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  Giugno 1997
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Il congedo del questore:
i peccati della provincia

Il questore Benedetto Pansini (a sinistra) insieme al prefetto di Pesaro e Urbino Alessio Giuffrida. Secondo la classifica del quotidiano 'Italia oggi', Pesaro è passata dal 51° al 12° posto in termini di sicurezza.

Può sembrare strano, ma dopo tanti anni passati a combattere la ‘ndrangheta in una delle zone più calde d'Italia, è stato messo (temporaneamente) al tappeto dalla prospettiva del pensionamento: tanto che ha dovuto ricorrere alle cure dell'ospedale pesarese per alcune difficoltà cardiache e respiratorie. Una vera e propria somatizzazione da stress. Questo “grand commis” dello Stato (o “civil servant” come li definiscono più sobriamente gli inglesi) ha lasciato, dopo quasi tre anni, l'incarico presso la nostra questura a fine aprile, col 63° compleanno: è questa infatti l'età limite prevista dalla legge per i dirigenti superiori (il cui grado corrisponde a quello di generale di brigata nelle Forze armate) con la discutibile rinuncia a uno straordinario patrimonio di capacità e di esperienza.
Il dott. Benedetto Pansini non l'ha presa bene. Se ne tornerà a Modena (dove vive da sempre la sua famiglia: una moglie avvocato, una figlia attrice e un figlio biologo e zoologo), senza discorsi e senza fanfare perché i medici gli hanno sconsigliato qualunque cerimonia di congedo per evitare emozioni forti. Ha però indirizzato ai giornali una sua lettera di saluto, in cui sottolinea alcuni temi che gli sono cari: il ruolo della scuola e della famiglia nell'educazione, l'etica della responsabilità, la cultura della legalità da instillare nei giovani.
Originario di Andria e laureato in Legge all'Università di Roma, è entrato in carriera nel 1974, ricoprendo il ruolo di commissario a Modena per diciotto anni; di commissario e poi vice questore a Gioia Tauro e Reggio Calabria; infine di questore a Savona, Modena e Pesaro.

La talpa di Gioia Tauro
Secondo la sua definizione, “Mafia” è il cognome delle associazioni a delinquere: i nomi – a seconda delle zone – sono Cosa nostra, Sacra corona unita, ‘Ndrangheta, Camorra. Quando racconta le vicende di Gioia Tauro e di Reggio Calabria, sembra di leggere in diretta le storie del commissario Montalbano. Appaiono le figure delle grandi famiglie (le ‘ndrine) che controllano la zona: come quella dei Piromalli, di cui ha personalmente ricostruito un grande e ramificato albero genealogico (che conserva ancora nel cassetto della scrivania) per identificare subito tutti i legami familiari dei pregiudicati e dei sospetti. Ha vissuto una vita blindata per quasi otto anni (la più lunga permanenza sul posto di un funzionario non autoctono), alloggiando presso il Reparto Mobile come i magistrati della procura antimafia e i “pentiti”. Guidava personalmente la sua auto di servizio per non far conoscere in anticipo alle possibili “talpe” i suoi spostamenti. Una preoccupazione non infondata, visto che – dopo qualche mese – ha fatto arrestare proprio nel suo ufficio il poliziotto autista che gli era stato assegnato: appunto per le “soffiate” di avvertimento che era solito fare prima di qualche sopralluogo del suo capo.
Il lungomare di Reggio Calabria è considerato il chilometro più bello d'Italia (definizione di Gabriele D'Annunzio), con vista sullo Stretto dove appare sovente il miraggio della “fata morgana” (i palazzi di Messina che si riflettono sull'acqua), il nitido profilo dell'Etna imbiancato di neve, le antiche terme latine nel boschetto, il lussuoso Hotel Excelsior dove alloggiano i dignitari dello Stato in visita ufficiale. Ma quando svanisce l'effetto della “fata morgana”, e sono partiti gli ospiti, resta la realtà di un territorio violento, quasi totalmente controllato dalla ‘ndrangheta. Nel 1993, arrivando a Gioia Tauro (18 mila abitanti), ha trovato due soli vigili urbani in servizio, su 44 in organico: troppo pericoloso stare sulla strada, dopo che uno dei vigili era stato assassinato sul corso principale per una imprudente multa inflitta a un boss locale. Le strade non avevano numeri civici (li ha introdotti lui, lavorando insieme all'Anagrafe) per rendere più difficile la notifica degli atti. Il territorio circostante (Rosarno, Palmi, Cittanova, Taurianova, Polistena…) è il paradiso dei giornalisti di cronaca nera: omicidi quasi quotidiani, quattro o cinque auto incendiate ogni notte, magari come avvertimento a un insegnante per un brutto voto in pagella assegnato al figlio di qualche intoccabile. Persino al cimitero la gerarchia delle ‘ndrine si può ricavare dall'imponenza delle tombe monumentali dei trapassati speciali, dopo funerali solenni e negozi sbarrati per lutto cittadino.
Eppure Pansini girava di giorno senza scorta, sentendosi idealmente protetto da un alone di correttezza: a suo parere due sole parole, “rispetto” e “responsabilità”, potrebbero sostituire anche i Dieci Comandamenti. Infatti la mafia ha un suo codice di comportamento (potremmo dire una sua etichetta) per cui non colpisce – in genere – chi fa il suo mestiere, ma solo chi si macchia di qualche “sgarro”. Durante la perquisizione a casa di un latitante non è consigliabile lasciar cadere volontariamente una bottiglia di champagne di gran marca (quelle che bevono i boss) o tagliare senza necessità la pelle di un divano. Uno sfregio di questo tipo si può pagare duramente anche a distanza di anni.

Cocaina a colazione
Con la nomina a questore ha lasciato il fuoco della prima linea, ma gli è rimasta la passione per l'attività investigativa e magari anche un po' di gusto di protagonismo. A Modena – una volta – aveva parlato persino dall'altare (al termine della messa domenicale) per rassicurare i fedeli che si lamentavano dell'insicurezza di alcuni quartieri.
Anche a Pesaro lascerà sicuramente una traccia, dopo aver dedicato tutte le sue energie all'attività di prevenzione dei reati: non solo aumentando i provvedimenti di espulsione, i fogli di via, i controlli sui pubblici esercizi nelle zone più calde, ma con la costante attenzione verso le categorie più deboli. Una delle sue ultime iniziative è stata quella del servizio di soccorso tramite sms per i sordomuti. E' intervenuto più volte nei circoli degli anziani per ascoltarli e metterli in guardia dalle truffe più odiose; e ha parlato a migliaia di ragazzi nelle scuole di ogni livello della provincia (su invito degli stessi istituti) per ribadire i principi di rispetto e di legalità su cui si basa la convivenza civile. Naturalmente non è solo merito suo e dei suoi uomini, ma da queste parti sono diminuiti i morti e i feriti sulle strade e la provincia di Pesaro è passata dal 51° al 12° posto nella classifica annuale della sicurezza (ossia del livello di criminalità) stilata dal quotidiano “Italia oggi”.
Della “provincia bella” ha apprezzato la vitalità dei comportamenti imprenditoriali, il pragmatismo, la creatività, la cooperazione tra le istituzioni. Ma, soprattutto quando parla del capoluogo, le impressioni si fanno meno positive. Sembra descrivere i peccati di Peyton Place (dal nome di un famoso romanzo americano degli anni ‘50), con le passioni sommerse, l'ipocrisia del perbenismo ufficiale, l'indifferenza sociale, la chiusura nei clan e nei salotti. Qui non esiste la prostituzione sulle strade perché tutto si svolge nella riservatezza delle case private, dove ognuno può fare quello che vuole: e lo fa abbondantemente, a quanto pare. Anche cittadini insospettabili e integerrimi padri di famiglia sniffano strisciate di cocaina per santificare il week-end. Quando la Polizia Stradale ferma un ragazzo all'uscita della discoteca con le pastiglie di ecstasy o gli spinelli in tasca non può sempre contare sul severo intervento della sua famiglia.
Ha espresso questi concetti anche in una recente intervista con un quotidiano locale, suscitando molti consensi e qualche reazione indignata: una, in particolare, da parte dell'ex direttore del carcere di Villa Fastiggi. “Ma il questore – afferma Pansini – dispone di un osservatorio privilegiato che gli consente di vedere molto più da vicino la portata di questi fenomeni”.
Qualche volta si è sentito un po' solo, per esempio quando si è trovato di fronte alla levata di scudi di tutte le associazioni di categoria dopo i provvedimenti di temporanea chiusura di qualche bar di dubbie frequentazioni: perché – sempre a suo parere – i pesaresi reagiscono con vigore solo quando sono toccati nel portafoglio. Gli resta infine un po' di rammarico per non essere stato “sfruttato” a sufficienza dai cittadini, nonostante la sua dichiarata volontà di occuparsi di qualunque questione e nonostante la disponibilità del suo indirizzo diretto su Internet e di una rubrica radiofonica locale: rimasti quasi inattivi per mancanza di segnalazioni.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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