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Il buio dell'Alzheimer


A cura dell'ANDE (Associazione Nazionale Donne Elettrici) si è tenuta a Pesaro l'8 aprile una “conversazione a più voci” sul tema: “E' possibile rallentare il buio dell'Alzheimer?”, con relazioni di Natascia Belardinelli (Dirigente medico Unità Operativa di Neurologia, Ospedale San Salvatore  di Pesaro); Alessandra Racicchini (Centro Disturbi della memoria e Alzheimer, Unità Operativa Neurologia INRCA – Ancona); Ornella Pianosi (presidente AIMA – Pesaro).

La malattia di Alzheimer è stata descritta per la prima volta dallo psichiatra tedesco Alois Alzheimer già 100 anni fa, in una donna di 56 anni che presentava prevalentemente disturbi psichiatrici. E' la causa più comune di demenza nella popolazione anziana dei Paesi occidentali, rappresentando il 50-60% dei casi di deterioramento cognitivo ad esordio tardivo, costituendo l'emergenza sanitaria dei prossimi anni. Ha una prevalenza complessiva del 5% negli ultrasessantacinquenni, con valori che vanno dall'1% nella fascia 65-69 anni fino al 40% nella fascia dagli 85 agli 89 anni.
E' una patologia degenerativa del Sistema Nervoso Centrale, con decorso cronico e progressivo, caratterizzato da un iniziale ed episodico disturbo della memoria, seguito dal progressivo impoverimento delle funzioni attentive ed esecutive, della memoria semantica, del linguaggio, dell'orientamento, delle abilità visuo-spaziali, della prassia (attività motoria involontaria). La graduale riduzione delle capacità cognitive interferisce con il normale funzionamento delle attività quotidiane, di tipo lavorativo o sociale, può associarsi a disturbi comportamentali (fonte di carico assistenziale per il caregiver, cioè di chi si prende cura del malato) ed è una delle principali cause di ricovero in Istituto. La diagnosi si ottiene con una serie di accertamenti di tipo clinico, strumentale e di testistica neuropsicologica.
I meccanismi patogenetici restano tuttora ipotetici, seppure numerosi tasselli del complicato puzzle siano stati identificati. E' certa la modificazione dell'assetto dei neurotrasmettitori, in particolare la riduzione dell'acetilcolina, che è stato il punto di partenza per la ricerca sulla malattia e per lo sviluppo delle terapie farmacologiche degli ultimi anni. Tuttavia la riduzione di acetilcolina potrebbe essere in realtà il risultato di più fattori che agiscono a monte, più che la causa di malattia: fattori che al momento non sono stati identificati. La malattia di Alzheimer è certamente una patologia di tipo multifattoriale e per questo si presenta clinicamente con molteplici forme. L'alterazione patogenetica più importante è l'accumulo, a livello dei neuroni corticali, di beta-amiloide anomala: frammento non solubile di una proteina fisiologicamente esistente nel nostro organismo, che crea così un meccanismo neurotossico.
Attualmente gli inibitori dell'acetilcolinesterasi rappresentano il trattamento principale della malattia di Alzheimer: vengono utilizzati nelle forme lievi e moderate, ma vanno evitati in soggetti con marcata bradicardia ed asma. Tali farmaci hanno prodotto livelli significativi di cambiamento nei soggetti trattati, ma più di tutto si assiste ad un fenomeno di “stabilizzazione” del deterioramento, che può essere mantenuto per almeno due anni. In genere ben tollerati, possono fornire effetti collaterali quali nausea, vomito, dolori addominali, tutti reversibili e di breve durata, ma che talora impediscono di raggiungere il massimo dosaggio utile di quel farmaco in quel dato paziente. Di recente sono stati utilizzati la memantina, gli antiossidanti, gli anti-infiammatori, la terapia sostituiva con gli estrogeni. E' anche in fase di studio, dopo le prime risultanze negative (sviluppo di infiammazioni cerebrali fatali), un vaccino, capace di “sciogliere” le placche di amiloide tramite la produzione di anticorpi specifici.
In conclusione i farmaci anticolinesterasici sono i soli attualmente disponibili con capacità di rallentare il decorso della malattia. Sono tuttavia in studio altre strategie terapeutiche rivolte ai meccanismi patogenetici della malattia che potranno un giorno ritardare o prevenire l'esordio, rallentarne la progressione e persino curarla, agendo così significativamente sul buio che accompagna oggi la malattia di Alzheimer.

Natascia Belardinelli

 

 


 
 
 
 
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