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Visti da vicino: Ugo La Malfa


Ricordo perfettamente il volto sbigottito di Patrizio Venarucci, allora potente assessore regionale della nostra regione, quando volle - nonostante la mia riluttanza - presentarmi ad Ugo La Malfa. Era il 1977 ed eravamo insieme ad un consiglio nazionale del PRI. “Caro Ugo, ti presento il nuovo segretario delle Marche, Alberto Berardi, 34 anni”, aveva detto orgogliosamente. “Bravo, bravo”, fu la risposta rivolta a me che avevo steso la mano per salutarlo, “Fai fuori a calci tutti quelli che hanno più di quaranta anni”. E Venarucci li aveva superati da un pezzo…
Questo fu l'inizio di un rapporto con l'uomo che più ha segnato la mia vita, un rapporto che durò fino alla sua morte quando scomparve improvvisamente nel 1979 ad appena sei giorni dalla sua entrata al governo come vicepresidente. In realtà lo avevo conosciuto molti anni prima, quando accompagnai in Ancona l'amico avvocato Vittorio Pieretti ad un incontro di partito con lui, ed egli ci chiese di portarlo a Pesaro. In auto si parlò di tutto; appresi allora dalla sua viva voce che, tra le due guerre, egli veniva a Fano con la scusa dei bagni per incontrare gli antifascisti tra i quali amava ricordare Bruno Venturini, ucciso dai fascisti durante la Resistenza ed Enzo Capalozza ritrovato nelle aule parlamentari, due comunisti. “Erano anni intensi - disse quasi con rimpianto - allora pensavamo ad una Italia diversa”. In un ristorante pesarese, rispondendo alle domande dei commensali su un tema allora scottante, disse poi una cosa che non ho mai dimenticato: “Dalla liberazione ad oggi sono sempre stato dentro o vicino al governo del nostro Paese e mai, mai ho subìto pressioni dagli Stati Uniti d'America per influenzare le mie decisioni”. Nello spazio di due ore aveva fatto la sintesi di politica interna ed estera: antifascismo militante ed alleanza con gli USA come presidio democratico contro il rischio rappresentato dall'imperialismo sovietico. Ma il bello fu quando, di fronte alla tesi partigiana formulata da un imprenditore presente, spiegò che non una ma due erano le categorie produttive: gli imprenditori e gli operai. E che tra le due era necessario trovare una qualche forma di patto sociale per trascinare verso la modernizzazione il resto del Paese che allora era molto più arretrato e meno organizzato ed efficiente. Queste parole erano forse la formulazione moderna della vecchia formula mazziniana di “capitale e lavoro nelle stesse mani”? O prefiguravano la mitica terza via capace di risolvere alla radice i conflitti sempre più aspri tra capitale e lavoro, evidentissimi nel rapporto tra i Paesi sviluppati e quelli del terzo mondo? Ho sempre pensato che il pensiero e l'opera di Ugo La Malfa affondassero le radici nel profondo della storia democratica e ne indicassero la soluzione nell'uguale dignità degli uomini vissuta in libertà ed in fraternità d'intenti; o se si preferisce nell'amore per gli altri. Per questo ho pianto, non mi vergogno affatto a ricordarlo, quando al Congresso nazionale del PRI a Genova ascoltai il suo testamento politico; e ho singhiozzato a lungo ai suoi funerali.
Ha scritto di lui Leo Valiani: “Ugo La Malfa, nato in una famiglia povera a Palermo, è morto a Roma da povero (...) Deputato dal ‘46 fino alla sua morte nel ‘79, molte volte ministro, non ha mai pensato ad arricchirsi”. Evidentemente anche lui aveva letto quello che diceva un filosofo tedesco: “Predicare la morale è facile, difficile è praticarla”. Ed aveva scelto, da vero repubblicano, la strada più difficile.

Alberto Berardi

 


 
 
 
 
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