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Personaggi allo Specchio:
Valerio Volpini

Marzo 1999

IL GIORNALISTA DEL PAPA

La fede comincia appunto dove la ragione finisce.

(Sören A. Kierkegaard, 1813-1855)

Sul cancello della tranquilla villetta alle porte di Fano, mi accoglie bonariamente Lief (che in russo significa Leone): un bel collie dal pelo color champagne che presidia il giardino. Mi scorta fino alla scala interna che porta allo studio. In cima mi aspetta Valerio Volpini: alto, magro, ieratico. A parte la statura, mi ricorda Mario Missiroli, grande intellettuale e leggendario direttore del Corriere della Sera: la stessa aria sofferente del cattolico pessimista. Ma mentre parla, con un po' di fatica, ha ogni tanto dei lampi di ironia dietro gli occhiali, retaggio della lunga consuetudine giornalistica. "Sto passando un guado fastidioso della mia vita", mi dice, sedendosi alla scrivania davanti alla macchina da scrivere Olivetti color verdolino: la classica macchina a tasti meccanici su cui è stata fatta la storia del giornalismo italiano, prima dell'avvento del personal computer. Battendo su questi tasti, compila ogni settimana la sua colonnina di costume e morale per il settimanale Famiglia Cristiana (più di un milione di copie di diffusione): l'ultimo articolo è un commento (negativo) all'ormai famosa sentenza della Cassazione su stupro e blue-jeans. Probabilmente sugli stessi tasti ha battuto i suoi ventuno libri e migliaia di articoli di politica, costume, critica letteraria, pubblicati da innumerevoli riviste e giornali italiani a partire dal primo dopoguerra quando cominciò ad inviare i primi pezzi al Popolo e all'Avvenire d'Italia. Nel 1977 un suo lettore eccezionale, Paolo VI, manifestò al vescovo di Fano, Mons. Micci, l'intenzione di fare un regalo al professore-giornalista. Tutto il mondo cattolico comprese in quel momento che Volpini sarebbe diventato il nuovo direttore dell'Osservatore Romano: tutti, meno lui. Chiese in dono un rosario per sua moglie, perché gli sembrava troppo ambizioso (anzi, "invadente" è il termine da lui usato) chiedere una foto con dedica. Quando fu chiaro che era stato designato a dirigere il giornale del Vaticano, chiese di poter fare un periodo di tirocinio prima della nomina, per verificare "in loco" se fosse in grado di ricoprire quel ruolo. Andò, lavorò per qualche tempo in redazione e si tranquillizzò. Il 1° gennaio del 1978 divenne cittadino vaticano e fu nominato direttore del quotidiano ufficiale della Santa Sede: il giornalista del Papa.

La strada per Roma. E' nato 76 anni fa a Rosciano, sulla Via Flaminia, l'antica Roteanus, così chiamata perché si volta, ruota verso la strada per Roma: quasi una profezia. Una famiglia di mezzadri su un terreno di due o tre ettari, "sufficiente per morire di fame in due: padrone e contadini". Dal piccolo campo si deve trarre tutto il necessario per vivere, mangiando carne la domenica, a Natale, a Pasqua e il giorno di Sant'Antonio. A merenda, quando ha fame, c'è solo il pane: anzi, "pane e sputo", come dice la nonna. Per migliorare la condizione della famiglia, suo padre si trasferisce a Fenile e comincia a lavorare come "mezza cucchiara", cioè apprendista muratore; sua madre impara a fare la sarta. Il ragazzo frequenta le medie in paese poi va a Fano alla Scuola magistrale, pedalando in bicicletta ogni mattina, fino al diploma di maestro: senza esami di Stato, perché c'era ormai la guerra. Molti anni dopo, mentre già lavorava, userà ancora la stessa bicicletta per andare da Fano a Urbino a frequentare le lezioni di Carlo Bo all'Università. Se avesse studiato ancora un po' avrebbe vinto il Giro d'Italia.

L'8 settembre del 1943 lo vede come giovane chiamato alle armi per la Repubblica di Salò: ma il giovane dell'Azione cattolica (forse l'organizzazione più allergica ai miti del Fascismo) è già in contatto con i membri locali del Comitato di Liberazione, fra cui Giovanni Di Bari e Gustavo Roberti. Li segue in montagna dalle parti di Cagli per organizzare uno dei primi GAP (Gruppi di azione partigiana): un piccolo gruppo con un mitra, una pistola e tre fucili che partecipa a qualche limitata azione militare. Nell'agosto del '44 arrivano i polacchi e il piccolo partigiano viene spedito sulla Linea Gotica, con i volontari del Corpo di liberazione italiano, a combattere con la divisa color kaki degli inglesi. Ricorda ancora uno sprezzante accenno di Churchill (in un discorso alla Camera dei Comuni) a proposito di questi poco graditi co-belligeranti. Poi, nel 1945, la fine della guerra, i primi anni di insegnamento presso una Scuola agraria di Fano e la frequenza all'Università di Urbino, dove nel 1947 si laurea in Lettere alla facoltà di Magistero, concentrando tutti gli esami in due anni. Diventa insegnante di Italiano e Storia all'Istituto Tecnico Commerciale "Cesare Battisti", sposa Gabriella, una compagna della FUCI (gli universitari cattolici) che gli dà tre figli: due femmine (oggi rispettivamente medico e funzionaria della IBM) e un maschio (docente di Fisica). Intanto scrive di tutto: articoli di costume, saggi di critica letteraria, poesia, narrativa; e pubblica una prima Antologia della poesia religiosa italiana. Entra in corrispondenza con letterati e scrittori: Curzio Malaparte, messo all'Indice per il romanzo "La Pelle", scrive a lui per rivendicare l'ispirazione sostanzialmente cristiana del suo libro; molto più tardi Giuseppe Prezzolini elogia la sua onestà di critico con l'articolo "Un miracolo in Vaticano", pubblicato dal Resto del Carlino e La Nazione. Molti dei suoi pezzi apparsi sul quotidiano Il Tempo finiscono nel libro "Sporchi Cattolici" (1976) e lo segnalano all'attenzione di Paolo VI.

Parallelamente si impegna in politica nella Democrazia Cristiana come consigliere comunale di Fano e poi come deputato regionale nella prima legislatura della Regione Marche. "Nella mia vita ho votato solo DC. Ho restituito la tessera nel 1978, diventando cittadino vaticano, e poi non l'ho più ripresa". Non aggiunge altro su questo argomento, salvo un accenno alla "Legge Truffa" voluta dalla DC nel 1953: che tanto truffa non era, perché è stato il primo tentativo di introdurre il sistema maggioritario in Italia, su cui oggi sono tutti d'accordo.

Il Papa come editore. Durante il sequestro Moro, nella primavera del 1978, scrisse sull'Osservatore Romano un corsivo anonimo di quindici righe (favorevole alla trattativa con le Brigate Rosse per salvare la vita dello statista) che la stampa di tutto il mondo attribuì alla penna del Papa. Questo significa fare il direttore del quotidiano della Chiesa: "essere in sintonia col Papa". Tutti i direttori di giornale debbono essere in sintonia col loro editore, ma solo se si crede che il Papa è il Papa, e non semplicemente un capo di Stato o un governante, si può affrontare questo compito. L'Osservatore Romano aveva allora otto giornalisti in tutto e tirava diecimila copie (oggi i numeri non sono molto cambiati), in gran parte spedite agli abbonati di tutto il mondo. Fra i lettori abituali, le agenzie di stampa, i segretari di partito, le cancellerie, i cardinali, i nunzi apostolici, le ambasciate, ... le spie (aggiunge Volpini con uno dei suoi rari sorrisi). Secondo una famosa battuta, è il giornale meno letto e più citato del mondo: perché ogni riga delle sue otto pagine viene scrutata al microscopio per conoscere il pensiero della Chiesa. Un aggettivo in più può echeggiare come un tuono nei cinque Continenti. Esce tutti i giorni alle ore 15, tranne il lunedì, per rendere conto delle udienze papali che si svolgono al mattino; oltre alle edizioni settimanali in sei lingue (inglese, francese, tedesco, polacco, spagnolo e portoghese), con una scelta degli articoli apparsi nel quotidiano. Il direttore risponde della sua attività ai principali esponenti della Curia: il Segretario di Stato, che equivale a un nostro primo ministro; il Sostituto Segretario di Stato, cioè il ministro dell'Interno; il Presidente del Consiglio degli Affari della Chiesa, cioè il ministro degli Esteri. Qualche volta non sono d'accordo fra loro sulla linea da seguire in certi avvenimenti, e allora sono guai per il povero direttore.

Paolo VI gli raccomandava, da persona molto precisa, di stare attento agli "errori di tipografia" (come lui chiamava gli inevitabili refusi). Scrisse di suo pugno il celebre appello agli "Uomini delle Brigate Rosse"; anzi lo scrisse due volte perché, avendo fatto una correzione, strappò il foglio e ricopiò il testo in bella copia prima di consegnarlo al giornale. Visti i precedenti, Volpini si scusò in anticipo con Giovanni Paolo II, il 16 ottobre 1978, quando andò a consegnargli la prima copia stampata con la notizia della sua elezione, quattordici minuti dopo la fumata bianca; mentre si trasferiva dalla Cappella Sistina al suo appartamento per indossare l'abito bianco (già pronto in tre diverse taglie). "Santità, lo abbiamo stampato in fretta, forse sono rimasti degli errori", gli disse. "Li correggeremo", replicò tranquillamente il nuovo Papa. Poi si affacciò al balcone di Piazza San Pietro per la prima benedizione Urbi et Orbi, e commise quel piccolo, meraviglioso errore (Se sbaglio, mi "corrigerete") che gli fece guadagnare l'immediata simpatia dell'Italia. Tutta la stampa nazionale pubblicò la frase originale, tranne l'Osservatore Romano che la corresse in bozza.

Volpini aveva potuto stampare quell'edizione in soli quattordici minuti perché (come tutti i grandi giornali) aveva già pronte due pagine per ogni "papabile", compresa (a differenza degli altri giornali) quella relativa al cardinale Wojtyla: preparata su consiglio di un vecchio nunzio apostolico in pensione, che abitava nella sua stessa casa. Inoltre, per preparare in tempo la tipografia, aveva usato lo stratagemma di mandare un giornalista ad origliare alla porta della Cappella Sistina: appena avesse sentito i cardinali del Conclave intonare il "Te Deum", avrebbe avuto la certezza che il nuovo Papa era stato eletto. Un sistema tutto fanese per anticipare di qualche minuto anche il segnale della "fumata bianca".

Incontrò per l'ultima volta Papa Luciani pochi giorni prima della morte (dopo solo trentatré giorni di regno). Appariva stanco, frastornato, lontano dai problemi del pontificato: gli parlò solo dei suoi familiari, dei nipotini, ospiti di un collegio di Fano per gli orfani dei maestri di scuola, che era stato a visitare tanti anni prima. "Non è con questa farina che si fa la polenta!", aveva risposto a un cardinale che gli preconizzava l'elezione durante il Conclave. Il quotidiano francese Le Monde pubblicò una vignetta in cui si vede il Papa che crolla a terra, schiacciato dal peso della tiara: Volpini la considera più vera e più efficace di qualsiasi articolo.

Ha conosciuto da vicino tre Papi: probabilmente sa moltissime cose che non rivelerà mai a nessuno. Credo comunque che gli sia rimasto nel cuore Paolo VI: il Papa della sua "chiamata", il Papa dal volto "che di più ogni giorno si scava / in sofferenza e fatica", come ha scritto in una poesia a lui dedicata.

Vorrei chiedere ancora molte cose, ma il Direttore è stanco e mi interrompe: "Quante righe deve scrivere?". "150 righe, più o meno". "Ma allora il pezzo è già fatto: può cominciare con la giovinezza, la guerra; poi la maturità, i libri, l'Osservatore Romano; in conclusione, l'esilio e la fine...".

Alberto Angelucci

 


 
 
 
 
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