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Il Conservatorio di Pesaro:
L'Università della musica


Quale erede della proprietà nomino il Comune di Pesaro, mia patria, per fondare e dotare un Liceo Musicale in quella città dopo la morte di mia moglie.
(Gioachino Rossini: dal testamento del 5 luglio 1858)


Il 5 luglio 1858, all'età di 66 anni, Gioachino Rossini scrisse a Parigi (in francese) il suo testamento. Prevedeva una serie di disposizioni minori a favore di alcuni parenti, residenti tra Pesaro e Bologna, e un vitalizio per il suo cameriere Antonio Scanavini: poi diseredato (chissà perché) con un codicillo dell'anno successivo. Comunque tutto il suo ingente patrimonio era assegnato al Comune di Pesaro; ma solo dopo la morte dell'amatissima seconda moglie Olympe Descuilliers Pélissier che avrebbe potuto goderne interamente come usufruttuaria vita natural durante. Questo evento, atteso con comprensibile impazienza dal sindaco pesarese dell'epoca Giuseppe Vaccaj, si verificò nel 1878, cioè dieci anni dopo la scomparsa del Maestro. Esauriti tutti gli adempimenti legislativi e burocratici, solo il 5 novembre 1882 fu aperto a Pesaro il “Liceo Musicale Rossini”, inizialmente ospitato nella chiesa e convento di San Filippo Neri in Via Petrucci, e poi trasferito nel 1892 (primo centenario della nascita del compositore) nell'attuale sede di Palazzo Olivieri-Machirelli: un prestigioso edificio settecentesco, affrescato dal Lazzarini. Gli allievi erano 40, di cui 26 ragazze e 14 ragazzi. Primo presidente l'on. avv. Ettore Mancini, primo direttore il compositore veronese Carlo Pedrotti, cui è intitolato l'Auditorium: seguito da Pietro Mascagni che, nonostante il nome, fu licenziato nel 1902 per indisciplina e scarsa oculatezza nelle spese per i concerti; Amilcare Zanella che, evidentemente più parsimonioso, conservò l'incarico per 35 anni; Riccardo Zandonai, dopo la trasformazione del Liceo in “Regio Conservatorio” nel 1940; e via via altri tredici musicisti, per periodi più brevi, fino a Marco Giannotti che ne è l'attuale direttore.
A fine febbraio il Conservatorio ha inaugurato il 122° anno accademico, in coincidenza con le celebrazioni per il 212° anniversario della nascita di Rossini, con 971 allievi (534 maschi e 437 femmine) e 148 docenti: cioè un docente per ogni 6-7 allievi perché l'insegnamento degli strumenti è molto personalizzato. Oltre agli italiani (ovviamente in grandissima maggioranza) sono presenti giovani di altri ventidue Paesi, dalla Russia al Giappone, compresi 17 coreani del Nord e del Sud che anticipano un'armoniosa convivenza tra i due Stati nel segno della fisarmonica.
Da quel caldo giorno di luglio del 1858, quando il Cigno manifestò provvidenzialmente le sue ultime volontà, è cambiato il destino musicale (e per certi aspetti anche economico) di Pesaro: non a caso Gioachino Rossini è seduto da 140 anni sulla statua realizzata nel 1864 da Guido Marochetti e collocata nell'atrio dell'edificio dopo una temporanea dimora presso la stazione ferroviaria. Al Conservatorio si è affiancata nel 1940 la “Fondazione Rossini”, con il compito di gestire il patrimonio artistico, anche con l'edizione critica di numerose opere cadute in oblìo; e il “Rossini Opera Festival” che ha messo in scena queste opere a partire dal 1980, creando un evento di grande prestigio internazionale. Una legge del 1999 ha promosso il Conservatorio a “Istituto Superiore di Studi Musicali”, trasferendolo nella competenza del Ministero dell'Università e della Ricerca. I titoli rilasciati sono equivalenti alla laurea di primo e di secondo livello, a tutti gli effetti giuridici, se si è conseguito all'esterno anche un diploma di scuola superiore.


Dal Senato al Conservatorio. Al massimo livello di rappresentatività di questa Istituzione, siede da oltre 10 anni il presidente Giorgio Girelli, giovanile sessantenne e multiforme pesarese Doc (politico, alto dirigente dello Stato e professore a contratto per corsi monografici all'Università di Urbino), al quale bisogna dedicare un capitolo a parte. Lo incontro, ovviamente nella “Sala degli uomini illustri” che comunica con il suo ufficio, fra marmi, stucchi, affreschi e dipinti del Settecento. L'alta e nobile figura è avvolta da un doppiopetto gessato grigio scuro. Deve averne una decina, quasi identici, nell'armadio (come faceva Einstein per non perdere tempo nella scelta), perché nessuno a memoria d'uomo lo ricorda con un diverso abbigliamento: forse dispone anche di pigiami a doppiopetto, con cravatta da notte. Il profilo e la spaziosa calvizie ricordano vagamente la fisionomia dell'ex presidente della Repubblica Scalfaro; il candido fazzoletto al taschino richiama l'eleganza d'antan di Ferruccio Parri, l'ultimo uomo politico che ha utilizzato questo dettaglio. Il quadro di perfezione formale, nell'aspetto e nell'eloquio, sarebbe degnamente completato da un monocolo: con quale si trasferirebbe direttamente in una stampa di inizio secolo (l'altro). Eppure anche lui è stato bambino, e poi ragazzo, a Pesaro: quando studiava al Liceo classico e tirava di scherma nella gloriosa sala dell'Unuci, fucina di campioni sotto la guida del leggendario maestro Mattioli. E' stato persino un precoce cronista sportivo (di cui si ricordano i pezzi impeccabili per il Carlino e per Tuttosport) e addirittura suonava la chitarra. Ma poi è prevalso l'amore per gli studi di Diritto che, dopo la laurea all'Università di Roma e l'abilitazione alla professione forense, gli hanno permesso, a 27 anni, di vincere il concorso per funzionario del Senato. Nell'austera cornice di Palazzo Madama ha percorso tutta la sua carriera di grand commis dello Stato: da referendario a direttore del Servizio competenze dei parlamentari. E' stato anche “distaccato” due volte presso la presidenza della Repubblica, come consigliere di Cossiga e di Scalfaro; e ha avuto unanimi apprezzamenti per il suo lavoro da senatori di ogni tendenza. Probabilmente andrà in pensione a fine anno, carico di riconoscimenti e di onori: Grand'Ufficiale della Repubblica, “Bocconiano honoris causa”, “Paul Harris Fellow” per la cooperazione prestata in favore della pace, “Marchigiano dell'anno” nel 2003 (insieme a Giuliano Vangi); e infine, naturalmente, primo presidente del Rotary Club Rossini, costituito a Pesaro qualche anno fa.
Parallelamente si è dedicato, a partire da 19 anni, all'attività politica nella DC fra i giovani della covata di Arnaldo Forlani. E' stato però un “politico da week-end”: il che non significa che lo abbia fatto da dilettante, ma solo con un certo distacco spazio-temporale rispetto al suo impegno principale. Non ha percorso una vera carriera politica, ma ha “delibato” la politica a piccole dosi: però questo non gli ha impedito di assumere incarichi importanti nel partito a livello locale e nazionale, di essere eletto consigliere regionale delle Marche nel 1985 e di essere più volte candidato al Parlamento, più che altro come testimonianza di bandiera.
Cattolico senza esitazioni, è sposato da 36 anni con Angela Maria, professore ordinario di Storia economica all'Università di Roma: verso la quale ha parole di grande apprezzamento e tenerezza. Hanno avuto quattro figli: il primo è avvocato e, a sua volta, docente universitario; l'ultima, e la più amata, è nata come bambina down. Se non mi fa velo la nostalgia per i comuni anni giovanili, Girelli mi appare come uno degli uomini più seri e preparati di cui può disporre questa città. Se qualcuno si fosse ricordato di lui (o se avesse militato in un altro partito) avrebbe potuto essere un sindaco di Pesaro di alta rappresentanza: uno capace di gemellare Pesaro con New York.
Alla presidenza del Conservatorio (carica prestigiosa ma onorifica, cioè non retribuita) è arrivato nell'estate del ‘93: quando il famoso edificio era indicato da molti pesaresi come “quel palazzo dietro la Standa di Via Branca”, mi racconta con amara ironia. Ha dovuto affrontare difficoltà economiche di ogni genere, con locali ormai inadeguati, tripli turni di lezione e gravi problemi di manutenzione. Non è tutt'oro quel che luce fra gli affreschi del Lazzarini. Mentre visitiamo il “Tempietto Rossiniano” il presidente fa un velato accenno ai “bagni turchi” del corridoio. Non capisco se si riferisce ai reperti dell'opera “Il Turco in Italia” o a una moderna dotazione di saune per gli allievi del Conservatorio. Solo dopo un discreto sopralluogo, capisco che si sta lamentando signorilmente dei “cessi alla turca”: unico luogo di sollievo previsto per impiegati e musicisti del piano nobile di Palazzo Olivieri. Avrei dovuto immaginare che il termine corrente non sarebbe stato compatibile con il suo lessico.


Un Pantheon di celebrità. Mentre mi aggiro con rispetto reverenziale fra le colonne marmoree del palazzo, dal contiguo Auditorium dedicato a Pedrotti arrivano le robuste note dell'orchestra di “fiati” diretta da Michele Mangani, che sta provando il “concerto per la città” del 21 febbraio. Pochi giorni dopo, per festeggiare il 212° compleanno di Rossini, l'orchestra del Conservatorio sarà diretta da Alberto Zedda, direttore artistico del ROF, a conferma della felice collaborazione fra i due Enti musicali pesaresi.
Dietro il palcoscenico dell'Auditorium troneggiava fino a qualche tempo fa un grandioso organo commissionato (profeticamente) nel 1907 alla ditta Mascioni di Cuvio (Varese), antenati dell'attuale senatore DS: poi trasferito presso la chiesa di Cristo Re e sostituito, con qualche polemica, da un organo più moderno.
Uno dei saloni dalle altissime volte affrescate ospita l'ufficio del direttore in carica, il maestro Marco Giannotti: eletto dal collegio dei docenti nel 1998 e curiosamente il primo pesarese della storia a ricoprire questa posizione. Il suo studio è un locale di grandissima cubatura, in cui predomina il rosso, con enormi quadri in proporzione alle pareti: comincio a capire perché Amilcare Zanella, in una lettera autografa conservata negli archivi, chiedeva al Consiglio di amministrazione un'adeguata provvista di legna per migliorare lo scarso riscaldamento degli ambienti. Il bello è che il Consiglio rifiutò la richiesta; e Zanella non insistè più di tanto, per non fare la stessa fine di Mascagni.
Marco Giannotti, 57 anni, si è diplomato in pianoforte in questo Conservatorio come allievo di Franco Scala e, dopo una prima attività concertistica, si è dedicato all'insegnamento. E' stato vice direttore a Pesaro e, per dieci anni, direttore della sede staccata di Fermo, poi diventata Conservatorio autonomo intitolato a Pergolesi. Mi riceve, drappeggiato nella sciarpa rossa dell'artista inquieto, insieme a due navigati colleghi: il vice direttore e docente di pianoforte, Maurizio Tarsetti; e il docente di alta composizione (il triennio finale del corso di 10 anni) Aurelio Samorì. Con loro cerco di capire la realtà della scuola e i percorsi artistici e didattici della musica. Ricordiamo insieme la storia di questo Istituto che ha avviato al successo artisti di fama internazionale come Renata Tebaldi, Mario Del Monaco, Franco Corelli, Elvidia Ferracuti, Riz Ortolani, guidati da straordinari maestri. Esito a fare altri nomi, perché ci troviamo in un vero Pantheon di celebrità. Ma anche i giovani delle ultime leve hanno già iniziato prestigiose carriere: il compositore Daniele Gasparini, il basso Mirko Palazzi, il pianista Enrico Pace, il violoncellista Gabriele Geminiani. Fra i giovanissimi allievi c'è un promettente pianista undicenne che ha cominciato la scuola a sette anni.
Mi spiegano i meccanismi di ingresso e di selezione. Ci sono limiti precisi di età per l'ammissione, che variano a seconda degli strumenti: per esempio solo tra i nove e i tredici anni per i violinisti, tra i nove e i quattordici anni per i pianisti, tra gli undici e i quindici anni per i “fiati”, tra i quattordici e i diciotto anni per il contrabbasso. I corsi vanno da cinque anni per i cantanti (che possono accedere solo dopo la raggiunta maturità fisica: sedici anni per le donne e diciotto anni per gli uomini), a sette anni per i “fiati” e le percussioni, a dieci anni per le specializzazioni più complesse come il pianoforte, il violino, la composizione. Esistono anche corsi più brevi, come i tre anni del clavicembalo e i quattro anni della musica elettronica: ma si tratta di corsi avanzati, cui accedono musicisti già diplomati in altre materie. Naturalmente sono previste deroghe nei casi di doti eccezionali dei candidati. Qui si insegna l'intera gamma degli strumenti (salvo il flauto dolce, il liuto e il mandolino, ammette Giannotti con malcelato rammarico): dalla chitarra al corno inglese, dalla fisarmonica alla viola da gamba, dal vibrafono alla grancassa. C'è anche un corso di jazz, che non apparteneva al nostro bagaglio culturale ai tempi di Pedrotti: è diretto da Bruno Tommaso, uno dei migliori jazzisti del mondo. A Pesaro si tiene ogni anno un concorso nazionale di clavicembalo (fondato per ricordare Gianni Gambi, un grande docente scomparso) e, da quest'anno, un concorso nazionale di fagotto.
Le opportunità di lavoro dopo la scuola possono essere generiche, come quelle dei laureati in qualunque altra materia; oppure possono essere ricercate nel campo specifico, intraprendendo la carriera di insegnante o di orchestrale o la libera professione di concertista. In quest'ultimo caso si entra in un'area non codificabile perché le carriere (e i guadagni) variano da persona a persona, secondo le leggi del mercato artistico. Ma gli Accardo e i Rubinstein non nascono tutti i giorni.


Il respiro dell'orchestra. A tutti i musicisti diplomati viene riconosciuto il titolo di professore, per cui l'orchestra è l'unico posto al mondo dove i professori sono diretti (e a volte strapazzati) da un maestro: con la “emme” maiuscola, come per tradizione vengono chiamati i direttori e i grandi interpreti. Mi raccontano che quando Franco Ferrara, docente di direzione d'orchestra, si alzava dalla sedia durante una lezione e andava verso gli allievi impegnati nell'esecuzione, la musica cambiava improvvisamente come se si fosse messo a suonare lui stesso tutti gli strumenti. Così nei concerti, quando si spengono le luci in sala, il Maestro alza la bacchetta e prende in mano tutti i fili: non cura soltanto il fraseggio, il colore, i tempi degli attacchi; inizia un dialogo quasi telepatico con gli esecutori, fatto di vibrazioni mentali, di segnali quasi impercettibili, di misteriosi sottintesi. Se ne è capace, esprime un carisma che dà la carica, che spinge a estrarre dallo strumento un grido non scritto nello spartito, forse non previsto neppure dal compositore. Allo stesso tempo questa energia si trasmette al pubblico: che riceve quest'onda che pulsa nel buio e la restituisce agli interpreti arricchita dalle sue emozioni. E' il miracolo ricorrente cui assistiamo durante un grande concerto: che non può essere riprodotto nelle registrazioni di un Cd, anche se tecnicamente perfetto perché più volte tagliato e modificato; che non potrebbe avvenire in un'esecuzione di virtuosi, dove il pubblico fosse assente.
Per questo gli allievi hanno bisogno del palcoscenico durante la loro formazione accademica: per confrontarsi con gli spettatori, col respiro della platea. E anche per aspettare l'applauso catartico che unisce nella commozione il pubblico e gli artisti e che annulla gli anni di fatica spesi nel Conservatorio per domare le corde di uno strumento e per cercare la perfezione di una nota.


Alberto Angelucci


 
 
 
 
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