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Maggio 2006 / Lettere e Arti
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I cuccioli di Diana

Tornò a casa Filippo ed esclamò con l'entusiasmo che sempre gli fa desiderare qualsiasi cosa non abbia: “Un'amica ha un alano, ha fatto i cuccioli. Dice se ne vogliamo uno". Bastiano disse subito no. Adriana ricordò che tante volte avevano ricevuto la visita dei ladri in casa: in verità erano stati sempre molto discreti poiché razziavano in camera mentre la famiglia era davanti al televisore in salotto, oppure quando il silenzio della notte guidava ognuno al proprio letto.  Forse un cane era davvero ciò che ci voleva. Bastiano, mai avuto cani in vita sua e soprattutto mai sentitane la mancanza, disse ancora no. Ci fu una votazione: i “sì” furono quattro, i “no” uno.
Andarono a prendere quel cucciolo appena svezzato: trovarono un batuffolo con il muso nero e le zampette da leone. La madre era il più bel cane che Bastiano avesse mai visto; morì giovanissima per un tumore alle ossa, poco tempo dopo aver allattato e sistemato tutti i suoi figli che, vivi, continuarono a testimoniare la bellezza della madre perduta. Bastiano la chiamò Diana e cominciò fin dai primi giorni a sentirla o forse a volerla sua. Uscivano insieme ogni pomeriggio, ogni stagione, per ogni strada. Lei trotterellava vicino; lui le diceva "Diana sei la più bella" e imparò a conoscerla ogni giorno di più: quando abbassava le orecchie fino all'orizzontale per dire che era contenta; quando cominciava ad annusare l'erba dei prati e poi a fare giravolte strette su se stessa e questo significava che doveva far cacca; quando lo guardava a lungo con gli occhi lucidi perché era stanca e voleva tornare a casa. Quel farsi compagnia nelle strade di pioggia o nel sole dei prati non fu mai per Bastiano impegno gravoso ma il più dolce impiego del tempo. Diana era davvero sorprendente: grande e grossa come era, e ogni giorno di più, aveva un'indole pacifica, anzi era proprio paurosissima. Quando un altro cane si faceva incontro con passo sicuro, già a distanza di sicurezza, si accovacciava per terra anche se l'avventore era tale che lo avrebbe potuto azzerare con una sola zampata. Ma lei era così: non si sa mai, meglio non rischiare. Così quando infuriavano lotte multiple di cani, si guardava bene dal partecipare attivamente, limitandosi a fare salti e grugniti di rimprovero, ma sempre a debita distanza. Con Diana, Bastiano ritrovò il giovane piacere di camminare a lungo, di parlare con sconosciuti, scoprì un mondo finora ignorato in cui lentamente si inoltrava e sempre più amava. Gli animali fecero dunque la sua vita più ricca, il suo sentire più vasto. Precocemente Diana cominciò ad imbiancare e il suo muso nero si spolverò come di neve. Aveva sì e no tre anni, ma chi la vedeva diceva: "E' vecchia ma è bellissima, peccato che gli alani abbiano vita breve”. Le corna spuntavano puntuali dentro le tasche.
Si pensò fosse tempo di farla diventare mamma: la voce, le inserzioni parlarono di una cagna regina che cercava marito. Si presentarono in molti ma per un  po' non se ne fece niente. Puntualmente, sul più bello, l'oggetto del desiderio mascolino ringhiava mettendo in fuga il focoso. Era del tutto inutile appartarsi e lasciarli soli fermandosi a guardare dietro la finestra del giardino, oppure partecipare con la presenza, gli incoraggiamenti, le spinte energiche. Era ancora peggio. Alla fine, dopo ore, uomini e animali stremati rinunciavano e ognuno a casa sua. Ma in fondo Bastiano  era contento perché se la sua triste amica sceglieva la castità una ragione doveva pur esserci; e difatti...
Un giorno che Bastiano era partito per un breve viaggio, il nucleo famigliare in assemblea decise che si doveva ricorrere ad un allevamento dove c'erano infaticabili prestatori d'opera ed esperti coadiutori: un successo garantito. Così il rude Francesco ebbe la rassegnata Diana al primo pomeriggio di un giorno di primavera inoltrata. Bastiano, al ritorno, ne fu amareggiato e nei tre mesi che seguirono la guardava ancor più teneramente e le parlava: "Che t'hanno fatto fare eh? Dianona!". E lei muoveva fiaccamente la coda. "Presto diventi mamma!”, e lei, giù una slinguazzata. Quando quel giorno giunse era da poco settembre e il respiro soffocante della città morta era la sola voce ad accompagnare quell'attesa di nuova vita. Ma il lieto evento non lo fu affatto. Verso sera Diana cominciò a dar segni di volersi liberare del suo pancione. Si preparò un giaciglio come sala parto: in cui Diana andò ad accovacciarsi, lenta, con un lungo sospiro. E si cominciò ad aspettare ma il tempo trascorreva senza che accadesse nulla. La notte, ancora più calda, spense luci e rumori; tutt'attorno gli orecchi e gli occhi di tutti furono solo per Diana, col suo sguardo dolente, coi suoi lamenti fiochi fiochi. Bastiano disse che era normale e presto tutto sarebbe finito. Ma così non era. Si fecero allora dei turni per vegliarla, ma anche chi era di riposo si alzava di continuo per chiedere. "Niente di nuovo", rispondeva chi era di guardia. Non ci fu sonno per nessuno. E venne l'alba a portare luce e paura. Eppure, l'avevano detto tutti, il parto avrebbe dovuto essere un evento breve e sereno. Ma per Diana così non fu né sarà mai più. E finalmente ecco il primo cucciolo, delizioso, vivo. Passano ore: il secondo, il terzo… morti: si corre a sotterrarli in giardino. Il quarto, vivo, per l'abbraccio della madre. Altre ore di respiro affannoso. Povera Diana forse non ce la fa più. Povero Bastiano, forza Diana! Cinque e sei... morti! La madre disperata li scuote, li stringe, li vuole far vivere, ma restano fermi come giochi di pezza.
Si chiama al telefono il veterinario ma è giorno di festa e non viene. Dice che è normale al primo parto ma non è vero. Diana sta morendo come forse aveva sempre presentito. Altre ore. Altra morte. Altra violenza per tutti. Era di dieci la cucciolata, ma solo quattro furono vivi. Diana ebbe febbre altissima e le fu tolto l'utero ma sopravvisse e il suo muso divenne tutto bianco. Da allora non corse più sui prati con la sua meravigliosa galoppata da fiera che aveva mostrato. Fu più stanca, diversa ma ancora più tenera e magicamente viva. Si diede ai cuccioli il nome di un colore, quello del fiocco che avevano al collo: Verdino, Rossino, Nerino, Celestino. Erano tutti così in salute e misero la casa a festoso soqquadro. Quando fu tempo, uno andò all'allevatore, due a brave persone. Si doveva cedere anche l'ultimo, Celestino, ma nessuno trovò il coraggio di farlo. Rimase nella casa, accanto alla madre e divennero inseparabili. Non si accoppiarono mai ma si davano baci. Diana, con lui, riprese a giocare e, persino, qualche volta, tornò a sfoggiare la sua inimitabile falcata. Suo figlio (il nome definitivo fu Argo) crebbe muscolosissimo, non tanto alto per la sua razza ma il corpo armonioso esprimeva un vigore folgorante. Era aggressivo con tutti i cani di grossa taglia che giudicava, per le proporzioni, possibili amanti di Diana; e che perciò attaccava preventivamente non appena comparivano all'orizzonte. Addio dunque al pacifico camminare con Diana. Bastiano non poteva distrarsi un attimo: per tutto il tempo, scrutava, richiamava distraeva, deviava. Non riuscì più a fermarsi a chiacchierare con gli altri canamatori anche perché, ogni qualvolta compariva, si levava subito un "gli alani, gli alani!" e ognuno si disperdeva per vie diverse. Così il rapporto di Bastiano con i suoi cani fu esclusivo in senso letterale ma lui, era ugualmente contento con loro; lungo la strada "che belli", dicevano, e qualcuno si faceva coraggio per accarezzarli. Loro tenevano le orecchie basse per gratitudine. Bastiano sapeva bene che i suoi animali erano buoni e meritavano quelle estranee carezze.
Ma i calori di Diana furono un vero inferno: interminabili al punto di sembrare ravvicinatissimi. Drammatica la situazione di Argo in quei frangenti: il poveraccio ansimava, sbavava, tremava tutto il giorno, sembrava ci rimanesse secco. Non toccava cibo e si arrampicava furiosamente sulla groppa di Diana cercando di posizionarla per giungere a destinazione e trovare finalmente pace; ma l'esito fu quello solito, sempre sfavorevole. Quando le forze gli mancavano, tornava per un po' la quiete. "Chissà, sarà forse per la prossima volta", e continuava il suo sogno proibito. Una volta fu deciso di allontanare per qualche ora Diana per dare ad Argo un po' di riposo da riprendere fiato. La portarono a casa di Zazza. Argo ululava sommessamente per quell'assenza. Casualmente, quel giorno, il cancello del giardino rimase aperto. Fu un attimo e partì al galoppo in direzione dell'amata; ma fra loro c'era una larga e trafficata strada. Una Golf, a buona andatura, interruppe drammaticamente quel volo d'amore. Ma mal gliene incolse, perché si ebbe tutto il cofano accartocciato. Il povero, dopo qualche istante di stupore e sorpresa per il fatto nuovo, senza danni rimarchevoli, un po' rintronato, varcò il cancello a ritroso e tornò alla sua cuccia. Avrà pensato: "Sarà meglio che mi fermi qui ad aspettare, nel mio regno; fuori, ti danno mazzate tremende". Ma ne era valsa la pena perché sarebbe stata comunque una fine da eroe e chissà, forse, la frigida colpevole si sarebbe pentita del suo continuo negarsi.
"Gli alani, gli alani". E così tutt'intorno c'è vuoto e silenzio. Tutto il mondo per loro tre. Uno che arranca, gli altri due che corrono e lasciano tracce sulle zolle umide. Tutti e tre a cercare qualcosa, a perdersi da qualche parte nella sera che accende i lampioni sul binario morto della stazioncina laggiù sotto la collina. "Il treno, il treno!", urla Bastiano. Argo non si interessa e continua a cacciare lucertole. Diana invece viene vicino, drizza le orecchie ed entrambi guardano verso là. Verso dove?...per quanto tempo...?

Tonino Castiglioni

 


 
 
 
 
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