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Postriboli e prostitute nell'antica Pesaro


Non è noto se nell'antichità con il termine postribolo s'intendesse una vera casa di tolleranza nel significato moderno; più che altro i documenti fanno cenno a taverne dove singole donne praticavano l'arte più antica del mondo. Era però importante che le professioniste del sesso si potessero facilmente distinguere dalle normali cittadine ed all'uopo era loro imposto (norme statutarie del 1531) di portare colorati segni di riconoscimento con minaccia di comminazione di multe e frustate per quelle che trasgredivano. Di livelli diversi, prostitute, puttane, meretrici, lupe, peripatetiche, lucciole o veneri pandemie che dir si voglia, hanno sempre costituito una rilevante presenza nella popolazione e sono state ognora tollerate in quanto considerate un male necessario della comunità; notissime le “cortigiane rinascimentali”, raffinate e colte al pari delle “oneste aristocratiche”, che intrattenevano nobili, religiosi, imprenditori e governanti in eleganti salotti; mentre quelle di basso stato esercitavano in sudici locali tra vecchie mezzane, lenoni, infingardi, ladri, bari e soldataglia.
Al proposito Giovanni Andrea Abati Olivieri, capitano del porto di Pesaro, zona nella quale erano assai numerose le taverne, inoltrava a Roma la richiesta di un ordine che proibisse a “pubbliche cortigiane e donne di mala vita” di soggiornare in zona porto e nella sua giurisdizione senza farsi prima “descrivere all'Officio di detto Sig. Capitano, e se vi capiteranno di fuori per starvi più di tre giorni siano tenute allo stesso, sotto pena d'un scudo da incorrersi da ciascheduna di loro che contravarà”. Uguale multa sarebbe stata inflitta ad osti e padroni di case ospitanti le suddette se non le avessero informate di questa legge. La domanda era accolta favorevolmente (1674).
Da Roma, nel 1811, era inviata ai prefetti una circolare con la quale li s'invitava ad organizzare appositi ospedali per la cura delle donne infette da morbo venereo suggerendone il mantenimento con le tasse da imporre a lupanari e meretrici, nonché con il contributo delle Congregazioni di Carità. I bordelli andavano considerati secondo ubicazione, capacità ricettiva e frequentazione. Le prostitute erano invece da classificare in base all'attività espletata: quelle in case chiuse, che dividevano il guadagno giornaliero con i titolari di lupanari; le autonome, sostenendo quindi la doppia qualità di “lupanarista” e di esercente il commercio meretricio; quelle senza domicilio, per lo più miserabili frequentatrici di bettole, caserme e rampari. Tutte erano iscritte nei registri della polizia, avevano un “biglietto” d'identificazione e dovevano presentarsi al controllo medico ogni otto giorni, eccettuate le girovaghe obbligate alla visita ogni quattro, peraltro munite di un biglietto di colore diverso dal solito, in ragione che essendo più soggette per la loro situazione a prendere e comunicare le infezioni, abbisognavano di una maggior vigilanza medica.
Non risulta che a Pesaro si realizzasse qualcosa al riguardo. Così, visto l'aumento di cittadini contagiati, nel 1848 la polizia arrestava “molte donne di malavita affette da venereo, ed alcune di esse da gallo e venereo insieme”. Ma l'umido stabilimento carcerario e la poca professionalità dei guardiani-infermieri non erano di certo adeguati per le cure. Quindi, dopo non facili concerti presi con i rettori dell'ospedale S. Salvatore, si trasferivano colà, facendo corrispondere un adeguato compenso a quel “pio luogo” dal fornitore carcerario. In seguito ad una visita del medico fiscale alla prigione, lo stesso asseverava che pure “a quelle malate di gallo, oltre il venereo” non confaceva l'umidità e per porvi rimedio, esclusa la possibilità di ricoverarle in ospedale, si postulava il permesso del vescovo perché fossero accolte nel “Reclusorio delle Convertite”, anche in considerazione del numero esiguo; erano infatti soltanto cinque.
Pochi decenni dopo, le condizioni igieniche erano certamente migliorate se da un censimento del commissariato di polizia risultavano a Pesaro sedici “prostitute libere”, tutte sane alla visita medica. Contemporaneamente dieci uomini, sette donne e due canonici avendo saputo con certezza che la casa di certo signor Patrizio Ortolani, attigua alle loro, stava per essere ridotta ad uso di postribolo, preoccupati più perché li danneggiava “eziandio nell'interesse per la difficoltà di trovare alloggianti”, piuttosto che per venire a trovarsi vicini ad un luogo di “scandalo grandissimo ai nostri figli”, imploravano il vescovo d'intervenire presso le autorità civili ed ecclesiastiche al fine d'impedire al più presto l'attuazione del progetto (1861). Successivamente il vescovo, venuto a conoscenza del prossimo allestimento di un elegante postribolo nella contiguità della cattedrale, si rivolgeva subito al ministro dell'Interno: che dopo pochi giorni, chiesti chiarimenti e fatte pressioni alla prefettura di Pesaro, da Firenze, capitale d'Italia, il 27 aprile 1867 rispondeva d'essere ben lieto di comunicargli che “la domanda di apertura della menzionata casa di tolleranza veniva senz'altro rigettata in considerazione appunto delle adiacenze”.
Nel 1879 doveva essere una via di intenso traffico quella dei Negozianti o del Ghetto grande (oggi Almerico di Ventura) poiché un certo Ernesto Formaggia affermava essere opportuno, se una casa di tolleranza era necessaria, trasferirla da quella in altra strada remota e meno frequentata. La presenza del casino aveva infatti suscitato infiniti reclami. Nel mese di marzo era stato chiuso, ma appena un mese dopo riaperto “a dispetto dell'umanità sofferente e con altra Direttrice. Pare impossibile! Eppure a Pesaro si vuole assolutamente la corruzione, calpestando ogni legge di natura. Ciò è vergognoso, e particolarmente per una nobile e tranquilla città quale è Pesaro”.

Leon Lorenzo Loreti


 
 
 
 
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