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Maggio 2008 / Lettere e Arti
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Rossini: Come nasce una “ouverture”

Nel 1818 per l'inaugurazione del nuovo teatro – progettato da Pietro Ghinelli – la comunità pesarese aveva voluto ascoltare un'opera (La gazza ladra) ed avere la presenza del suo concittadino più illustre: Gioachino Rossini (1792-1868). Allora dimorava a Pesaro Carolina di Brunswich il cui salotto, tanto ambito dall'annoiata nobiltà locale, era invece snobbato dal giovane ma già famoso compositore. L'affronto era mal tollerato dalla principessa di Galles e l'occasione per vendicarsi le si presentava l'anno dopo. Infatti, in viaggio da Venezia a Napoli, Rossini faceva sosta a Pesaro e recatosi a teatro la sera del 24 maggio, veniva accolto da fischi ed urla ostili di giovani prezzolati da Bartolomeo Pergami della Franchina, il “venditore del proprio membro”, preferito dall'aristocratica inglese e da lei eletto a barone. Subito Rossini lasciava Pesaro e nei giorni successivi i maggiorenti della città si riunivano con l'intento di riparare ufficialmente all'offesa dedicando al maestro un busto ed una lapide (8 giugno); al proposito, però, non risulta niente di realizzato!
Frattanto in città si vedevano circolare anonimi volantini inneggianti alla grandezza del musicista, oppure con augurio di morte per “sua altezza buzarona (…) e per il baron fottuto”. Dovendo essere troncata sul nascere ogni iniziativa per volontà del delegato apostolico – determinato a spegnere gli animi – si viene a conoscenza di un sonetto stampato a nome di tale Nicola Grazia, deciso partitante del Rossini. Quale fosse il titolo e il contenuto non è detto nei documenti, tuttavia il 6 giugno era intimato al Grazia l'arresto domiciliare e disposto si facesse anche un'indagine per scoprire chi ne avesse autorizzata l'impressione. Interrogato in merito, il tipografo di Fano riferiva dell'avvenuta presentazione del testo al locale ufficio di polizia e che quella autorità non poteva conoscere le ragioni che esistevano in Pesaro per non accordarne la stampa. Eppoi, considerata la limitata divulgazione del sonetto solo tra poche famiglie di amici e l'impossibile “rinascenza di partito che potesse produrre conseguenze spiacevoli in sostegno del Maestro Rossini”, il vice direttore di polizia di Pesaro decideva la scarcerazione del Grazia. Dal canto suo il delegato notificava lo spiacevole incidente e gli strascichi successivi alla direzione generale di Polizia (17 giugno) per cui da Roma partiva un dispaccio per redarguire il “vice sotto direttore di Polizia di Fano il quale non doveva concedere tal permesso senza l'intelligenza dell'Autorità governativa, e per oggetto che non riguardava un luogo compreso nella sua dizione, ma estranea ad essa” (23 giugno).
Al di là da tutto, il compositore non tornava mai più a Pesaro. Nel 1876 la Pall-Mall Gazette pubblicava un'interessante lettera di Rossini che, per la verve del compositore, merita d'essere trascritta nella sua interezza; era la risposta ad un giovane artista che gli chiedeva quale fosse il momento più favorevole per comporre l'ouverture di un'opera:
“Aspettate sino alla sera prima del giorno fissato per la rappresentazione. Nessuna cosa eccita più l'estro, come la necessità, la presenza di un copista che aspetta il vostro lavoro, e la ressa d'un impresario in angustie che si strappa a ciocche i capelli. A tempo mio, in Italia, tutti gli impresari erano calvi a trent'anni. Ho composto l'ouverture dell'Otello in una cameretta del palazzo Barbaia, ove il più calvo ed il più feroce dei direttori mi aveva rinchiuso per forza, senz'altra cosa che un piatto di maccheroni, e con la minaccia di non poter lasciare la camera, vita durante, finché non avessi scritta l'ultima nota. Ho scritto l'ouverture della Gazza Ladra il giorno della prima rappresentazione, sotto il tetto della scala dove fui messo in prigione dal direttore, sorvegliato da quattro macchinisti che avevano l'ordine di gettare il mio testo dalla finestra, foglio a foglio, ai copisti, i quali l'aspettavano abbasso per trascriverlo. In difetto di carta da musica, avevano l'ordine di gettare me dalla finestra. Pel Barbiere feci meglio: non composi ouverture, ma ne presi una che destinavo ad un'opera semiseria, chiamata Elisabetta. Il pubblico fu arcicontento. Ho composto l'ouverture del Conte Ory stando a pesca, coi piedi nell'acqua, in compagnia del signor Aguado, mentre costui parlava di finanze spagnuole. Quella del Guglielmo Tell fu scritta in circostanze presso a poco simili. In quanto al Mosè, non ne feci alcuna”.

Leon Lorenzo Loreti


 
 
 
 
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