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Marzo 1998 / Lettere e Arti
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All'ultimo respiro (ovvero, della loquacità dei moribondi)

Mi ha sempre affascinato il mondo delle frasi celebri, in particolare sono sempre stato soggiogato da quelle titaniche figure di eroi che con un ultimo afflato morente, col corpo crivellato di proiettili e gli occhi oramai spenti, cavavano fuori dalla gola l'ultima frase ad effetto da consegnare alla storia. Mi sono spesso domandato se si fossero preparati da sempre a quel frangente oppure se fosse l'ultima scintilla di vitalità in loro a dettare il motto celebre. Comunque stiano le cose, si è sviluppata una ricchissima letteratura intorno ai capezzali dei personaggi famosi, anche se buona parte di quello che viene riportato è senz'altro da prendersi con le pinze o per lo meno non esattamente alla lettera. Di certo emerge un quadro sconcertante di morienti sempre circondati da folle di scribacchini e diligenti amanuensi, lesti come rapaci a registrare ogni sussurro, mormorio, colpo di tosse e sospiro. Non meravigliano perciò le parole di Karl Marx morente, che con tono fermo e impetuoso a dispetto della malattia strilla ai suoi amici: "Via! Le ultime parole vanno bene solo per quegli idioti che non hanno detto abbastanza!". Ben detto compagno!

Le frasi dei morienti celebri si contornano talora di aloni paradossali e tuttavia, seppure persista un forte scetticismo circa la verosimiglianza delle stesse, come non lasciarsi affascinare da quelli che portano la loro anima di golosi con sé nell'aldilà? Molière: "Un ultimo pezzo di parmigiano!". Baudelaire: "Datemi un po' di senape!". Cechov: "Non ho bevuto champagne abbastanza a lungo". Il filosofo Kant chiese come d'abitudine un sorso di tè alla sua cameriera. Bevutolo si coricò di nuovo e si congedò dal mondo con un sibillino: "E' abbastanza!". Mi sono sempre domandato a cosa si riferisse esattamente: alla vita in generale, alla filosofia ... o più probabilmente al thè scadente della sua inflessibile cameriera prussiana?

Ci sono spiriti eterei come lo scrittore francese Alfres Jarry che se ne vanno dal mondo con la stessa lievità surreale che hanno trasposto nei loro libri. Chiesto al suo medico uno stuzzicadenti, egli ne ottiene in cambio una scatola intera. Il suo viso si illuminò di gioia e, stando alle parole del medico stesso, "morì felice".

Cavour diede prova di uno stakanovismo ante litteram profferendo la frase: "L'Italia è fatta, tutto è a posto". Lo stesso dicasi per lo scrittore francese Honoré de Balzac: "Otto giorni di febbre! Avrei avuto ancora il tempo di scrivere un libro".

Ci sono poi gli impegnati, quelli che non rinunciano all'argomentazione filosofica neppure alla fine. André Gide: "Come sempre è la lotta tra ciò che è ragionevole e ciò che non lo è". Gertrude Stein: "Qual è la risposta? E nel caso, Qual è la domanda?". Probabilmente il moribondo più citato in assoluto è Johann Wolfgang Goethe, al quale sono attribuite le due parole più potenti mai messe in bocca ad un moriente: "Più luce!", disse, poi si spense. Intere pagine di critica romantica si sono appuntate su questa plateale e sontuosa dipartita, che testimonia tutta l'anima del più grande letterato tedesco di sempre. Tuttavia, in chi abbia un po' di confidenza con la lingua tedesca, e soprattutto con il dialetto dell'Assia (parlato appunto nella città di Francoforte di cui Goethe era originario), si insinua il dubbio di una ipotesi meno affascinante e senz'altro meno gloriosa per la frase del grande artista. L'originale tedesco "mehr Licht" è infatti in forte assonanza con "mehr richt" (dialetto di Francoforte) che significa più o meno "[mettetemi] più dritto", infatti Goethe era stato adagiato su una sedia a dondolo particolarmente scomoda. Tuttavia anch'io preferisco pensare alla prima ipotesi, che avvalora l'immagine del titano romantico che vede la luce oltre la fine della vita. La luce d'altronde è un'immagine assai ricorrente. Basti pensare a Leopardi nel suo letto di morte a Napoli che sussurra all'amico Ranieri: "Aprimi quella finestra ... fammi veder la luce". L'assenza di luce comporta infatti dipartite angosciose come quella del grande Victor Hugo: "Mi acceca una luce nera!".

Ma i veri "professionisti" dell'ultima frase celebre sono tutti coloro che riescono a strappare un sorriso persino dal capezzale. Il commediografo Eugène Marin Labiche viene visitato da suo figlio, il quale, rimasto vedovo, lo prega di salutare la sua amata moglie in Paradiso. Secca la sua replica: "Perché non svolgi tu la commissione?". Sorprendente e sferzante Massimo D'Azeglio. Salutando la moglie Giulia Manzoni (figlia del grande Alessandro) venuta in visita la apostrofa così: "Al solito quando arrivi tu me ne vado io".

Pietro Aretino borbotta dopo l'estrema unzione: "Guardatemi dai sorci ora che son unto!".

Un Heine meditativo ripensa alla sua vita di tenace giacobino commentando pungente: "Dio mi perdonerà, è il suo mestiere!".

Joseph Conrad alla consorte: "Ehi Jess mi sento meglio stamattina. Posso sempre farcela a stuzzicarti un po'!".

Winston Churchill: "Sono pronto a incontrare il Creatore. Se lui è pronto all'ardua prova che lo attende quando m'incontrerà, questa è un'altra questione".

Papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) lancia un rilassatissimo appello alla calma: "Va bene, va bene, arrivo. Aspettate un momento".

Cesare Borgia (il Duca Valentino), suo figlio (allora anche i Papi potevano), è meno rilassato invece: "Muoio impreparato".

A completare il trittico una fatalista Lucrezia Borgia (figlia anch'essa di Rodrigo - i Papi potevano... e s'allargavano pure): "Sono di Dio per sempre".

Faruk Re d'Egitto: "Dopo di me restano soltanto cinque Re: quello d'Inghilterra, quello di spade, di coppe, di bastoni e di denari".

Chiude il quadro uno sconosciuto ed assai arguto Padre Francescano bavarese il quale si rivolge ai confratelli che lo vegliano sul letto di morte con un beffardo: "Chi di voi ha mollato una scoreggia?".

Altamente scenografiche sono le morti dei musicisti:

Mahler se ne va esclamando: "Mozart!".

Mozart dal canto suo durante l'agonia non fa altro che gonfiare le gote a mimare i timpani e i tromboni del suo "Requiem".

Beethoven continua invece ad agitare un pugno al cielo.

Altamente suggestive quelle di due personaggi assai diversi tra loro ma entrambi bisognosi di certezze alla fine:

Paolina Bonaparte: "Sono sempre stata bella!".

Marcel Proust: "Mamma!".

Giungiamo infine ai top 5 della frase storica. La classifica è del tutto personale, me ne rendo conto, ritengo tuttavia che pareggiare l'intensità delle citazioni seguenti sarà pressoché impossibile per chiunque in qualunque epoca ed in qualunque posto del mondo.

5) Caio Giulio Cesare: "Anche tu, Bruto, figlio mio".

4) Alessandro Magno: "Al più forte!"

3) Emily Dickinson "Devo andare, la nebbia sta salendo!"

2) Oscar Wilde: "O se ne va quella carta da parati o me ne vado io!"

1) François Rabelais: "Vado a cercare un grande Forse. Tirate il sipario, la farsa è finita".

Michele Serafini


 
 
 
 
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