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  *

Luisa e Antonio

Li conobbi due anni fa. Antonio cercava casa e seppe che noi avevamo un monolocale da vendere. Lo accompagnò l'assistente sociale e così ebbi l'occasione di conoscere anche Luisa. Per quella carezza mi dimostrò subito gratitudine e simpatia. Al contrario Antonio mostrò, con uno strattone, scontrosità e gelosia. Nei giorni che seguirono seppi che da più di due anni vagava in lungo e in largo per il nostro stivale. Passando di paese in paese e di città in città si erano trovati, infine, a Pesaro; e poiché Antonio qui da noi si era trovato bene, aveva deciso di cercare casa nella nostra città.

Inizialmente mi sono posto molte domande ma mi guardavo bene dal farle specificatamente ad Antonio mentre Luisa mi guardava sempre con il solito affetto. Quando mi vedeva da lontano il suo aspetto, abitualmente triste e con la testa bassa, si rianimava e i suoi occhi quasi sempre malinconici si accendevano di una vitalità e gioia di vivere che non ti aspettavi. Per non parlare poi della coda: questa si metteva a frustare l'aria come se volesse abbattere tutto quello che c'era vicino trasmettendo, via guinzaglio, al padrone sensazioni nuove, non abituali. Sì signori, per quanto possa sembrare strano, Luisa era un cane e Antonio il suo padrone cieco.

A lui piacque la casa e dopo alcune variazioni necessarie per adattarla a un non vedente la comprò e ci venne ad abitare. Inizialmente cercammo di stargli vicino perché pensavamo che potesse aver bisogno del nostro aiuto; ma poi ci rendemmo conto che continuare questo rapporto non era possibile. Geloso del cane e estremamente sospettoso di tutti, per non parlare della sua scontrosità, ben presto capimmo che forse era il caso che lo lasciassimo vivere come lui, padre padrone, voleva. Del resto Antonio godeva di una buona condizione economica ed era autosufficiente. Con la sua Luisa poteva far e andare dove desiderava. Al cane, molto intelligente e ben addestrato, era sufficiente dire "portami dal fornaio, o dal pizzicagnolo, o in lavanderia, oppure dall'assistente sociale" e l'animale lo accompagnava con la solita maestria, assistendolo e difendendolo da ogni pericolo o insidia. Attraverso il guinzaglio gli trasmetteva la presenza di un ostacolo, di un marciapiede, di un incrocio, tutto quello che per Antonio poteva costituire un pericolo e lo accompagnava ovunque. Ma il cane, anzi "la cane" come lui la chiamava da buon siculo, divenne, col tempo, sempre più magra, sempre più mesta e i suoi occhi sempre più opachi. Non che fosse vecchia, anzi, aveva solo sei anni. Ma i maltrattamenti, (la strattonava costantemente con malagrazia e non le risparmiava neppure le botte con il bastone che a lui sarebbe dovuto servire esclusivamente per tastare il terreno) e la denutrizione non contribuivano certo a fare della povera bestiola un cane sano e pieno di vita. Tra le altre cose quel nome "strano" per un animale.

Dal suo padrone abbiamo saputo che anche agli altri due cani che aveva avuto in precedenza aveva dato lo stesso nome e, se non ho capito male, una donna che lo deve aver fatto soffrire molto in gioventù portava lo stesso nome e, chissà, forse lui inconsciamente riversava tutta la sua bile su quelle povere e ignare creature che a lui dedicavano con devozione tutta la loro esistenza. Il povero vecchio perse la vista in gioventù per l'esplosione di un ordigno bellico ed aveva solo 24 anni. A quella età deduco che un uomo, passando da una vita illuminata ad un'esistenza destinata al buio e all'isolamento totale, possa portare, a livello psicologico, dei mutamenti notevoli ed irreversibili. A questo punto si può capire come tutta la sua amarezza, la delusione e la sofferenza si sono riversate su quelle povere creature che, per loro natura e predisposizione, hanno fatto da capro-espiatorio. Per deduzione, quindi, continuo a pensare che gli ignari animali, addestrati per fare da guida a un povero cieco si siano trovati a subire le conseguenze di una vita drammaticamente sfortunata. Il povero vecchio (aveva 74 anni quando lo conobbi) mi fece capire che non aveva più fiducia negli uomini poiché da essi aveva ricevuto solo inganno, tradimenti e furti e che "nella cane" riponeva tutte le sue speranze e la sua tranquillità. Ed allora, dico io, perché trattava così male la povera e ignara Luisa? Io non sono uno psicologo ma credo, intuitivamente, che per lui quel nome era sinonimo di amore, tradimento, delusione, risentimento e chissà quali altri sentimenti. E chi può dire che cosa "vedeva" nella sua memoria (al buio da quasi cinquant'anni) nel momento in cui chiamava "Luisa" rivolgendosi alla sua... "fedele compagna"?

Be', Luisa non ha resistito oltre, ha ceduto, non è più stata capace di mantenere fede al suo dovere per il quale era stata addestrata. Poche settimane fa, quando Antonio l'ha chiamata per la sua prima uscita giornaliera, non ha risposto all'"ingrato" richiamo; e a lui nello smarrimento più totale, non è rimasta che la constatazione tattile della sua fredda e impotente devozione. Il vecchio, trovatosi nuovamente solo, senza la sua compagna si sarà reso conto, finalmente, di cosa aveva e di quello che era ormai perduto, cadendo in uno sconforto senza possibilità di recupero. Il suo dolore lo rese ancora più cieco fino al punto che, irrazionalmente, si rifiutò, per diversi giorni, di consegnare a mani pietose il corpo inanimato del nobile animale per una degna sepoltura. Per qualche giorno ancora si è visto il povero Antonio davanti al portone di casa, immobile, inavvicinabile, come se stesse aspettando qualcuno. Poi non rispose più a nessuno, neanche all'assistente sociale.

Marcello Rossini


 
 
 
 
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