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Marzo 1999 / Opinioni e Commenti
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Aborto: opinioni a confronto

Riassunto delle puntate precedenti. Nel numero di gennaio abbiamo pubblicato un articolo di Alberto Berardi ("Il dramma dell'aborto"), al quale ha risposto vivacemente Francesca Palazzi Arduini nel numero di febbraio ("L'aborto visto da una donna").

Pubblichiamo ora altri due interventi di nostri autori/lettori e una breve replica dello stesso Berardi.

Il diritto alla vita

Ho letto l'articolo "L'aborto visto da una donna" nello Specchio di febbraio. Vorrei osservare che oggi la divisione tra cattolici e laici, uomini e donne costituisce l'oggetto di una sterile polemica, priva di senso, dal momento che sul tema dei diritti umani (primo fra tutti, il diritto alla vita) le vecchie barriere ideologiche tendono a crollare. Lo abbiamo notato anche recentemente in Parlamento, allorché in tema di donazione degli organi e di fecondazione assistita, tutti, uomini e donne, si sono sentiti liberi di votare secondo coscienza e secondo le proprie convinzioni etiche. Infatti tutti gli Stati stanno approntando un disegno in difesa dell'uomo e della vita contro le minacce della scienza e delle sue applicazioni (clonazione dell'embrione-ovulo materno generato da cromosoma femminile).

La centralità del diritto alla vita è stata riconosciuta dalla Chiesa (Carta dei diritti della famiglia), dalle Dichiarazioni americane, dalla Carta europea dei diritti dell'uomo, dalla Costituzione (artt. 31,2) e dal Codice Civile (artt. 320,1, 687, ove è riconosciuta la tutela del concepito). L'art. 4 della legge 194/78 dispone che l'interruzione della gravidanza è possibile solo se dalla sua prosecuzione derivi "serio pericolo per la salute fisica o psichica della madre": mentre il primo presupposto è verificabile, il secondo (salute psichica) sfugge ad ogni controllo del sistema. La maggior parte degli aborti sono compiuti con l'alibi del trauma psichico della maternità! Spesse volte invece è proprio la maternità l'occasione che fa recuperare la personalità e ridurre le devianze in donne in difficoltà. Per questo motivo sono sorte varie iniziative ad opera del "privato-sociale" (Centri di aiuto alla vita, adozione di madri in difficoltà, Numero Verde S.O.S. Vita, ecc.) rivolte ad offrire un sostegno concreto al rapporto madre-bambini ed un ambiente idoneo per l'accoglienza del piccolo. Vi sono stati anche interventi legislativi di politica familiare per favorire la maternità e ridurre l'aborto. Eppure la libera disposizione del proprio corpo per molte donne costituisce l'unica giustificazione dell'aborto e riflette un tipo di mentalità basata sul principio: "mors tua vita mea". Inoltre l'interruzione della gravidanza è spesso il risultato di una scelta affrettata, tale da provocare un vero trauma psichico successivamente. Sarebbe meglio, invece, far riflettere adulti e giovani sul significato importante della sessualità intesa non come oggetto, ma come dimensione della nostra personalità da gestire con responsabilità, rispettando l'ordine e i ritmi naturali del corpo; la riflessione deve cadere anche sul valore dell'amore inteso come sentimento profondo, di dono reciproco, al servizio della vita.

Anche il valore della libertà merita approfondimenti: non come rottura dei legami né come autonomia e libero arbitrio, ma come ricerca di una verità che ci soddisfi pienamente e verso chi dobbiamo orientarci (Grigyel S.). Contrariamente il fenomeno dell'aborto non cesserà e la legge 194 diventerà "intollerante": condiscendenza all'errore per cecità di fronte al valore della vita, indifferenza e mancanza di principi certi (N. Bobbio). Per ovviare alla fragilità dell'uomo occorrerebbe dunque una modifica della legge affinché siano garantiti effettivamente il diritto e la tutela della vita nascente.

Eleonora Notarangelo

L'egoismo dell'aborto

Mi sono trovato a leggere, con molto piacere, lo "Specchio della città" di febbraio. Sono però sobbalzato nel leggere le opinioni quantomeno discutibili trovate nell'articolo di Francesca Palazzi Arduini. L'argomento è l'aborto e la signora Arduini confuta un articolo di Alberto Berardi, uscito sul numero 17. Il primo spunto me lo suggerisce questo pezzo: "...Lei [cioè il signor Berardi, N.d.R.] chiama bambini non nati dei feti non ancora formati e che ogni dato scientifico, sin dagli anni di discussione della legge, ha confermato come ancora parte del corpo della madre (anche i "padri della chiesa", si ricordi, citando Aristotele, avevano ammesso che il feto non possedeva anima sino al periodo della formazione definitiva!)".

Premetto di essere cattolico osservante, ma vorrei trattare questo punto senza scomodare nomi illustri. Mi sembra razionale che se si sotterrano dei semi e li si lasciano crescere in condizioni ideali, essi hanno delle ottime probabilità di evolversi in pianta; così se si insemina una donna, ci sono buone probabilità che una nuova vita venga alla luce; e non dico "nasca", perchè una vita nasce quando è concepita. Se si lascia germogliare il seme di un fiore dentro un cortile e non si va a vederlo per qualche tempo, il fiore non nasce quando lo si vede per la prima volta, ma quando comincia a crescere. Quello che la signora Arduini dice, insomma, mi sembra pura sofistica. Non mi pare infatti che quando si verificano aborti spontanei si reagisce con: "Beh, tanto non era ancora nato. Non esisteva".

Pescando a caso fra le affermazioni confutabili nell'articolo cito: "L'interruzione volontaria della gravidanza spesso evita traumi ben maggiori e difende la libertà delle donne di decidere del proprio corpo e di un embrione che ne fa parte integrante". Tralasciando l'aspetto cattolico della vicenda per cui il corpo che abbiamo è comunque un dono del Signore e quindi non così nostro tanto da poterne fare tutto quel che si vuole, comunque l'embrione non può identificarsi con la madre: è una cosa stupenda che il corpo del figlio sia fisicamente collegato a quello della madre nei primi mesi di vita, ma questo non vuol dire che non sia un individuo a sé stante con caratteristiche in fieri ben diverse da quelle della madre. Vorrei inoltre accennare al fatto che l'embrione non solo è della madre, come molte donne un tantino egoiste pensano, ma è della madre e del padre, senza il quale non ci sarebbe quel determinato effetto.

Mi ha colpito poi questa frase: "Lei offende tutte le donne presentandole come stupide irresponsabili, e tacendo la responsabilità dei maschi nel rifiuto della contraccezione, nella violenza, nella cultura maschilista, che vuole una donna obbligatoriamente madre". E' evidente che nel momento del rapporto sessuale non sono solo i maschi a rifiutare la contraccezione, ma anche alcune donne; è altrettanto evidente che se uno dei due rifiuta la contraccezione e per rimediare si rifugia nell'aborto, vuol dire che fa sesso (sia l'uomo che la donna) solamente per soddisfazione fisica, e non certo per un sentimento che invita all'atto. La mia personale opinione su uomini e donne di questo pensiero non mi fa certo sperare che possano preoccuparsi delle conseguenze del loro atto prima di compierlo: in fondo non la vedo (per assurdo ) in modo tanto diverso da quei ragazzi che vanno a 150 all'ora nelle strade dove c'è il limite dei 50 ed ammazzano se stessi e chi sta in macchina con loro: sono irresponsabili che scaricano le conseguenze su altri.

Carlo Alberto Consani
Presidente del Circolo Culturale "Giovanni Gentile"

 

La replica di Berardi

Mi spiace veramente che la signora Francesca Palazzi Arduini non sia in accordo con me sul problema dell'aborto. Vorrà però permettermi di definire "bambini non nati" i feti uccisi nel ventre materno grazie ad una legge che non ho mai condiviso e nata in un periodo non felice della nostra vita comunitaria: quando la cultura della morte prevaleva su quella della vita.

La signora Palazzi Arduini non mi pare che possa dare lezioni a nessuno sulla vita, se poi non si schiera in sua difesa sempre e comunque, in particolare in difesa del più indifeso ed innocente degli esseri viventi. E' una società malata quella che spinge all'aborto, malata di egoismo, che fa considerare un essere vivente una "parte integrante del corpo di una donna". Spero che la signora abbia il tempo di rileggere quello che ha scritto, non le accuse a me rivolte che credo proprio di non meritare, ma i suoi stessi concetti. Potrebbe, rileggendo quello che ha scritto lei (non ciò che ho scritto io) cambiare idea e questa sì che sarebbe una cosa buona. E' lunga la via di Damasco, c'è sempre tempo per scegliere la vita e rinnegare la morte, anche se consentita da una legge dello Stato.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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