Mi chiamo Luisa Majone e ho 52 anni. Nel 2002, attraversando un momento personale difficile, mi iscrissi alla facoltà di grafologia a Urbino, per un anno frequentai tutte le lezioni, e dopo non proseguii perché tanta voglia di studiare con ce l'avevo. Ma, durante quell'anno, ebbi la fortuna di conoscere Ambra, una giovane studentessa anche lei iscritta come me al primo anno di grafologia. Andavamo insieme in macchina a Urbino. Durante i nostri viaggi chiacchieravamo intensamente, come lo possono fare una giovane studentessa con tanti progetti per il futuro e una signora depressa sull'orlo della menopausa. Non ci crederete ma ci divertivamo un sacco, io le raccontavo il mio passato al Dams di Bologna, e lei mi stava ad ascoltare come fossi un mito vivente: davanti a lei, in carne ed ossa, c'era proprio una ex-ragazza alternativa degli anni '70, una di quelle che usava le mitiche borse di cuoio e il loden, trasgressiva e sgallettata forse né più né meno di sua madre, ma con le mamme è più difficile parlare di certi argomenti. Insomma ad Ambra avevo raccontato anche come ad un certo punto della mia vita, già sposata e con due figlie, sentii il bisogno di recarmi a trovare regolarmente all'Ospedale psichiatrico di Muraglia, un ricoverato schizofrenico, amico di famiglia, riuscendo ad instaurare con lui una relazione affettiva profonda, al punto che Stefano, come si chiamava, mi telefonava a casa per salutarmi, e mi abbracciava quando andavo a trovarlo supplicandomi di portarlo via da lì. Riguardo a questa richiesta, mi sentivo allora molto impotente, poiché oltre alle mie visite e alle mie parole di sostegno non potevo certo fare di più. Poi quando rimasi incinta per la terza volta, lui cominciò a chiudersi sempre di più, o forse la malattia si faceva più grave; sta di fatto che aumentando il pancione, diradai le mie visite, e poi, una volta nato il mio terzo figlio, non andai più a trovarlo, fino a che seppi che Stefano era morto a quarant'anni. Pur affetto dalla malattia mentale, per il periodo che lo frequentai, questo “disabile psichico” aveva saputo ricevere l'amicizia che gli donavo e aveva saputo comunicarmi la sua riconoscenza. Forse presa da un desiderio di rivisitazione del mio passato, e trovando nella giovane Ambra un'ascoltatrice attenta e sensibile, le raccontai di questa mia esperienza. Ma in fin dei conti non sono così sicura di avergliela raccontata. E' che solo così mi spiego come mai, a distanza di anni, Ambra, attraverso la mail, mi abbia informato del problema relativo alla palazzina fantasma dell'Asur, di cui “Lo Specchio della città” si è fatto portavoce, mi abbia inviato gli articoli pubblicati recentemente dal giornale, e mi abbia infine esortato a scrivere due righe a favore di questa causa relativa agli ormai inaccettabili ritardi nella costruzione di una nuova palazzina destinata ad ospitare disabili psichici. Un poco riluttante, mi sono trovata a dover espletare un compito a cui mi sento inadeguata. Ma non voglio deludere Ambra: soprattutto non voglio deludere una giovane sensibile e tutti i giovani come lei, che forse in noi adulti cercano delle palazzine di sostegno, e trovano che invece partiamo e poi ci fermiamo, magari ripiegati su noi stessi a rivangare il passato. Ma a un certo punto, vanga che ti rivanga, bisogna pur ricominciare a costruire: specialmente per le persone che ne hanno più bisogno e che in certe palazzine hanno il loro punto di riferimento. Quindi, mi sento di ammirare ed appoggiare quei giovani sensibili alle problematiche dei diversi, dei più deboli, dei cosiddetti “non abili” ma forse rispetto a noi più abili a comunicare ciò che noi "sani" a volte non abbiamo il coraggio di dire: perché abbiamo perso l'immediatezza della comunicazione, la spontaneità del sentire, e ci difendiamo con la maschera della nostra presunta sanità, nascondendo quella che i nostri pregiudizi ci fanno vedere come malasanità. I disabili meritano rispetto e sostegno, perché esprimono l'altra faccia di tutti noi, perchè la portano allo scoperto, là dove noi la difendiamo così tanto da non farne venire fuori neanche quel piccolo pezzettino che ci renderebbe tanto più belli, luminosi e liberi. Quindi ringrazio Ambra che mi ha dato modo di esprimere fra le tante anche la mia voce.
Luisa Majone
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