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Marzo 1998 / Nostalgia
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  *

Dall'Ardizio alle Ande


I ricordi sono palloncini rossi e blu

La signora Guglielmina Cancelli, autrice di una deliziosa pubblicazione sulla storia di Viale Zara e collaboratrice del nostro giornale, ha ripreso contatto con una sua amica d'infanzia che vive da 48 anni a La Rioja, in Argentina. La lettura di alcuni brani pubblicati sullo Specchio ha ridestato nell'amica una "piena" di ricordi della sua città natale: così diversa, ma per alcuni aspetti così simile alla Pesaro della sua giovinezza. Silvana Temellini de Castagno, ultima figlia di Attilio, viveva appunto in Viale Zara dove è nata e cresciuta. Dal suo matrimonio con Dante, che è piemontese, sono nati quattro figli, seguiti da quindici nipoti. Purtroppo da molti anni ha perso la vista, ma ciò non le ha impedito di svolgere una serie di attività sociali e culturali, fra queste la fondazione dell'A.R.C.A. (Associazione Riojana Ciechi e Ambliopi) di cui è Presidente. Per il suo impegno le è stata conferita l'onorificenza di Cavaliere della Repubblica, tramite il Console Generale d'Italia il 2 giugno 1990.

Siamo particolarmente lieti di pubblicare questa struggente testimonianza di amore per Pesaro, scritta in forma di lettera alla sua amica Guglielmina.

 

 

Dopo molto tempo mi sono finalmente seduta davanti alla mia compagna, la "Signora Computer", senza sapere quello che voglio scrivere ed a chi. Solo so che dal momento stesso che la nostalgia ci invade, un emigrante ha la necessità di ricordare, scrivendo, una parte della sua vita, la sua infanzia, la gioventù. E' come uno che ha fra le braccia un mazzo di fiori, boccioli di rose, garofani, mimose, tulipani, giacinti; pur sapendo che le differenti varietà non possono stare nella medesima epoca, nelle braccia questo mazzo di fiori di ricordi vive con me da anni.

La nostalgia non ha stagioni, non lascia passare il tempo, gli anni si sono fermati, il canto di un uccellino, un profumo tenue che porta il vento, forse qualcuno che passa per la strada fischiando una melodia, la risposta di uno dei figli farà colare i ricordi da un'epoca molto lontana ed in una lingua differente.

* * *

Fantasmi, solo fantasmi che mai si sono cancellati, mentre sale il sole e la bruma del mare, piano piano viene lasciando nella pelle un velo di umidità salata. Tutto è accompagnato dal grido dei gabbiani, mentre le cime del San Bartolo e dell'Ardizio raccolgono i primi raggi sfidando la grigia nebbia che già invade la città. Quante volte ho sognato così l'aurora di Pesaro. Come le fotografie antiche di un album trovato in una soffitta dentro una scatola, dove le immagini hanno un tipico color seppia ed i contorni si perdono in una patina grigio cenere, i ricordi sono come scampoli di una vita che appartiene ad un ieri molto lontano.

Dentro al cumulo di immagini che appaiono nella mia mente, si presenta la visione di una bambina con trecce di color castagno, che cammina verso le Scuole Perticari di fronte alla Pescheria. La maestra era la signora Donati e mai la sua figura con i capelli bianchi mi ha lasciato. Vivevo in Viale Zara nell'angolo con Viale Trento, dove la bora in inverno ed il garbino in estate, entravano fra gli alberi di acacie e come giocando colpivano le persiane: la bora portando sabbia, freddo e rumori del mare arrabbiato; il garbino l'aria afosa e calda, il ghibli africano che entrava attraversando il Mare Adriatico. Il carro del lattaio tirato da un vecchio cavallo si avvicinava al mattino presto: al richiamo dell'uomo, le porte si aprivano ed apparivano i recipienti per introdurre il mezzo litro od il litro di spumoso latte.

Dell'inverno mi ricordo la neve caduta durante la notte e il rumore silenzioso delle ruote nella strada: l'allegria più grande era cercare di aprire le persiane per poter vedere la spiaggia, i giardini e gli alberi tutti pitturati di bianco. Tutti gli alberi di Viale Zara, con i loro rami nudi tremavano al vento. Ricordo la vecchietta, seduta all'angolo fra Via Castelfidardo e la stradina che portava alla chiesa di Sant'Agostino, che tutta infreddolita arrostiva le castagne, poveramente protetta da un minuscolo rompivento.

Andavo fin sotto le logge nel negozio di Carlo per comperare i famosi maritozzi. Che sapore avevano! Come pure il bastoncino di liquerizia che ci faceva tutta la bocca nera. Usavo sciarpe, cappucci, guanti, calze di lana, camminavo in fretta con il naso rosso mentre dalla bocca mi uscivano le parole fatte vapore. Sempre pensavo che dal cielo a qualche angelo erano caduti fiaschi di pittura, perché sia nel mio giardino, come in molti altri c'erano mughetti, tulipani rossi, gialli, rosa assieme ai profumati giacinti che formavano macchie di diversi colori, come se fossero una tela di lana scozzese.

* * *

Oggi sono semplicemente dei fantasmi, scampoli di una Pesaro che non potrò mai più vedere, ma che vive nella fantasia di una vecchietta che può solamente ricordare. Tu che in primavera passeggi per la bella Pesaro, tu che forse guardi al tramonto i rondinoni formare cerchi enormi che uniscono i campanili del Duomo, dei Servi di Maria, di San Agostino e più lontano di San Giovanni, fino ad arrivare ai Cappuccini, ascoltando le loro grida, tu che per Via Rossini arrivi fino alla meravigliosa Piazza con il suo Palazzo e con la sua fonte, ricordati di me. Se i tuoi passi ti portano per Via Mazzini, Via Branca, se arrivi al Trebbio e ti fermi a guardare il nostro Teatro Rossini, voglio che tu sappia che non ho potuto mai più assistere a un'opera; però quando ne ascolto qualcuna, di Rossini, Mascagni, Verdi o Puccini, mi vedo seduta nel palco di un teatro con le luci spente, il telone sceso, anche se non per me.

Non so se esistono ancora Porta Fano, Porta Rimini, il Giardino Botanico, se passando per la Pescheria assieme alle grida che annunciano "triglie, sgomberi, sfoglie e canocchie" si sente ancora l'odore di fritto che entrava per il naso e ci accompagnava per molto tempo. Ritorna alla mia memoria il Ghetto, del quale mai avevo saputo perché si chiamava così, la fontana davanti alla chiesina del porto; e quasi correndo per Via Cecchi arrivare al Canale dove le barche, con le vele rammendate multicolori e le reti al sole riposavano.

Tu che puoi vedere tutto questo, mi hai dato il braccio, e fra le lacrime ho camminato con te. Io una nonnina con i capelli bianchi, sono tornata a essere la ragazzina con le trecce. Con la tua mano sono arrivata al Moletto, ho sentito lo spruzzo delle onde contro gli scogli, abbiamo camminato per il labirinto di stradine che finivano all'Hotel Vittoria, davanti alla Piazza del Kursaal. Lo so che sicuramente tutto sarà cambiato, i ricordi stanno sepolti in un cimitero fatto solamente di fantasia e romanticismo. Però il mare, la spiaggia, il Moletto, il profilo del San Bartolo e dell'Ardizio sono rimasti sicuramente intatti. Mi scalzo e l'acqua bagna i miei piedi.

* * *

Non so se hai notato che non ricordo mai la guerra. Non voglio ricordare gli scheletri delle case, le bombe, il cielo pieno di aeroplani, dove non si vedevano più i gabbiani, i rondinoni. Quando si chiedeva notizie di qualcuno, nessuno sapeva niente. Si viveva l'oggi ora per ora, si pensava in minuti perché il domani era una parola intraducibile. Quando tu, come un piccolo fiore, sporgevi la testa sul giardino della tua casa, credendo in un racconto, in un principe azzurro e con orgoglio cantavi "Giovinezza" ... "Giovinezza primavera di bellezza" e ti sentivi parte di quella primavera. O con più forza cantavi "Faccetta nera sarai romana"... nonnina non cercare più nella biblioteca i giornali ormai troppo ingialliti.

Come una cartolina smarrita nelle vicende della vita, quando ho perduto la vista ho dovuto ascoltare il verdetto senza speranza del medico; e mi è venuto in mente un'espressione inglese imparata quando ero interprete nell'Ottava Armata "Out of bounds" cioè "Vietato Entrare". Ora io l'ho tradotto: "Proibito Ricordare". Sono anni di un passato che per me non esiste più, come gli scheletri delle case distrutte e l'ululare delle sirene di allarme.

* * *

Penso che i ricordi sono come globi azzurri e rossi che i bambini hanno legato nella manina camminando in un parco. Si rompe il filo, il bambino piange mentre il globo vola sempre più su nel cielo azzurro. Scrivendoti, anch'io cammino in un parco, sento la giostra che vedo girare, ed il globo che si chiama Nostalgia vola su, sempre più su, verso la mia Pesaro. Grazie cara sorella pesarese per permettermi di sognare, andiamo ai Servi di Maria dove c'è la Vergine delle Grazie. Io so a memoria la preghiera. Tu solamente entra e da parte mia chiedi la grazia di stare sempre al mio fianco.

Silvana Temellini de Castagno


 
 
 
 
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