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Il terremoto del 1930

Dopo il terremoto che ha sconvolto L'Aquila, sto rivivendo questa catastrofe con una partecipazione emotiva intensa perché ha risvegliato in me il ricordo del sisma che colpì nell'ottobre del 1930 le città di Senigallia, Fano, Pesaro e l'entroterra, portando morti, feriti e distruzioni. Abitavo a Pesaro, secondo piano di un appartamento sito in via G. Bovio, con i genitori e il fratello Giorgio nato da appena due giorni. Era la mattina del 30 ottobre, quando sentii il pavimento tremare poi ondeggiare mentre il soffitto della camera da letto si apre d'improvviso lasciando cadere pezzi d'intonaco e calcinacci.
La mamma si alzò a fatica, prese in braccio il neonato, mi afferrò la mano, uscì sul pianerottolo, scese le scale precipitosamente e ci trovammo in strada assieme ad altri vicini di casa. Chi piangeva, chi gridava per lo spavento, chi incoraggiava gli altri, chi pregava. Ci accampammo all'interno di un magazzino lì vicino, con altri parenti. Avevo sette anni e frequentavo la 2^ classe elementare della Scuola "Perticari". Alcuni giorni dopo, con i genitori e il fratellino, partimmo con la "corriera" per Pergola dove abitavano i nonni materni. Mi ritrovai su quel mezzo di trasporto come un pulcino sballottato di qua e di là. Il viaggio non era proprio agevole. A quel tempo non c'erano i comfort d'oggi. Questo però era nulla a confronto di ciò che mi colpì durante il viaggio: le distruzioni causate dal terremoto.
Lungo la "Cesanense" per Pergola, casolari e abitazioni disastrati. Una in particolare è ancora presente ai miei occhi, con la facciata crollata completamente, ma le pareti, i solai e il tetto tutto integro. Come se un gran sipario di teatro si fosse improvvisamente aperto, lasciando intravedere tutto: mobili, letti e oggetti vari. Le lampadine oscillavano ancora dai soffitti, spinte dal vento: parevano acrobati in spericolate piroette. Nessuno, persone o animali, si aggirava dintorno. Ero rimasto così colpito da quella visione da non sentire nemmeno il rombo del motore della corriera, come stessi vivendo in uno strano mondo, dove c'era solo silenzio che incuteva timore. Ancor oggi, dopo tanti anni passati, mi riaffiora la stessa domanda: dove fossero finiti gli abitanti di quella casa. Fuggiti via o morti sotto le macerie della facciata crollata?
A Pergola fummo accolti dai nonni materni. Io ripresi a frequentare la scuola. Dei compagni di classe, dell'insegnante, dei giochi o di qualche birichinata, non ricordo nulla. Non volevo ricordare ma solo dimenticare. Non saprei se per la paura del terremoto, per quella casa disastrata, o per un periodo di fanciullezza perduto. Ritornai a Pesaro l'anno successivo. Nuova abitazione al porto. Lì ritrovai i miei compagni portolotti. Ero uno di loro: nato in questo rione ne facevo parte di diritto. Finalmente a casa.
È questo uno dei tanti avvenimenti che riaffiorano dalle nebbie del tempo quando un sisma colpisce un qualsiasi luogo della Terra. Si accompagna a un pensiero di Cesare Pavese: “Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi” e di quegli attimi mi riappare oggi la visione della casa senza più facciata né abitanti e le domande che mi posi allora ritornano… senza risposta.

Antonio Nicòli


 
 
 
 
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