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  *

‘I Mesi' di Fabio Tombari: Marzo

Mandorli e peschi spargono i fiori

Presso gli antichi era il primo, e primo difatti lo è ancora, come il mese in cui la natura rinasce. Se lo stesso mondo ha avuto un'origine, questa non può essere avvenuta che in Marzo, durante l'equinozio di primavera. E' il mese in cui maggiormente si schiudono le uova degli uccelli e dei pesci, sì che la contadina pone le uova sotto le chiocce. Già la mattina al mercato si cominciano a vedere i primi piselli, i primi carciofi, le prime insalatine di campo. E la pescheria riluce di tutti i tesori. Collegati col calcolo delle maree, coi fulgori del cosmo, hanno un bel sigillarsi i crostacei e le ostriche con cerniere e chiavacci. Tutti sono costretti ad aprirsi a donare ad accogliere: anche i più gretti e segreti, anche i più tristi e i più avari. Pervasi da oscura notte, oltre le zone della tristezza, anche i mostri abissali son costretti a salire. E la foca che uscita dal fondo annusa d'intorno il tanfo oleoso dei consimili, sente nel mare che s'abbatte, il proprio peso, e s'abbandona alla luna.

* * *

Intitolato a Marte, era, secondo gli astrologhi, sottoposto alle influenze del pianeta caldo, patrono delle querce, dei noci, del frassino; governatore di tutte le cose salate, dalle acciughe alle lacrime, dalle patatine fritte agli oceani. E' il mese dei venti.

* * *

Sono come gli eroi di Omero i venti di Marzo, come gli eroi dei greci. Violenti e scontrosi fra loro, ricchi di parenti, muovono alla pugna uno per volta dominando il campo nemico. Ecco Agamennone sire di genti, il vento del Nord, fratello dell'Aquilone e della Bora, cugino del Maestrale. Muove dal Polo, freddissimo, nemico dei fiori, delle piogge, di ogni corruzione pestifera. Rischiara l'aria, uccide le api, gela i laghi, le montagne. Sorvolata la Scandinavia, il Baltico, scende dal mare sulla Germania, sfiora le viti, i boschi del Reno, sormonta la Baviera, scavalca le Alpi. E' allora che conviene salare le carni, sì che i norcini consigliano addirittura di esporle a settentrione.

Il Ponente, detto anche Favonio, è simile a Menelao, cagione di contrasti, piagnucoloso sopra tutti i venti, collaterale di Libeccio, di Zeffiro che spira verso sera, padrone di greggi di nuvole. E' utile agli orti, alle fave, alle biade. Suo opposto è il vento dell'Est, simile a Ulisse divino, il vento che arriva dal mare. Subsolano vien detto, perché spira da quella parte ove nasce il Sole. E' temperatamente caldo e secco, mattiniero, nemico delle impurità, dei vapori, delle erbe triste, economo, conservatore di sottaceti, di ulive marinate, propizio alle arature, pastore di mandrie di onde. Ha per collaterale Scirocco, suscitatore di marette d'argento, signore di pesci. Ma perché il piè-veloce Achille tarderà tanto a muoversi? Spira di rado l'Austro che viene dall'Africa. E' vento caldo, turbolento, impetuoso; nocivo alle biade perché le fa scemare avanti che compiscano il grano; ma è amico dei fiori, degli orti, utile ai frutteti, odoroso per i cavalli. Lo stallone brado per la maremma allarga le froge, nitrisce e batte l'unghia sentendo ribollire in sé il puro sangue dei padri.

E però Marzo è il mese degli equini, allora che i depositi di Ferrara, di Crema, d'Ozieri, di Suffolk, d'Ackney, aprono le loro stazioni di monta; quando hanno luogo le fiere cavalline di Longiano, di Cittadella, di Ciriè, di Verona. E il ladro di bestiame che in questo mese entrasse di notte in una scuderia di cobs e di berberi, li sorprenderebbe svegli in attesa. In Marzo i venti delle steppe e delle praterie smuovono le criniere a ondate di passione, strappano loro i più alti nitriti, li rendono irrequieti, caldi, scalpitanti: li lanciano alla riproduzione. Simili agli eroi di Omero scendono in campo i venti di Marzo: destano la campagna dal sonno, dalla notte, dai torpori dell'inverno; scompigliano i boschi, squassano le foreste. La prima rondine, spazzata dal vento, passerà in cielo come la sassata d'un gigante.

E' il mese in cui i ghiacciai delle baie polari, sganciandosi, fanno il rumore cornesco dei greggi di renne, e gemmano le betulle: allora che i Lapponi riaprono i recinti e gli zingari di Kiev e di Poltava levan le tende per rimettersi in cammino. Quando tutti gli scafi riprendono il mare. L'Ariete ci fa tutti argonauti.

* * *

Poi i venti cadranno: nelle notti serene sarà come se un nuovo Verbo pacificasse la natura. In piedi sul colle, il mandorlo che al primo canto del gallo si desta in una notte di stelle, resta incantato, tende al firmamento e trema. A poco a poco, lascia dalle radici salire e spandersi su per il tronco il latte bianco della linfa; da tutte le dita ecco nascere i figli. Si volge d'attorno, scorge i fratelli biancheggiar come neve; più in giù i peschi hanno dei fiori color rosa, su per la china vede salire gli ulivi. Quale miracolo s'è dunque compiuto?

Krimilde che sotto il tiglio della fontana di Atenwald dove cadde Sigfrido, cerca la spada dell'eroe, trova, diffusa nei prati, la primavera appena infantile, quasi balbuziente, impaziente a significare qualcosa che ancora non sa esprimere: è tutto un cinguettio la foresta di intorno: passano fra i rami a tratti le onde intercettate da Wagner: e Krimilde dimentica la spada della vendetta per cercare le viole. E' la Santa Pasqua che s'avvicina, il mese del perdono, allora che tutti gli alberi, tutti, perfino i poveri ulivi, riprendono la marcia per il vasto mondo.

Ecco, scalzate le radici dal fango, i grandi alberi stanchi, muovono per le terre. Davanti, simili a bambini, camminano i mandorli, i peschi, spargendo fiori da tutte le dita; seguono in fila gl'ippocastani, i platani dei viali, le acacie, portando le spine della passione divina, i ciliegi della scorza d'argento. Che fragor di marine nell'aria quando avanzano i pini di Cervia e di Ravenna, e quanta dolcezza allora che sfilano i meli dalle chiome fragranti, gli olmi fioriti, i tigli della Esplanade! Alti, slanciati, marciano i pioppi della scorta d'onore. Ehlà! E' la giovinezza che passa con loro, il cinguettio dei ghiareti, lo scintillio dei mulini distanti, i frutti delle lodole, i canti delle sagre lontane. Arrivano i frassini, i lecci, l'alloro, convengono dalle selve alte, dagli orti odorosi, scendono dal Campidoglio. Grandi, villosi, barbarici, incedono le druidiche querce, i castagni dei boschi dal passo grave, i grandi cipressi chiusi, i faggi della Verna, gli alti fusti del Monsalvato. Ehlà! Passano gli abeti giganti, i larici sommi, le alte lance pesanti devote al San Gral. Cantano al vento le nevi consunte, i ritorni degli usignoli, il fluire delle correnti nascoste. Curvi, le chiome disciolte, arrancano i salici, i piccoli nespoli torti, i fortissimi aceri. Poi, ultimi, sciancati, feriti, simili a mendicanti d'amore con in mano le palme, i poveri ulivi cari al Messia. E' la natura che avanza col Sole, quando tutta la terra risuona sotto la ripresa possente delle vegetazioni.

E in alto, con gridi di gioia, le rondini tracciano a grandi maiuscole il nome del Signore dei Cieli.


 
 
 
 
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