Una bella storia di solidarietà umana
La fine dell'inverno mostrava i segni del risveglio primaverile quando, d'improvviso, l'incidente stradale a mia figlia diciassettenne. Terribile! Lunghi giorni d'ansia in “prognosi riservata”, una gamba fracassata e lancinanti mal di testa. Dolori in tutto il corpo. Una sfibrante settimana di sofferenza intensa. Lei, bloccata, che non riusciva a starsene immobile a letto per mantenere la gamba in trazione e si agitava con gli enormi pesi penzolanti, fissati con ago di acciaio al malleolo. Poi l'ingessatura. Enorme, pesante, avvolgente, con un lungo ferro sporgente (utili a comprimere, tentando di mantenerli vicini, i segmenti ossei), che impediva ancora i minimi movimenti.
Giornate ospedaliere tesissime, insonni e sofferenti, interrotte brevemente dalle visite dei tanti amici. Attimi di distrazione preziosi, che le rilassavano il viso contratto nella sopportazione di un dolore continuo. Visi sorridenti e incoraggianti che sostituivano il mio, cupo, fosco, impresentabile. Non ero certo io a poter consolare mia figlia! Erano “loro”, gli amici… Poi il ritorno a casa. Ma in quelle condizioni di immobilità, alle sofferenze si sarebbe di certo aggiunta la solitudine e lo sconforto se non fosse successo che… gli amici, in processione continua, attenta, delicata, sorridente, incoraggiante.
E il viso di mia figlia, che al primo pomeriggio si animava già ai minimi rumori, immaginando le visite, attendendo il trillo del campanello; a questo già sorridendo. Le scale di casa divenivano “il corso” per il via-vai dei ragazzi, rapidi, silenziosi, attenti, educati! Si intrufolavano nella sua cameretta… e la trasformavano in “fiera”, “bazar”, “circolo ricreativo”, “doposcuola”. E a Serena, che tutta la notte e mattina aveva trascorso solitaria alternando sconforto e speranza, tornava la determinazione di voler risorgere da quel letto di sofferenze per potersi riprendere tutto quello che la sua età meritava. Non aveva più il tempo di pensare. Glielo rubavano tutto i suoi amici. La stimolavano di continuo; pretendevano la sua partecipazione. E lei, che tanto desiderava tutto questo, rispondeva con uno sguardo luminoso, con un timido sorriso!
Il volto poi, sempre più disteso, “sbocciava” in un vero, splendido riso, che “annegava” per un attimo il dolore! E questi attimi sereni che diventavano sempre più lunghi! E questi amici che non si negavano mai. Un'ingessatura feroce, lunga cento giorni! Capace di stroncare nella noia e nell'abitudine anche persone adulte o mestieranti del “soccorso”! Ma i suoi amici… no! Che ragazzi meravigliosi; non ancora diciottenni, ma già capaci di responsabilizzarsi al massimo. Che dire per ringraziarli? Hanno permesso a mia figlia di non affondare nella melma di questa società. Sono stati una delle meravigliose eccezioni.
Grazie ragazzi per la bella lezione di vita che mi avete donato. Avete riaperto il mio inutile cuore alla speranza. Siete stati così meravigliosi che non riesco a soffocare il ringraziamento che irrompe prepotente dal profondo del mio essere e che – superando ritrosia e timidezza – desidero oggi rendere pubblico. Grazie!
Federico Pizzicara
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