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Grande Guerra: il popolo delle trincee

Non mi sono fatto sfuggire la visione del film “Katyn” del regista polacco Andrzej  Wajda. L'ho voluto vedere perché sapevo che solo per pochi giorni era stato trattenuto nei circuiti cinematografici. E' invece un film importante, perché dipana un giallo della storia su chi furono i responsabili dell'eccidio, nella foresta di Katyn, di migliaia di ufficiali polacchi e di civili nell'ottobre 1939. I gestori delle sale lo hanno ritenuto di scarso interesse commerciale. Un addetto mi ha dato questa incomprensibile spiegazione: “i giovani non sono venuti a vedere il film, perché le vicende narrate sono lontane e loro non c'erano…”. In effetti nella sala io ho visto solo teste grigie, ma a che servono allora, io dico, le biblioteche, a che serve la scuola? La memoria del passato si affida solo ad una occasionale contemporaneità? Mi auguro che a Pesaro siano stati in molti a vederlo. E mi auguro anche che cada sotto gli occhi di molti un libro, adesso in vetrina, “Mario Tinti: In faccia alla morte, diario di un fante 1915-1918”, edizioni “Affinità elettive”. E non solo perché il Tinti nacque a Pesaro, precisamente a San Costanzo di Pesaro, in un lontano 1894, ma perché la lettura di un diario può aiutarci a fissare il pathos, le idee, la fede di chi si è trovato a vivere un evento importante che così può essere meglio ricostruito.
La grande guerra, che si concluse nel novembre del 1918, costituì un evento oltremodo importante. Poteva essere evitata, perché l'Austria in cambio della nostra neutralità forse ci avrebbe restituito in tutto o in parte le “ultime terre irredente”: la Venezia Giulia e il Trentino. Che noi invece ottenemmo dopo quasi due anni e mezzo di sanguinosi scontri da trincee contrapposte ad un prezzo altissimo di vite umane: non 600 mila, come gli uffici storici dell'Esercito comunicarono, ma forse un milione di morti. E poi quella guerra trascinò contadini, operai e piccoli borghesi in un contesto sociale mai prima di allora conosciuto, dove la lingua nazionale restava malamente decifrabile, dove le città facevano dimenticare o facevano rimpiangere i paesi di origine, dove per la prima volta si sentiva la severa voce della Patria. Certo quell'evento aiutò i soldati a conoscersi, ma li esasperò nel dopoguerra con il diffondersi della disoccupazione con lo sgretolarsi dei valori civici, sicché il disprezzo per i governi che si succedevano spinse degli animosi a costruire nuove realtà politiche fuori della legalità, il Fascismo…
Il Tinti è di cultura appena superiore a quella elementare, ma è sveglio. E' già caporale con l'arruolamento nel 1914. Con l'entrata in guerra del Paese è dal 1915 al fronte. Ci resterà sino all'ottobre del 1917, quando con la rotta di Caporetto sarà fatto prigioniero. Il Tinti annota sino dalle prime pagine: “Capisco subito che non siamo chiamati a qualcosa di grande…”. Ci sono gli imboscati, gli ufficiali superiori si vedono di rado in trincea. Le regole del combattimento sono precisate dal comandante supremo, Cadorna, e sono a volte incomprensibili: resistere, attaccare solo frontalmente, guadagnare anche poche centinaia di metri, sfidare i reticolati e le mitragliatrici. Il nemico lo si vede poco lontano, occhieggia nella trincea di fronte, forse con le stesse emozioni. E può succedere che ti parli in italiano perché è italiano. E' commovente l'episodio del triestino, che corre meno spedito degli altri due perché vuol farsi catturare e poi grida: “Viva l'Italia”, ma viene colpito egualmente e per quanto ricoverato nell'ospedale da campo, muore la sera stessa. Come è commovente l'implorazione dei soldati austriaci, in una notte successiva ad un Natale, che si cessi di colpire con i canoni la loro trincea. Perché, poi, si sospettava che il soldato in sosta nelle retrovie stanco, instupidito dalle deflagrazioni, sporco, affamato potesse abbandonarsi all'ozio?
Ma il Tinti, a fronte di queste emozioni negative, ne ha delle altre di segno positivo. Scioglie con piacere la neve nella gavetta perché possa dissetarsi il “gentilissimo e buon maggiore, perché a dire il vero, da che siamo in questi luoghi nessun privilegio ha distinto gli ufficiali da noi”. Sente che è anche bello essere soldati, come appare in questo passo del diario: “S.A.R. (il duca d'Aosta, comandante della III armata in visita) dall'alto del palco saluta volgendo lo sguardo da un capo all'altro della brigata che è tutta uno scintillio di baionette simmentricamente allineate, mentre gli ufficiali del seguito stanno rigidamente sull'attenti. Il momento è davvero commovente! Tutto tace, ma pure quel silenzio trasfonde in ognuno la grandiosità di questa solenne e indimenticabile cerimonia”. E dopo quest'incontro che lo carica, “con l'animo ormai rassegnato” ritorna sui luoghi della morte per ricominciare “la snervante vita di trincea piena di disagi e di pericoli”.
Ha un momento di comprensibile paura, quando sta per essere catturato: potremmo dire di viltà. Ha dinanzi dei tedeschi, che hanno fama di crudeltà. Sono quelli che hanno sfondato le linee italiane a Caporetto, giunti in soccorso degli alleati austriaci. Allora si straccia i gradi e getta via il libretto con le segnalazioni delle sue benemerenze militari. Ma soffre e si condanna: “Mi sembrava di menomare la mia dignità di soldato italiano. Avevo la dura sensazione di rinnegare tutto un passato di abnegazione e di sacrificio, mi sembrava di essere un figlio degenere”. I tedeschi crudeli? In un campo di concentramento in Istria si accorge che crudeli sono i collaborazionisti istriani che sono italiani… Ho pensato, leggendo questo diario, ai “kapò” ebrei che sorvegliavano con durezza altri ebrei nei campi di concentramento nazisti. Ho pensato che la guerra è come un film che proietti nel tempo scene più o meno eguali.
Vorrei concludere questo lavoro con una riflessione di Renato Serra sulla guerra, nel suo bel libro “Esame di coscienza di un letterato”: “Forse il beneficio della guerra è un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie. Si impara a soffrire, a contentarsi di poco, a vivere con più seria fraternità, con più religiosa semplicità individui e nazioni: finché non disimparano. Ma d'altra parte è anche una perdita cieca, un dolore, uno sperpero, una distruzione enorme e inutile!”.

Alessandro Casavola


 
 
 
 
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