Nino Luciferi


 


 
 
 
 
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