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L'anca risanata dal prof. Epidurale


La notte è lunghissima: l'aria condizionata ronfa con una regolarità impertinente: la radio tossisce confusa senza trovare nell'etere le sue onde, distratte dalle mille tecnologie ospedaliere: ore 2 di notte, letto 16 del reparto Ortopedia dell'Ospedale San Salvatore di Pesaro.
Ho l'anca sinistra “sbilenca”: l'articolazione coxo-femorale non vuol saperne più di scivolare sul femore;  l'inceppamento è doloroso e i medici a cui mi sono rivolta mi hanno assicurato che le tecniche chirurgiche moderne e la farmacopea toglieranno l'inconveniente - peraltro assai diffuso - in un batter d'occhio. Mi faccio convincere e sono già nel nuovo reparto del vecchio ospedale, al secondo piano, vicino a quel cilindrone moderno che, al centro del giardino interno, nasconde scale e ascensori. Il corridoio è traslucido, le infermiere belline e ogni stanza è corredata di attrezzi ginnici simili a “Pokemon” che permettono la fisioterapia anche ai degenti. Mi accoglie la caposala Nadia, una creatura gentile e disponibile che penso di conoscere da sempre: sa chiamarmi con affettuosa disinvoltura per nome e mi assegna stanza e letto.
Da quel momento non mi appartengo più: i sanitari sanno già tutti i miei “numeri” e i miei “valori”: quelli della pressione arteriosa, della glicemia, dei trigliceridi, dei battiti cardiaci, della temperatura basale, degli emocromi e della transaminasi e li affidano ad una creatura preziosa e umanissima, che si chiama dottoressa Stefania Uguccioni, per l'anestesia. Abra cadabra, buruso buruso, simbala bin e papesatan aleppe: con tutti quei numerini la Maga esperta di filtri, droghe e farmaci che ormai sa tutto del mio corpo e delle sue reazioni, programma la mia  anestesia. Totale o epidurale?
Epidurale, certo, meno invasiva, meno dannosa! In una sala operatoria che non assomiglia più a nessuna di quelle celebrate dal cinematografo, ma assai di più al  gran laboratorio di un apprendista stregone con sottofondo di una melensa musichina new-age, mi fanno appunto l'epidurale. Perdi tempo a pensare che “Epidurale” potrebbe essere il cognome di un professore di greco e latino (il prof. Ezio Epidurale) e non t'accorgi che già, senza nessunissimo dolore, sei già bella bloccata e solo quel velario verde che ti separa dalla metà del tuo corpo reso insensibile, ti fa scudo fra il lavoro dei chirurghi e la tua ansiosa consapevolezza. Sai che stanno sostituendo un pezzo della tua vecchia carrozzeria e stai provando un indicibile straniamento fra i rumori reali che senti e la perdita provvidenziale della tua autonomia.
Dopo poco o molto tempo, non so, una bella faccia sorridente con cappello a larghe tese e ampia veletta verde ti annuncia rassicurante che l'intervento è finito e che tutto è andato bene. “Mi riconosce?”. Lo riconosci: è il dott. Raul Zini, bellissimo anche conciato da apicoltore, che scompare sorridente dietro il sipario di veli verdi allestito per proteggere quel limbo artificiale e temporaneo pensato per il tuo smarrimento e la tua imposta tranquillità. Il dott. D'Ercole, che conosce le anche della gente meglio delle sue tasche, sta completando l'opera con un “sopraggitto”, tipo ricamo di sutura. Fra smemoratezza e ripresa di sensibilità ti riportano in reparto: corridoio luminescente, infermiere belline e il ronzio costante dell'aria condizionata.
La mattina dopo, nel corso della rituale e tradizionale visita che lo staff medico chirurgico compie in reparto, conosco tutto il team chirurgico, pilotato dal dott. Raul Zini che ora indossa occhiali avvolgenti e “piacioni”: sorride elegante e irresistibile, come nelle foto fra celebrità e sportivi del suo studio. Con lui c'è, silenziosissimo, il dott. Silvano D'Ercole con gli occhi azzurri al laser, il pesaresissimo Carlo Forlani che sa di Viale Trieste, il dott. Carlo Cotta Ramusino, erede di Luigi, bello e simpatico come un D'Artagnan disegnato da uno spiritoso cartoonist, e il gentile dott. Marco Mulazzani che, senza sospetti di tinture, sfoggia ricci fitti e brunissimi. Hanno di bello che sono tutti rassicuranti: raccontano la mia ripresa con la certezza di dogma, fino a convincermi.
Dopo poco mi metteranno seduta, poi in piedi, poi, con un carrellino che pare una crinolina, mi invitano con autorevolezza a camminare. Solo ventiquattro ore prima pensavo che “epidurale” fosse il nome di un fantomatico professore di liceo e ora seguendo l'illusoria onnipotenza del desiderio, sogno, proprio io rispettabile anziana signora ancora preda di filtri, droghe, calmanti e antidolorifici, di danzare con tutti quei dottori che conoscono i numerini e i parametri del mio vecchio assetto psico-motorio e che ora sfilano in fondo al mio letto d'ospedale nel corso della visita rituale: mitica e tradizionale celebrazione della mia malattia e della mia guarigione.

Ivana Baldassarri

 

 


 
 
 
 
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