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Quando volano le cicogne

Una bambina nera (mamma pesarese, proveniente dal Ghana) condivide fraternamente il “nido” con le sue compagne in tuta rosa.

Sembra che dalle nostre parti le cicogne si mettano in viaggio prevalentemente nella seconda metà di marzo. Se non vengono impallinate lungo il percorso (come qualche volta succede) arrivano a destinazione fra novembre e dicembre, provocando un certo ingorgo all'ospedale San Salvatore di Pesaro: che in effetti registra statisticamente la maggior parte delle nascite negli ultimi mesi dell'anno. Ricavo questo interessante fenomeno migratorio da un articolo di Benedetta Iacomucci, pubblicato recentemente sul Resto del Carlino, che riporta l'opinione di Italo Farnetani, pediatra e docente dell'Università di Milano. A Pesaro (ma anche a Modena, Ravenna, Nuoro e Savona) si verificano intorno all'equinozio di primavera le condizioni ottimali di luce e di temperatura per un felice concepimento. Gli altri italiani preferiscono nascere a maggio: il che comporta l'inizio del viaggio in agosto, grazie alla complicità delle ferie estive. Invece i pesaresi, che stanno sempre al mare e non hanno bisogno di partire per le vacanze tutti insieme, in quel periodo si occupano di altre cose.


Un record di nascite. Il capo degli ornitologi dell'ospedale San Salvatore è il primario di Ginecologia e del Dipartimento materno-infantile, Alberto Marabini: 55 anni (ma non sembra) compiuti il 1° maggio, e una stazza atletica da medico dei telefilm americani. In effetti un periodo americano l'ha anche vissuto, presso la Georgetown University di Washington: dove ha conseguito un master di oncologia ginecologica. Tuttavia la sua cadenza rivela inequivocabilmente l'origine bolognese; e presso la clinica ostetrica dell'Università felsinea ha percorso tutta la sua carriera di ricercatore, di medico ospedaliero e di docente, a partire dalla specializzazione conseguita nel 1978. In questo arco di tempo ha dato anche una mano alla sua natalità privata, mettendo al mondo due figli, distanziati di vent'anni, le cui gigantografie sorridono doverosamente sulle pareti dello studio. Ha vinto il suo primo concorso da primario nel 1999, con sede ad Ascoli Piceno, ed è arrivato a Pesaro cinque anni fa. Da allora ha incrementato le nostre nascite del 50%, fino agli attuali 1.400 parti all'anno: il numero più alto di tutte le analoghe strutture della regione. Visto che il numero dei pesaresi resta sostanzialmente invariato, se ne deduce che sono sempre più numerose le mamme in trasferta – soprattutto dalla vicina Romagna – che vengono attratte dalla fama di efficienza, di sicurezza e anche dall'atmosfera umana di questo reparto: dotato di un organico di 10 ginecologi e 14 ostetriche (o meglio 13 più uno, perché fra loro c'è anche un uomo). Probabilmente anche per questo la Regione Marche aprirà entro l'anno presso la Divisione pediatrica un reparto di neo-natologia che garantirà ulteriori servizi, come l'assistenza per i bambini prematuri. Ma il progetto regionale prevede anche ulteriori sviluppi nel medio termine: fra cui la creazione di un reparto di chirurgia ginecologica e l'apertura di un centro per la procreazione medicalmente assistita che eviterà tanti “viaggi della speranza” alle coppie sterili che non vogliono rinunciare al loro sogno di trasferimento della vita. Se la cronica mancanza di spazio, gli eterni cantieri aperti e le risorse di personale lo permetteranno, il San Salvatore si qualificherà come una delle più importanti strutture materno-infantili del centro Italia.


Parto indolore e parto in acqua. La maledizione biblica del parto nel dolore non va presa troppo alla lettera: non per nulla è stata data agli uomini l'intelligenza necessaria per mitigare le conseguenze del peccato originale. Una fugace visita alla sala parto (momentaneamente deserta) mi permette di visionare la attrezzature disponibili. Mi colpisce un'ampia tinozza circolare, simile a una vasca per idromassaggio: la partoriente si siede sui gradini interni, con l'acqua calda fino al petto, e il bambino passa senza traumi da liquido a liquido, come un piccolo subacqueo in apnea. Poi viene tirato fuori, con i tessuti già distesi e ammorbiditi, e comincia a respirare naturalmente.
Questa è una delle possibili modalità per partorire: utilizzata, su richiesta delle gestanti, nel 10% dei casi. In alternativa c'è lo sgabello tradizionale (o la sua variante, con l'aggiunta di grosse palle di gomma come cuscini) sul quale sedersi per eseguire le spinte iniziali. Tutto sommato questo è il sistema più classico, usato fin dall'antichità dalle donne africane o delle comunità Rom: la partoriente accoccolata o in ginocchio (magari aggrappata a una sbarra) e il bambino che scivola dolcemente dentro una buca sulla terra, riempita di paglia per attenuare l'impatto. Esiste comunque anche un lettino regolabile, con una pulsantiera che cambia l'inclinazione delle diverse sezioni, fino a trovare la posizione più adatta ad attutire il dolore. Prima del momento fatidico, la donna può camminare liberamente nella sala mentre aspetta il ritmo delle contrazioni via via più ravvicinate: un travaglio che, soprattutto per le primipare, può durare anche molte ore.
Il bambino viene estratto sempre dall'ostetrica e non dal medico, che si limita ad assistere e interviene in caso di complicazioni. Ovviamente spetta solo al medico l'esecuzione del taglio cesareo, quando la posizione del feto o altri analoghi interventi precedenti consiglino questo tipo di operazione chirurgica (in anestesia locale): riguarda il 30% dei casi. E' invece una cosa diversa l'analgesia del cosiddetto “parto indolore”: realizzata attraverso un'iniezione “peridurale” che riduce notevolmente la sensazione dolorifica ma non elimina la contrazione muscolare: che deve rimanere attiva per facilitare il processo di espulsione. Apprendo con sorpresa che questa modalità, introdotta a Pesaro da quasi un anno, è scelta solo dal 4% delle donne; mentre è molto più diffusa nelle grandi città ed è largamente prevalente in altri Paesi, come la Francia e gli Stati Uniti. Perché? Timori della donna per i possibili rischi? Motivi religiosi? Motivi economici, per i costi dell'equipe medica? (finora c'è stata solo una timida proposta di legge, mai andata avanti, per consentire l'intervento a carico delle ASL). Probabilmente dipende anche da una certa dose di disinformazione; e a questo proposito il primario mi segnala il nome dell'ostetrica di riferimento del reparto, Lucia Mànzoli (tel. 0721 362432) che coordina tutti i servizi e può aiutare le future madri nella scelta fra le varie alternative. In effetti è l'ostetrica la vera regina della nascita: in altre città (mi citano l'esempio di Bologna) le donne prenotano per tempo la loro “levatrice” di fiducia, che opera come libera professionista ed è pronta ad intervenire in ospedale in qualunque momento del giorno e della notte.
La rivalutazione delle levatrici potrebbe incoraggiare il fenomeno del parto in casa, un evento familiare che una volta costituiva la normalità delle nascite: ma ovviamente questo comporta dei rischi se non si dispone (come ad esempio in Olanda) di pullman-ospedale parcheggiati sotto casa, con tutta l'attrezzatura necessaria per le emergenze. Comunque, che sia nell'acqua, sullo sgabello, indolore o sul letto coniugale, la decisione sul tipo di parto spetta sempre e solo alla madre. L'importante è che la scelta sia consapevole e informata.


I bambini e le zebre. La sala parto è il punto terminale di un “percorso nascita” che inizia al momento del concepimento; prosegue con i controlli e le indagini diagnostiche in gravidanza, come le ecografie, la villocèntesi, l'amniocèntesi (gratuite per le donne oltre i 35 anni); e si conclude col primo vagito. Entro tre giorni dal parto la neo mamma viene già mandata a casa col suo fagotto belante che le assicurerà una felice serie di notti in bianco.
La mia visita al reparto (una specie di viaggio nel nostro futuro) inizia sabato 8 aprile, proprio alla vigilia delle elezioni. Chissà per chi voteranno nel 2024 questi nuovi arrivati; chissà se saranno “bipolaristi o “proporzionalisti”. Per il momento sembrano molto più interessati a dormire per riposarsi dalla recente fatica; anche se c'è sempre qualcuno intorno che “il prende a consolar dell'esser nato”, come annotava Leopardi col consueto ottimismo.  Sul lettino del “nido” sono allineati una bambina nera e un bambino biondo, insieme ad altre tre femmine. Per fortuna, a ristabilire un certo equilibrio, alle ore 11.05 arriva Mattia direttamente dalla sala parto; e gli tocca subito il primo bagnetto dopo la pesatura (alla fine saranno otto i nuovi arrivi di quel week-end). Mentre scatto le fotografie mi viene il dubbio che forse sto violando la privacy dei neonati. Ma mi tranquillizzo subito: chi riconoscerebbe sul giornale l'identità di questi esserini tutti uguali? “Lei si sbaglia – mi avverte il dottor Marabini – perché i neonati non sono affatto uguali”. Mi cita il caso delle zebre, che ai nostri occhi sono tutte identiche: ma non per le loro madri che riconoscono infallibilmente il cucciolo, mentre corre davanti al branco, attraverso una lievissima differenziazione delle righe. Analogamente una mamma umana riconosce a colpo sicuro il suo bambino, anche in mezzo a una nidiata, da certi piccoli segni: la forma degli occhi, un'increspatura della pelle, una piega della bocca…
Siamo a maggio, nell'imminenza della Festa della mamma. Auguri a tutti i cuccioli di uomo e di zebra e auguri a tutte le mamme di ogni colore. Il vostro è un mestiere difficile, che durerà tutta la vita. Ma, come disse una volta Winston Churchill (discorso alla radio del 1943, in piena guerra): “Il miglior investimento per una comunità è mettere latte dentro i bambini”.


Alberto Angelucci


 


 
 
 
 
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Lo Specchio della Città - periodico per la Provincia di Pesaro e Urbino - Redazione: tel. 0721/67511 - fax.0721/30668 - E-mail:info@lospecchiodellacitta.it

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