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Non c'è solo l'oncologia


Si è svolta a Pesaro il 9 aprile la presentazione del “Master di qualificazione professionale in Psiconcologia”, con le relazioni del prof. Franco Pannuti, presidente dell'ANT (Associazione Nazionale Tumori), del prof. Franco Nanetti, docente universitario, psicologo e presidente dell'Aipac (Associazione Italiana di Psicologia Applicata e della Comunicazione), della dottoressa Giuseppina Catalano, Primario dell'Unità Operativa di Oncologia medica dell'Ospedale San Salvatore di Pesaro.
Pubblichiamo di seguito una sintesi di quest'ultima relazione.

Quando sono arrivata a Pesaro non esisteva nulla che avesse lo scopo istituzionale di curare i malati di tumore. Per anni, assieme ai miei, mi sono dedicata a questo: creare ed organizzare una struttura che desse una risposta sanitaria ai malati di cancro, finalizzata ad ottenere  guarigione e cura di questa malattia, così come avveniva per le altre malattie. Il lavoro è stato gravoso, per la mancanza di cultura oncologica, nel contesto sociale e politico ma anche tra i professionisti della medicina, che ha reso faticosissimo imporre il concetto del diritto dei malati di tumore alle cure migliori finalizzate alla guarigione. E' stato difficile ottenere spazi, ottenere personale, ottenere i letti di degenza e ancora non abbiamo la radioterapia.
La   paura, cieca e irrazionale portava la gente a non nominare mai la parola cancro, a ritenere di essere ormai prossima a morire se era stata fatta, o anche solo sospettata, una diagnosi di neoplasia, a voltare la testa altrove, come vergognandosi di una colpa innominabile e di noi che ne eravamo a conoscenza. Una gratitudine commovente ma impropria, portava la gente a baciarti le mani solamente perché le stavi dando quello cui aveva sacrosanto diritto. Continua è stata, come lo è tuttora, la richiesta che  tutti fanno di non essere lasciati soli in quell'angoscia per l'incontro con la morte che cambia per sempre, essendo andato distrutto il senso intimo dell'immortalità.
A tutto questo non eravamo, come non siamo ancora in grado di dare risposte efficaci. Nei primi anni della mia professione pensavo che il malato di tumore, avendo soprattutto desiderio di curarsi e di guarire, avesse  bisogno di una cosa soltanto: un bravo professionista che gli mettesse a disposizione quanto utile a raggiungere questo scopo o ad indicargli la via per dove farlo al meglio. Ho ritenuto a lungo, insomma, che l'oncologo, in quanto detentore della conoscenza della malattia, degli strumenti per combatterla e quindi di una soluzione pragmatica, fosse anche il più titolato a  controllare il dolore psichico. Così non è. L'oncologo può, infatti, anche diventare forte e ben strutturato psicologicamente, grazie alla quotidiana lezione di vita che i propri pazienti gli impartiscono. In tutti questi anni ad esempio mentre lottavo per cose per così dire, materiali, sentivo che stavo facendo assieme ai miei pazienti, un percorso spirituale, dove loro erano i maestri e io l'allieva. La morte che loro hanno incontrato, affrontato, subìto, anche quelli che poi non sono morti, è stata la parte sommersa e vastissima del loro dolore più grande, che  insegna a guardarla in faccia la morte e a toglierle quell'aura di tragedia personale, che è l'ostacolo più forte alla sua accettazione.
Mentre, insomma, si consolidava  una situazione in cui finalmente una struttura oncologica esisteva, mentre cresceva nella gente la consapevolezza della normalità del diritto ad essere assistiti, cresceva anche la difficoltà a rispondere alla richiesta di risposta globale, che la persona che si ammala, inevitabilmente fa e cresceva la consapevolezza della necessità di  un intervento competente, in grado di fornire strumenti di conoscenza per visualizzare i problemi e permettere a ciascuno di trovare la sua personale soluzione.
La speranza di realizzare questo obiettivo, la poniamo oggi nel progetto che da alcuni mesi è in corso nell'Unità Operativa di Oncologia, nell'ambito di una convenzione tra l'Azienda Ospedaliera “Ospedale San Salvatore” e l'AIPAC che ha dato l'opportunità di far entrare nel reparto di Oncologia  una competenza psicologica.
E' indispensabile però che questo progetto non si esaurisca con la fine del periodo di convenzione, ma venga ampliato ed esteso agli operatori sanitari oltre che ai pazienti e loro familiari. E' necessario che l'assistenza psicologica superi lo stadio di un traguardo culturale per trasformarsi in  profili di cura con organizzazione propria e integrata, con risorse adeguate e con ingresso a pieno titolo dell'assistenza psicologica tra i percorsi di cura che le istituzioni preposte devono assicurare come diritto fondamentale della Persona.

Giuseppina Catalano

 

 


 
 
 
 
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