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Visti da vicino: Giuseppe Ungaretti


Il suono dell'anfora

Avevo appena finito vent'anni ed ero davvero emozionato. Quello che per noi giovani universitari condizionati dalla cultura scolastica era il più grande poeta vivente sarebbe venuto a Fano a presentare la figura e la produzione letteraria di un illustre fanese scomparso da un decennio e a me (lo confesso oggi che ho imparato ad amarlo) del tutto sconosciuto: Bruno Barilli. Era il 14 dicembre del 1963. La sala San Michele destinata all'incontro era pronta, preparata spartanamente come allora usava; e pronti erano il prof. Valerio Volpini che avrebbe dovuto presentare la serata ed il critico Enrico Falqui, curatore per l'editore Vallecchi dell'opera omnia di Barilli che avrebbe dovuto tenere una relazione. Nevicava da due giorni e si diceva che il passo della Scheggia fosse bloccato. Difficili anche le comunicazioni telefoniche. Ma il poeta “aveva promesso” era il refrain con cui si concludevano le sempre più concitate consultazioni tra gli organizzatori. Ungaretti venne, e come se venne. Addirittura con un leggero anticipo come “portato da una folata di neve”, scrisse Luciano Anselmi anche lui presente (e come avrebbe potuto mancare?) alla serata.
“Il volto irregolare e sardonico di un gatto buono; la sua espressione mutava ad ogni stimolo esterno; un saluto, una presentazione, l'invito al dialogo”. E noi tutti pronti a cogliere anche il più piccolo cenno in attesa di una sua “indimenticabile parola”. Ed Ungaretti parlò comodamente seduto su un sofà. Sì, disse: Bruno Barilli uno scrittore nella cui “foresta calda di capelli, d'inverno tutti i parmigiani ci si potevano scaldare le mani”. Poi con il bastone indicò qualcosa sul muro e confusamente disse altro che neppure i più vicini compresero. Poi venne il silenzio, poetico anch'esso, che nessuno osò infrangere. A lungo. Poi: “A febbraio salpo per l'America. Mi hanno chiamato per delle conferenze. In quelle Università c'è ancora qualcuno che mi vuole”. E furono due sciabolate. Il silenzio era ormai stato interrotto, tutti ripresero a parlare. Egli sorseggiò un tè e, se ben ricordo, assaggiò qualche pasticcino: ma su questo non ci sono versioni unanimi. Certo è che con il suo bastone picchiava dolcemente sul pavimento. Quando il sindaco emozionatissimo avanzò verso di lui portando un'anfora romana di quelle che copiosamente l'Adriatico una volta restituiva ai mortali facendole impigliare nelle reti dei pescatori, tutti tememmo una rovinosa caduta. Il Poeta, intuendo dallo slargo che si fece attorno a lui che qualcosa stava per accadere, si alzò in piedi con insospettabile energia e ignorando il sindaco, rivolse tutta la sua attenzione all'anfora millenaria. Eccitato l'accarezzò. Cercò suoni dimenticati battendola con le nocche. Si avvicinò e si allontanò per vederla meglio e finalmente parlò: “E' Fautrier, sembra il grande Fautrier! Che dono splendido, splendido veramente! Degno degli Dei!”. Cercava la luce per vederla meglio e dava ordini perentori con la sua inconfondibile voce: “Piano, piano, attenti. Piano. Là, su quella consolle”. E poi: “E' per me? Ma si romperà? Come farò a portarla a Roma? Un dono squisito”. Di nuovo due passi avanti e tre indietro e con lui le autorità ed i relatori: un balletto alla Renè Claire. “Cosa conteneva? Olio d'oliva forse?”. Nessuno rispose.
Bisognava andare, lo attendeva la conferenza su Barilli. Infilò senza aiuto il cappotto, sistemò il cappello, un basco blù, e cominciò ad avviarsi. Poi sulla soglia indicando la consolle: “E quella? Chi pensa all'anfora?”. “La metteremo in auto Maestro, rispose un assessore”. “Va bene, ma con giudizio, con giudizio...”. Giunse infine nella sala pubblica accolto da un applauso prolungato. Salutò agitando il basco e cominciò subito: “Parlerò di Bruno Barilli certamente, ma prima voglio parlarvi di una anfora romana riemersa dal fondo del mare Adriatico …”. E furono parole, per noi che le ascoltammo, assolutamente indimenticabili. Parole vere di un poeta vero. Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria d'Egitto nel 1888, aveva allora settantacinque anni e per quell'epoca erano tanti se nel 1960 aveva pubblicato “I Taccuini del vecchio”.
E poi faceva freddo, tanto freddo, in quell'inverno fanese del millenovecentosessantatre, freddo anche attorno al tavolo della poesia. Ma un freddo benefico se ricordo ancora battuta per battuta il discorso di Ungaretti e da allora ho imparato a conoscere l'imprevedibile Bruno Barilli: musicista, critico ed autentico scrittore “fanese per sbaglio”, come chiosò l'ineffabile Anselmi.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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