Memorie di un ingegnere nella Pesaro del dopoguerra
14 gennaio 1954. Finalmente avevo vinto un concorso, in barba alle cocenti delusioni seguite alle inutili chiamate da parte della Snam e dell’Agip per ottenere un ingaggio. I brillanti colloqui sostenuti erano stati vanificati dalle informative della sezione della Democrazia Cristiana di Camerino, che mi avevano bollato con la riservata informativa di… “elemento indesiderabile”. Perché poi? Per la gelosia di commercio del segretario di quella sezione, in concorrenza al quale la mia famiglia gestiva un prosperoso negozio di materiali elettrici e radio; oppure perché eravamo una famiglia di socialisti, che aveva votato per il famigerato “Blocco del Popolo”?
Le delusioni tuttavia furono ampiamente compensate dalla soddisfazione di aver vinto un concorso nazionale, con un punteggio che mi consentiva la scelta di una sede disponibile di mio gradimento; ed entrai a pieno diritto negli uffici del Genio Civile di Pesaro. Non senza un fondo di tristezza, che il mio attento esame aveva colto sul volto di mio padre, venni da questi accompagnato nella città dove ho poi trascorso la parte più cospicua della mia vita. La città era sconvolta da lavori stradali. Mio padre, nell’effettuare con l’auto gli “slalom” tra barriere e scavi, dall’alto della sua esperienza di viaggiatore ironicamente osservò: “In due posti d’Italia ho sempre sistematicamente visto strade a gambe all’aria: a Matelica e a Pesaro”. Non chiesi approfondimenti di quell’affermazione, ormai eravamo giunti a destinazione; scaricati i bagagli, mio padre prese la scusa che s’era fatto tardi, ma capii che non si sentiva l’animo di prolungare i saluti. Una stretta di mano con l’altra mano sulla spalla, un lieve stringersi degli occhi, le grinze sulla fronte, rientrò in macchina e scomparve con l’auto al primo angolo di via Virgilio.
Restato solo nella stanza che avevo preso in affitto, improvvisamente sentii l’inconfondibile rumore del treno, mi affacciai alla finestra e mi accorsi che questa s’apriva a pochi metri dalla strada ferrata. La padrona di casa, appena entrata, si affrettò a dirmi di non preoccuparmi, che al rumore del treno presto ci si faceva l’abitudine. Non poteva immaginare che la vicinanza della ferrovia era per me una gioia: il treno era una mia passione ed averlo lì a scandire le ore mi induceva un piacere rassicurante e ripetitivo. Prima ancora di varcare il portone degli uffici nei quali avrei assunto il compito di “geometra aggiunto in prova”, due giorni dopo il mio arrivo visitai la città, al tempo quasi tutta compresa all’interno del disegno pentagonale delle mura medievali; riconobbi subito il tessuto della città quadrata del primo impianto romano. Il cardo rasentava la Piazza del Popolo e da questa proseguiva lungo la via Rossini, dopo di che si allungava nel viale “dello Stabilimento” all’epoca già “viale della Repubblica”. Lo stabilimento balneare, il Kursaal, aveva subìto danni dal bombardamento navale, ma anche dalle mine dei tedeschi, che s’erano accanite anche con la fontana centrale della piazza, senza alcun ragionevole scopo bellico. Una giustificazione poteva esserci di quelle mine, a mio parere, solo per quelle piazzate all’incrocio tra l’antico cardo ed il decumano, quest’ultimo rappresentato dalla via San Francesco e dall’inizio del Corso XI Settembre, anche se i mezzi del subentrante esercito alleato non impiegarono che poche ore per liberare l’incrocio dalle macerie dell’antico “Caffè Capobianchi” che le mine avevano in sostanza fatto saltare.
La prima sensazione di “rimpatriata” nella mia nuova città la provai tuttavia quando, andando con batticuore alla ricerca del mare che per dodici anni la fuga da Ancona e da Zara, incalzato dalla guerra, mi aveva negato, mi ritrovai al cospetto del danneggiato Kursaal. Un edificio nel quale riconobbi le familiari linee di quello frequentato da bambino durante le vacanze estive a Portorecanati, e mi rallegrai al pensiero che, malgrado i cannoni delle navi e le mine dei tedeschi, quella bella costruzione aveva sostanzialmente resistito, ed era possibile riportarla a piena vita. Non era poi così irrecuperabile, tenuto conto che per qualche anno ancora seguitò a vivere e ad assolvere la sua funzione di aggregazione al centro del singolarissimo quartiere di villini che – sia pure con qualche sfregio – ancora caratterizza la città sorta tra le due guerre tra la cintura medievale ed il battente marino. Mi aspettavo che da un momento all’altro l’alacre lavorìo degli uffici del Genio Civile, esaurite le solerti ricostruzioni delle chiese e delle canoniche sparse per l’intera provincia e contro le quali sembrava si fossero accanite le fortezze volanti anglo-americane, avrebbe potuto orientarsi anche verso quel laico edificio che dalla guerra aveva subìto danni sia pure non irreparabili. Un triste mattino, senza che ne avessi avuto sentore, trovai invece le ruspe accanite contro qualche ostinato spuntone del Kursaal che voleva resistere all’inopinato abbattimento dell’edificio, avvenuto “zitti zitti” per qualche inspiegabile motivo. Inutile interrogare colleghi, anziani e non, del Genio Civile, per conoscere i motivi di quello scempio. Mi dovetti adattare agli sguardi di sufficienza, alle mezze parole che un giovane sprovveduto geometra di primo pelo meritava a fronte degli angosciati interrogativi.
Ma non finì lì. Qualche mese dopo venne eretto, sempre con i benefici finanziari della riparazione dei danni di guerra, il primo lotto di una “panna montata” rivestita di tesserine di ceramica; che, oltre ad un minuscolo edificio da un lato, comprendeva una terrazza su tettoia pilastrata, del tutto spuria e dissonante all’ambiente che – udite, udite! – permetteva dalla Piazza del Popolo … di vedere il mare: veduta che il demolito Kursaal invece impediva. L’orribile costruzione, conseguita ai “danni di pace” (come io li chiamavo), subì fortunatamente, non so con quale altra elucubrata giustificazione burocratica, l’azione – risanatrice questa volta – delle ruspe; e su quel velo pietoso, faticosamente, sorse l’attuale sistemazione, che nessun ricordo fornisce ovviamente dell’accaduto ma che almeno si giova del valido apporto della “Sfera Grande” di Arnaldo Pomodoro, miracolosamente sospesa sulla vasca dell’architetto Tamino. La “Tomato’s Ball” di certe cartoline illustrate. A proposito, forse pochi sanno che Arnaldo Pomodoro, geometra, nato ad Orciano di Pesaro, all’epoca dei miei primi anni in questa città, lavorava anche lui al Genio Civile. Eravamo in pochi a credere nelle sue capacità: i più consideravano quel suo stato sognante, ch’io ammiravo ed invidiavo, un “peso”, nei confronti degli adempimenti d’istituto che pure portava avanti con doverosa onesta applicazione. Tanti anni più tardi, occupandomi del piano particolareggiato del centro storico di Orciano, liberata la piazzetta centrale da un abominevole costruzione d’oratorio, che “tanta parte dell’ultimo orizzonte” escludeva al “guardo”, sorse il problema della sua sistemazione, e suggerii all’amministrazione comunale di rivolgersi al loro concittadino – ormai affermato artista – che provvide, gratis, a fornire un bel progetto di valorizzazione di quello spazio, quale poi realizzato.
La scomparsa del Kursaal di Pesaro fu la prima cocente delusione provata ai danni della città che metteva fine al mio stato di fuggitivo dalla Dalmazia e nella quale vivevo senza dimenticare di essere un profugo. Il soffocato ruggito delle ruspe mi sembrò ben più accanito delle esplosioni di guerra – ormai da anni sopite – ma che pure furono, nel destino di quella costruzione, meno efficienti nei confronti dell’irreparabile.
Francesco Palatroni