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Marzo 1998 / Lettere e Arti
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  *

La paura dei 'diversi'

Seduta sulla panca di uno degli ultimi banchi della chiesa, guardo un uomo che si spinge con la "forza" della sedia a rotelle, dotata di motore, verso l'altare dove il sacerdote sta distribuendo l'Eucarestia. Non è la prima volta che la mia vita incontra la sua, di quella creatura sola che ha già suscitato in me stupore.

* * *

Stava "correndo" verso il mare il giorno in cui sentii il rumore della sedia a rotelle avvicinarsi verso di me. Erano circa le sei del pomeriggio, di un sabato di primo autunno, quando avevo appena trovato un parcheggio, nei pressi della Rocca Malatestiana di Fano, e stavo uscendo dalla macchina per recarmi in città. D'un tratto avvertii quel rumore metallico, stridulo, di un movimento lento che mi si stava approssimando. Mi girai verso l'origine del suono che aveva destato la mia attenzione allontanandola dal pensiero in cui era coinvolta fino a d un momento prima. Vidi quell'uomo sulla sedia a rotelle; mi guardava come se si aspettasse una mia reazione. Forse immaginava che mi sarei spaventata nel vederlo, così come lui si presentava, io da sola in una strada poco illuminata. Forse desiderava spaventarmi come per approfittare di quella scenografia "gotica" e del suo aspetto adatto ad un evento thrilling. Forse voleva vendicarsi del torto subito dalla vita, che donandogli quella figura mutila, con gli arti abbreviati, lo aveva reso solo, gli aveva procurato quell'occasione: lui amaramente diretto verso uno dei tanti luoghi della solitudine, io impietrita a guardarlo cercando di non lasciar trasparire la mia paura.

* * *

Oggi l'ho rivisto dopo alcuni mesi, ormai nel pieno dell'inverno. Ancora una volta il suo corpo si muoveva con il surrogato tecnologico dei suoi "arti inferiori": la sua sedia raggiungeva l'abside della chiesa e la sua bocca riceveva il Corpo di Cristo.

Perché ho avuto paura di quell'uomo, di quella persona che condivide la mia Fede? Perché mi è sembrato di scorgere un ghigno nelle sue labbra in quel tardo pomeriggio di ottobre? Perché temevo di ricevere del male da lui così debole di fronte alla piena capacità dei miei arti? Eppure la sua sedia a rotelle, muovendosi a stento con il cigolio provocato dagli arti delle ruote con la strada piuttosto dissestata, mi sembrava l'implacabile incedere del destino che ti rende inerme.

In realtà fu breve quel momento di suspence, perché, superatami, lui svoltò verso la strada che conduceva al porto, senza temere le ripide discese che lo aspettavano. Io rallentai il tempo di chiusura della macchina e, ripresami dallo stato di panico in cui ero caduta, mi incamminai verso il centro storico non senza avere presente il suo sguardo nella mia memoria.

* * *

Da allora ho cominciato a fare più attenzione alle persone minorate nel corpo. Pensando a San Francesco e al terrore che gli suscitavano i lebbrosi, prima di diventarne il più grande amico in seguito alla sua conversione, ho capito che la vita mi aveva presentato un grande riflesso di quello specchio che ti aiuta a guardarti dentro, in fondo, nelle tue negligenze, in quegli egoismi che ti fanno credere di poter vivere in un mondo di soli belli.

Di che cosa avevo avuto paura se non della mia impreparazione a sostenere lo sguardo di una persona appesantita da tanta solitudine; se non della paura di potermi identificare in lui, in quanto anch'io detentrice di imperfezioni? Nel saggio de "Il Perturbante" Freud parla della grande paura generata da ciò che è familiare nell'orrido, delle grandi inquietudini che rimuovono il contenuto inconscio quando questo si identifica con il reale vissuto.

Non so se la mia consapevolezza di ora mi renderebbe tranquilla nel rivivere il medesimo incontro dello scorso autunno. Certamente, però, con la luce della domenica mattina mi è apparsa la solarità di quel ragazzo, molto più forte delle mie apprensioni su di lui. L'ho visto ostentare indipendenza, cercare e trovare l'amicizia di quanti, probabilmente anche coetanei, animano la parrocchia. La forte fierezza della sua diversità!

In ciò risiede il potere che lui ha esercitato su di me e probabilmente su quanti trovano in queste persone le immagini vaganti delle loro paure represse: imperfezione, limiti, malattia, trascuratezza contrapposte al dover essere belli, capaci, sani e puliti. Forse chi non può star dietro a questi doveri ha ben il diritto di apparire dotato di una forza misteriosa.

Elisa Roscini


 
 
 
 
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