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Circolo della Stampa:
Le lacrime dell' “argentino”


“Sto emozionado” (sono commosso). Queste sono le uniche parole – in italo-spagnolo –  che è riuscito a pronunciare Alberto Rivalta davanti al microfono, prima di scoppiare in un pianto dirotto; insieme a una buona parte della platea di Palazzo Antaldi e del direttivo del Circolo della Stampa. Erano lacrime di felicità, di nostalgia, di amore per la sua e la nostra terra, pochi istanti dopo aver ricevuto dal sindaco la targa del Premio 2006, come riconoscimento della sua attività imprenditoriale in Argentina per oltre cinquant'anni. Da quelle parti ha persino lanciato un marchio per i suoi prodotti, stampato nei manifesti e nelle magliette: “Pésaro”, con tanto di accento per indicare la corretta pronuncia. “Vorrei avere un grande aereo per portarvi tutti in Argentina”, è poi riuscito ad aggiungere Rivalta prima di scendere dal podio, abbracciato al nipote pesarese Federico Masetti.
Tutto sommato queste immagini documentano un piccolo episodio: eppure, per un momento, ci siamo sentiti tutti orgogliosi di questo italiano in trasferta, che ha onorato il nome del suo Paese più di tanti altri che sono rimasti qui…

A.A.

I quattro premiati

Umberto Cardinali
“Per avere ormai superato la bella dimensione di imprenditore ed essere un giovane eroe di 100 anni”.

Memè Perlini
“Per essere da anni uno dei personaggi più originali e innovativi del teatro e del cinema italiani”.

Michele Provinciali
“Per avere in modo definitivo segnato la storia e il panorama della grafica e del design”.

Alberto Rivalta
“Per avere portato, con i prodotti dell'azienda da lui creata a Buenos Aires, il nome di Pesaro in tutto il mondo”.


Il distintivo d'oro

Il “distintivo d'oro” del Circolo è andato quest'anno a Vittorio Cassiani, fine dicitore, presentatore e protagonista storico di innumerevoli radiocronache reali o immaginarie. A Palazzo Antaldi si è esibito in una esilarante telecronaca di se stesso: un vero mattatore.

Dall'Adriatico alle Ande

In una calda notte di fine estate del 1949 la stazione di Pesaro appariva insolitamente affollata. Era una stazione che mostrava ancora i segni della guerra, non c'erano pensiline, non c'erano sottopassaggi, le luci erano scarse e fioche. Nella semioscurità, sulla banchina centrale, si ammucchiavano bauli e valige, pacchi e casse, e si accalcavano donne giovani e bambini, attorniate da parenti e amici, che andavano a raggiungere mariti e padri che, poco più di un anno prima, da quella stessa stazione, erano partiti per raggiungere l'Argentina: dove avevano finalmente trovato un lavoro, che gli era stato negato in Patria.
Fu così che Alberto Rivalta - nato e cresciuto a Pesaro - a 14 anni, dopo un tribolato viaggio notturno in treno fino a Genova, tre giorni di interminabile attesa dell'imbarco ed un viaggio di 28 giorni attraverso l'Atlantico (a bordo di una nave Liberty che durante la guerra era stata addetta al trasporto di truppe e che, comprata da una compagnia di navigazione italiana, era stata ribattezzata “Giovanna Costa”) arrivò a Buenos Aires, poi a Bahia Blanca e infine, insieme ad altre famiglie pesaresi, a Rio Gallegos, nell'estremo sud della Patagonia; per poi raggiungere (240 chilometri di strada sterrata, ancora coperta di neve, con una colonna di automezzi militari) Rio Turbio, dove suo padre lavorava già da un anno nelle miniere di carbone come tecnico addetto alla manutenzione delle macchine utensili. Allora a Rio Turbio non c'era niente di niente, era un villaggio sperduto, al confine con il Cile ai piedi della Cordigliera delle Ande. Si viveva cinque o sei mesi sotto un metro di neve a 30 gradi sotto zero; poi, con il disgelo, si passavano altri tre o quattro mesi nel fango. L'unico contatto con la civiltà era Puerto Natales, un piccolo paese cileno, costruito dai cercatori d'oro quasi due secoli prima; all'entrata del paese c'era uno steccato per legare i cavalli, come nel Far West, e nelle botteghe c'erano ancora le bilance per pesare l'oro. Insomma un altro mondo, “un mondo alla fine del mondo”, per usare le parole dello scrittore cileno Luis Sepulveda. Oltre ciò, i rapporti con la popolazione locale non erano proprio idilliaci. “Le prime parole spagnole che ho imparato – mi ha detto Rivalta – sono state “Gringo muerto de hambre” (straniero morto di fame)”.
Dopo quattro o cinque mesi dal suo arrivo il governo argentino mandò alle miniere di Rio Turbio una dozzina di macchine utensili per allestire una piccola officina per le riparazioni e qui cominciò l'esperienza di lavoro di Alberto Rivalta. Gli operai, sei o sette, erano tutti italiani e lui diventò il loro garzone e il loro beniamino. Così passarono otto anni. Probabilmente se Alberto Rivalta fosse sbarcato a Buenos Aires la sua vita sarebbe stata diversa. Ma in quel luogo sperduto, così giovane, aveva tanto tempo per pensare a quello che aveva lasciato a Pesaro ed era incerto se tornare in Italia, come fece la maggioranza dei suoi compagni di lavoro, o mettere su una sua officina in Argentina. Così, quando la famiglia decise di stabilirsi a Buenos Aires, comprò a rate un piccolo tornio versando in anticipo i suoi pochi risparmi. Lavorava in un piccolo locale di proprietà di suo padre e “tutti i giorni lo accarezzavo come fosse un bambino”. Quello che però non aveva previsto era che per farlo funzionare occorreva forza motrice; ma, in quel periodo, in Argentina c'era una grande crisi energetica e, nonostante le sue richieste ed i suoi reclami, non riusciva ad ottenerla. Così passarono due anni e quando gli mancavano da pagare solo cinque rate, non aveva più un peso e correva il rischio che gli pignorassero il tornio.
A questo punto gli venne un'idea: scrisse al presidente della Repubblica argentina, che in quel momento era Arturo Frondizi, famiglia originaria di Gubbio. I suoi amici, quando prima di spedirla fece loro leggere la lettera, gli dissero: “O ti danno la corrente elettrica o ti rimandano in Italia col foglio di via”. Vorrei continuare questa storia, con la lettera che Alberto Rivalta mi ha mandato da Buenos Aires; in essa infatti c'è tanta nostalgia e tanto amore per la sua e nostra città che vale la pena di ascoltarlo. “In attesa della risposta del presidente della Repubblica argentina, mi vedevo già passeggiare per il Corso e Via Branca, andare a vedere le corse di moto con Baronciani, risentire l'odore di Castroil nel Viale della Vittoria quando Ambrosini provava la Benelli o andava a veder giocare la Vis. Invece, dopo una settimana, dalla presidenza della Repubblica argentina mi risposero che la mia richiesta era stata accolta e che mi avrebbero dato l'energia elettrica. In quel momento fui molto contento, ma capii anche che avrei dovuto rinunciare al sogno di poter tornare nella mia città; allora mi venne l'idea di metter nome Pesaro alla mia officina, così mi sarei sentito egualmente vicino alla mia città natale. Cominciai così a lavorare con grande fatica e grandi sacrifici, rubando le ore al sonno e rinunciando a tante cose. Nel frattempo mi sposai con Clara, che è nata a Taranto, e che io chiamo “la mia terrona”. Lei ha condiviso con me ogni fatica e ogni sacrificio ed a lei devo la metà del mio successo; devo aggiungere che ormai anche mia moglie ama Pesaro quanto me. Oggi la fabbrica Pesaro è l'unica ditta argentina che fabbrica cuscinetti a rulli sia per automobili che per autocarri, trattori, macchine per lavori stradali e tante altre applicazioni ed esporta i suoi prodotti in tutto il sud America; per cui non è strano incontrare in qualche città del Perù o del Brasile persone che indossano magliette promozionali con la scritta “Pésaro”. Sono passati molti anni, le mie forze non sono più quelle di una volta, ma per fortuna i miei figli Bruno e Marilena continuano la mia opera, uno dirigendo il settore produzione e l'altra quello contabile e commerciale e la ditta cresce; abbiamo pagato un duro prezzo, io e mia moglie, ma quello che ho fatto lo rifarei di nuovo. Quando qualche nuovo cliente viene in azienda e mi chiama “signor Pesaro” io gli dico che mi chiamo Rivalta e che Pesaro “es el nombre de la ciudad mas linda de Italia” (Pesaro è il nome della città più bella d'Italia) e si trova sul mare Adriatico vicino alla Repubblica di San Marino”.

Corrado Masetti

 


 
 
 
 
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