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Il crocifisso del sindaco


“Scandalo” a Pasqua per l'outing del sindaco di Pesaro, Luca Ceriscioli, che ha rivelato in un'intervista la sua condizione di credente. Come “aggravante” si è permesso di fare la comunione nel corso di una manifestazione pubblica e ha persino partecipato ad alcune cerimonie religiose del Venerdì santo. Queste vicende – che si potrebbero definire sostanzialmente private – hanno provocato un'imprevista levata di scudi da parte dell'ex sindaco (ed ex segretario dell'allora PCI) Giorgio Tornati, che ha chiamato in causa anche il silenzio dei militanti di sinistra e in particolare – chissà perché –  delle donne “diessine”. Sotto accusa anche il bellissimo crocifisso dipinto da Giuliano Vangi che occupa quasi l'intera parete dell'ufficio del sindaco, dietro la sua scrivania.
Il dibattito si è così allargato al concetto della laicità delle istituzioni, che potrebbe essere messa in pericolo dalle professioni di fede religiosa da parte degli amministratori pubblici. Su questo tema abbiamo chiesto il parere di alcuni rappresentanti della politica locale, di vario orientamento.


Togliatti e i cattolici

L'eccessivo risalto dato a questa vicenda ruota intorno al concetto di laicità: che è difficile definire in assoluto. E' più facile indicare i casi di “non laicità”, cioè di non libertà e di non autonomia della società vivile. Non è laico chi subordina le scelte civili ai precetti religiosi; non lo è chi impegna le autorità nella propaganda atea; non lo è chi vieta l'uso del chador nelle scuole; non lo è chi pretende (o vieta) un certo orientamento religioso da chi chiede di aderire a un partito. Comunque i confini vanno ricercati attraverso l'analisi del momento storico e dei sentimenti partecipati e accettati dalla società civile. Non mi sembra un atteggiamento laico quello di pretendere che il sindaco non manifesti le sue convinzioni e non partecipi alle funzioni religiose, anche quelle celebrate in occasioni ufficiali. L'importante è tenere distinte le scelte civili da quelle religiose. Personalmente avrei forse scelto una diversa collocazione per il pregevole crocifisso di Vangi (magari la sala della Giunta); ma non mi sembra che la scelta del sindaco Ceriscioli sia meritevole di censura.
Avevo ventidue anni quando l'Assemblea costituente approvò il testo dell'articolo 7 della Costituzione che riconosce indipendenza e sovranità allo Stato e alla Chiesa (i comunisti votarono a favore, mentre i socialisti votarono contro): fu un grande passo di civiltà che superava la definizione della religione cattolica come religione di Stato, contenuta nello Statuto albertino e nel Concordato del 1929. Così la Costituzione conteneva implicitamente l'invito a non dividersi sulle questioni religiose, ma piuttosto a differenziarsi nelle scelte sociali. Va anche ricordato che, su suggerimento dello stesso Togliatti, lo statuto del PCI poneva come unica condizione per l'adesione l'accettazione del programma politico, nella piena libertà delle proprie convinzioni ideali o religiose.
Vorrei aggiungere che negli anni successivi al 1948 occorreva un certo impegno, per un sindaco comunista, ispirarsi a questi principi di laicità: perché era troppo aspro lo scontro fra i partiti. Ricordo che quando toccò al Comune di Pesaro adempiere alla tradizione dell'offerta dell'olio per la lampada nella basilica di Assisi, inviai in mia rappresentanza – con delega formale – il capo dell'opposizione Gino Filippucci. Mi parve che, in quella circostanza, un cattolico potesse rappresentare meglio l'orientamento religioso della maggioranza dei pesaresi; senza che ciò significasse un rifiuto della mia funzione, esercitata attraverso la delega.

Giorgio De Sabbata
Ex sindaco di Pesaro e senatore del PCI


Il senso dello Stato

E' bene riproporre al confronto il tema della laicità (dello Stato, delle istituzioni, dei cittadini), tema mai approfondito a sufficienza. Quindi sottrarrei ogni riferimento ai comportamenti, peraltro resi pubblici (personalmente in questo caso propendo per il riserbo), del sindaco di Pesaro.
Come deve atteggiarsi un politico rispetto a questo tema? Innanzitutto, e soprattutto se legislatore, deve sforzarsi di capire le ragioni di tutti, e in particolare le ragioni degli “altri”, essendo esso normalmente appartenente ad uno schieramento. Quindi, mettere al confronto le proprie convinzioni, disponibile anche a modificarle se si convince che ciò va nell'interesse generale. Al Senato ho lavorato intensamente sulla legge della procreazione medicalmente assistita, cercando continuamente, senza pregiudizi, di tenere conto delle diverse posizioni, da quelle della scienza a quella della chiesa cattolica. Posizioni di grande rilievo e spessore. Un tema che ha messo a dura prova la laicità del legislatore e che ha diviso l'opinione pubblica ed è stato oggetto di una consultazione referendaria.
Ripeto, il nostro impegno va svolto senza pregiudizi e senza sudditanza, nella consapevolezza che il ruolo di chi esercita un potere (responsabilità) pubblico è di estrema delicatezza, al punto che la nostra Costituzione prevede che il parlamentare svolga i suoi compiti senza vincolo di mandato. In una battuta, la laicità, per un politico, è il “senso dello Stato”.

Giuseppe Mascioni
Senatore DS

Il dovere di equidistanza

La polemica insorta a proposito delle convinzioni religiose manifestate dal sindaco Ceriscioli deve prescindere da considerazioni di parte perché tocca uno dei tratti fondamentali della civiltà moderna: cioè la separazione tra lo Stato e la religione, ormai istituzionalizzata in tutto l'Occidente. Su di essa si basa lo Stato moderno, in quanto istituzione sovrana che riconosce la più ampia libertà di coscienza, di culto e di proselitismo: e la riconosce a tutti i cittadini e a tutte le confessioni, nessuna delle quali può aspirare a un trattamento privilegiato. Mentre la Chiesa tende a istituzionalizzare la fede, lo Stato laico punta a garantire la dimensione privata di tutte le fedi e la loro uguaglianza di fronte alla legge. In un'Europa che diventa sempre più multietnica, multiculturale e multiconfessionale, gli unici principi che possono garantire la pacifica convivenza fra le comunità religiose sono quelli della cultura laica. Tutte le rilevazioni statistiche ci dicono che gli atei e gli agnostici sono ormai milioni di milioni; come milioni di milioni sono i fedeli di altre religioni. Di qui la richiesta che lo Stato rispetti, in materia religiosa, il principio di equidistanza solennemente proclamato nella Carte costituzionali.
In Italia lo stesso Concordato costituisce un'eredità del passato che pone la nostra Repubblica in una posizione difficile rispetto al moto storico che spinge tutta l'Unione Europea verso la più rigorosa laicità delle istituzioni pubbliche. La revisione del Concordato, promossa da Craxi nel 1984, con l'eliminazione del principio che vedeva il cattolicesimo come religione ufficiale dello Stato, ha posto le basi su cui fondare il superamento di privilegi per la Chiesa.

Giuseppe Righetti
Ex vice-sindaco di Pesaro e senatore del PSI


Laicità significa tolleranza

Non riesco a capire come le dichiarazioni e il comportamento del sindaco circa le sue scelte religiose abbia potuto suscitare un simile dibattito. A chi contrasta le dichiarazioni del sindaco sulla base di un dovere di “laicità”, rispondo che per me uno dei principali significati della laicità è la tolleranza. Non è giusto strumentalizzare la religione a fini politici, ma è ancora più ingiusto criticare i politici che legittimamente manifestano il loro convincimento religioso. Un amministratore deve essere giudicato per come amministra; e soprattutto se nella sua azione ha comportamenti identici nei confronti dei suoi interlocutori, indipendentemente dal sesso, dalla razza, dal censo o dalla loro fede. In realtà queste prese di posizione segnalano – a mio parere –  una stagione di basso profilo, in cui si dilata lo spazio dell'informazione dedicato alle sciocchezze a scapito della discussione su cose più serie. A una certa sinistra massimalista, populista, vetero-anticlericale, chiedo il rispetto per i cattolici e per la manifestazione delle loro idee. In Italia, senza l'apporto dei cattolici, non sarebbe nato l'Ulivo, il centro-sinistra non avrebbe mai governato il Paese e non ci sarebbe stato un presidente di sinistra, non dico alla Camera dei deputati, ma nemmeno alla presidenza di un condominio di Via Giolitti.

Vittoriano Solazzi
Consigliere  regionale e segretario DL-Margherita


Rappresentare la comunità

Non mi appassiona la canea che si è sollevata attorno ai termini laico e laicista. Mi sembra un falso problema, una questione strumentale. Il sottoscritto è laico, convinto assertore della tolleranza nei confronti di posizioni diverse. E da questo punto di vista faccio fatica a capire cosa possa interessare la mia opinione su un sindaco credente e professante. Forse un sindaco non ha gli stessi diritti di qualunque cittadino? In materia politica, religiosa, sessuale e via discorrendo? Certamente, ha gli stessi diritti e gli stessi doveri. Casomai ha qualche dovere in più di un semplice cittadino. Ha il dovere di  rappresentare globalmente la comunità, senza privilegi e distinzioni di nessun genere. In questo senso è quindi legittimo chiedere a un sindaco di non ostentare simboli e gesti legati alla sua sfera privata, che possono colpire positivamente alcuni e scontentare altri: sia che si tratti di crocefissi e comunioni, sia che riguardi la preghiera sul takbir in posizione sujûd. Da qualunque parte la si rigiri, dunque, per un sindaco la questione non è nella piena legittimità del suo non essere laico in quanto sindaco, ma nella manifesta laicità del suo ruolo.   

Paolo Sorcinelli
Assessore provinciale dei Verdi


 
Comunismo cattolico:
contraddizione in termini

Alla domanda se un credente che riveste un incarico pubblico possa o no manifestare apertamente la propria fede, credo che si debba ricorrere sia alla risposta data dalla religione che a quella data dalla parte politica di appartenenza.
Per la religione cristiana abbiamo dai vangeli: Matteo: 6,32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli. Parole chiare dove si chiede il coraggio della testimonianza in qualsiasi contesto storico e politico, testimonianza che si paga in amicizie potenti e difficoltà fino ad arrivare al sangue versato dai martiri di ieri e di oggi. Quindi, secondo il Vangelo, qualsiasi cristiano non solo può ma anzi deve testimoniare la propria vede (vedi anche Matteo 5,14).
Questo annuncio non impedisce di svolgere la politica seria, quella con la “P” maiuscola; trova invece contrasto con la politica di parte, quando questa nelle sue radici è in contraddizione con la religione stessa. Infatti la politica di parte, tendendo ad avere il più largo consenso, deve necessariamente nascondere la propria identità per non scontentare nessuno e raccattare quanti più voti possibile. Nel simbolo dei DS la falce ed il martello spariscono di fronte alla quercia; nella Margherita, nell'Ulivo, nell'Unione dove si può scorgere l'identità di chi ne fa parte? E' chiaro che chi viene votato sotto questi simboli deve apparire neutro per non scontentare nessuno e questa è la crisi di oggi dove non si fa più politica ma solo lobbies per affari. Se si è cristiani nel cuore, la propria religione è - e deve essere - al di sopra di qualsiasi ideologia politica: per cui, per non incorrere in contraddizioni, bisogna far parte di partiti che non la contrastino o addirittura che non la perseguitino laicisticamente.

Francesco Grianti
Segretario provinciale della nuova DC

 


 
 
 
 
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