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  *

Il fischio del merlo

“Adesso è ora di buttar giù quei tre gelsi.”
“No”.
Nino aveva guardato la moglie per scoprire la ragione di quel rifiuto. Nelle case dei contadini anche sulle piccole cose si discuteva. Sì... no... poi ci si metteva d'accordo. Non era mai accaduto che per una cosa di così poca importanza sua moglie ponesse il suo veto senza discorrere, e con quel tono.
“Abbi pazienza: da quanto è che non alleviamo più i filugelli?”
Rosa lo sapeva benissimo che i gelsi non servivano più a quello scopo. Quando era bambina quei tre gelsi, uno in fila all'altro, in fondo all'aia, li aveva piantati il nonno. E lei mille volte, quand'era bambina, ci si era arrampicata come una scimmia, col sacco legato alla cinta della sottana, a brucare dai rami le foglie coriacee da dare da mangiare ai bachi di seta, che attendevano affamati sui cavalletti costruiti in casa apposta per loro. E loro mangiavano voraci. Era un lungo continuo crocchiare che riempiva la casa e, forse, quella volta disturbava, ma che adesso avrebbe desiderato ascoltare ancora.
Poi nella vasta chioma dei gelsi ci si era nascosto un merlo. Nero. Col becco giallo. Che cantava. Anzi, no. Il merlo fischiava. E Tonino, il suo figlio maggiore, gli aveva insegnato, a forza di ripeterlo, il suo fischio. Un fischio particolare che in ogni luogo avrebbe segnalato la sua presenza. Da quando era diventato grande Tonino ogni tanto usciva la sera. Andava in paese. Delle volte metteva anche la brillantina e la cravatta con lo strozzino. Sapeva che lei sarebbe rimasta in pensiero fino a quando non fosse tornato. Ma Tonino non si sarebbe mai abbassato ad informare la madre del suo ritorno, magari a notte fonda. Così fischiava. E Rosa allora si girava nel letto e si metteva a dormire. Era un fischio simpatico. Allegro. Una notte lunga, un'alternarsi quasi giocoso di note, ed ancora una lunga, ma di tono diverso, per finire. Ebbene il merlo, nascosto nella chioma del gelso, l'aveva imparato e lo ripeteva ogni volta che Tonino l'intonava. Capitava anche che lui partisse con un paio di note e il merlo aprisse il becco per portare a termine la melodia.
Poi Tonino se n'andò. Per sempre. Nessuno l'avrebbe più sentito fischiare. Solo il merlo, per un po' di tempo aveva continuato a lanciare qualche nota. Poi la chioma dei gelsi aveva taciuto. Anche Rosa sapeva che il fischio non si sarebbe ripetuto. Allora, per la solida consueta riservatezza dei contadini, nascose il proprio dolore nell'angolo più riposto dell'anima. La barca doveva continuare il suo corso nel fiume della vita. E la perdita d'un solo elemento non sarebbe bastato a frenarla. Ma pur in questo riservato dolore Rosa continuava ad attendere. Era certa: un giorno avrebbe ancora sentito venire dai gelsi un fischio. Non sarebbe stato di un merlo. Ma il fischio di Tonino che le avrebbe detto:
“Dài, mamma, sono venuto per accompagnarti. Qua, con me, ho istruito un coro di merli. Senti.”
E allora lei se ne sarebbe andata felice.
Quei gelsi, no. Non potevano essere abbattuti.

Valentino Rocchi


 
 
 
 
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